“Negli occhi di un cane”, un racconto di Alessandro Perotti

NEGLI OCCHI DI UN CANE

Racconto di Alessandro Perotti

Non si è mai sufficientemente pronti. È questo il leitmotiv che rimbomba nella mia testa.
Da quel maledetto lunedì sono trascorse due settimane scarse e la situazione, purtroppo, comincia a delinearsi irrevocabilmente come previsto.

Ho ancora nitida l’immagine del veterinario che scruta il proprio guardaroba mentale per cercare di vestire in maniera accettabile il dolore imminente che è costretto suo malgrado a dare: “No, purtroppo non sono lipomi, sono linfonodi molto ingrossati. Ora prescrivo delle analisi, ma ho abbastanza esperienza per dirvi che… bla bla bla… mi dispiace”. Le ultime due parole, pronunciate in modo sommesso, non avevano bisogno di ulteriori spiegazioni tecniche, erano già una sentenza.
Io e mia moglie usciamo ghiacciati dallo studio, con al guinzaglio il solito Jack. Ci guarda, sfodera il suo sorriso. È sempre entusiasta quando si esce da lì. Bisognerebbe installare due fotocamere negli ambulatori veterinari, una in entrata e una in uscita, sarebbe esilarante fare un raffronto. Il mio Jackie poi, entra con la tipica euforia di un condannato a morte e ne esce con un sorriso ebete che fatica a contenere. Anche se stavolta ci accorgiamo subito che è preoccupato, avverte la nostra tensione e fatica a reggerla.
Quando vivi con un cane impari a conoscere i suoi stati d’animo solo col tempo. Per loro è diverso, capiscono immediatamente il tuo umore, sono attenti ai dettagli.

Attoniti pranziamo, chiedendoci se la diagnosi non sia esagerata. Lo abbiamo fatto visitare per quelle due cisti sul collo, scambiate per lipomi come ne ha da altre parti, ma è il solito Jack. Nel frattempo lui si siede con noi a tavola. Non è una nostra sfrenata umanizzazione da esibire sui social, è proprio che lui – da sempre – non appena si libera una seggiola ci salta sopra. Non per elemosinare cibo ma per essere presente come un qualunque commensale. All’inizio abbiamo provato a scacciarlo, ma non c’era verso: come ti voltavi vedevi una sedia prendere vita e allontanarsi dal tavolo, invisibilmente spinta da un mago che all’improvviso ci saltava sopra soddisfatto.

Dirlo ai ragazzi non sarà semplice, il più grande credo possa assorbire meglio il colpo (quanto mi sbagliavo), la piccola è cresciuta con l’ombra di Jack. Il loro incontro al canile è stato un film di natale. Dopo svariati mesi in cui chiedeva continuamente un cane, riesce a vincere le resistenze di mia moglie, ma non le mie: specifico più volte che si va in canile solo a vedere, ma senza prendere nulla.

Girovaghiamo tra i box-serragli sovrastati da un latrato assordante, guardiamo qualche cane senza troppa convinzione. Poi viene aperto un box sul quale pende un nastro giallo, e ne esce una meraviglia: un cane di pura razza bastarda, bianco con innumerevoli macchie marroni/rossicce sapientemente distribuite da un artista creatore, contorno occhi e bocca ripassati da una matita nera, frisé sulle orecchie e sulla coda. Riguardo il nastro giallo e penso che indichi il box-centro estetico, e intanto lui s’incammina sicuro verso mia figlia, allunga la sua zampa, le fa un sorriso serio, le sussurra “ti aspettavo”. Li guardo, guardo mia moglie e dico “ok, lo prendiamo”.

È entrato con naturalezza nella nostra famiglia; chiedendo il permesso ma senza pretese, ma da pari. Non si sentiva inferiore, era orgogliosamente cane e non chiedeva altro. Così ha tessuto rapporti esclusivi con ciascuno di noi, con un particolare debole per mia figlia che ha accompagnata dalle elementari al liceo.

Il giretto del dopo pranzo compete a me. Ho bisogno di riflettere, decido di andare in montagna, almeno due volte a settimana ci andiamo. Jack lo capisce subito dal tipo di calzature che estraggo dalla scarpiera: pedule per la montagna-giro lungo-niente guinzaglio-vastità di odori – scarpe da tennis per asfalto-giro corto-guinzaglio-soliti odori.
È entusiasta come al solito, io meno. Canticchio Silently walking alone nella mente per tutta la passeggiata, immaginando un futuro prossimo, senza riuscire a pensare a nulla.

Amici e conoscenti mi ripetono in coro che in fondo è solo un cane.

Invidio i cattolici. Loro hanno sempre una risposta, sanno cosa è giusto.
Ricordo una svogliata discussione avuta con un aspirante diacono, il quale mi spiegava in maniera inequivocabile che i cani non hanno un’anima, e che fosse quasi peccato pensarlo. Decisi di non argomentare nessuna risposta, non avrei certo voluto arricchire il mio già vasto curriculum di mancanze o rischiare l’inferno per una svogliata conversazione.
Continuo però comunque a trovare bizzarro che il termine “animale”, composto per trequarti dalla parola “anima” e contenendola interamente, possa far pensare una simile idiozia.

Trovo conforto in un libro. “Tutto ciò che un cane cerca lo trova nell’uomo, tutto ciò che un uomo cerca lo trova negli occhi di un cane”. Mi piace pensare che questo brevissimo estratto da Gente indipendente sia stato sufficiente per convincere l’accademia svedese ad assegnare il Nobel per la letteratura a Halldór Laxness.

Nel frattempo lo scenario degenera rapidamente.
Jack inizia a essere molto rallentato nei movimenti, è evidente che soffre. Le due cisti al collo sono diventate due arance di marmo. Decidiamo di tornare dal veterinario per rivalutare il quadro generale. Conosciamo la reticenza del dottore a praticare l’eutanasia a cui – a suo dire – si ricorre di solito troppo facilmente ormai. Rimaniamo quindi stupefatti quando lui stesso avanza questa ipotesi nel caso in cui, per Jack, la situazione diventi insostenibile.

In meno di una settimana gli è precluso qualsiasi movimento. Si ritrova spiaggiato sul cuscino con accanto il suo giocattolo preferito, una corda da tiro.
Cerchiamo di allestire il suo giaciglio in modo più confortevole, anche per gestire meglio i suoi bisogni fisici. Trascorre un’intera giornata senza urinare. Mi assale il dubbio che il suo proverbiale contegno gli impedisca di sporcare in casa. Lo prendo in braccio, lo carico in auto con l’aiuto di mia figlia, lo porto in un prato e lo sdraio nell’erba. Il tempo di toccare terra e lascia ogni resistenza. Si libera. Piango.

Affronto il tema eutanasia con mia moglie. Conoscendola, le dico subito che voglio essere l’unico a assistere ma lei si oppone fermamente: ci sarà anche lei. Acconsento, ma i ragazzi non voglio nemmeno che lo sappiano. Mi fa presente che i ragazzi sono ormai adulti e Jack è stato anche il loro compagno, quindi spetta a loro decidere. Voglio impormi, decido per una volta di far valere la millenaria autorità patriarcale. Lei guarda Jack e sussurra “glielo dobbiamo”.

Eccoci qui tutti insieme. Un arcipelago di persone attorno a un lettino veterinario con sopra il nostro Jackie.
Vedo il tuo sguardo impaurito, ormai ho imparato a conoscere il tuo linguaggio. Sai benissimo cosa sta accadendo, mi fai capire che non ce l’hai con me, vuoi solo che io sia qui. Non ti chiedi il perché, non vuoi più giorni. È uno sguardo riconoscente per la nostra presenza.

Ciao Jack, penso che in fondo sei solamente un cane. L’unico che ha saputo capirmi veramente, tra i pochi che mi ha sempre supportato, che non ha mai fatto programmi su di me. Ti andavo bene com’ero, ti andavo bene se c’ero. “Tutto ciò che un cane cerca lo trova nell’uomo”.

Ho bisogno di capire, di guarire, di infinito, del mio porto sicuro: i tuoi occhi.
“Tutto ciò che un uomo cerca lo trova negli occhi di un cane” che muore.
Buio, buio.

Avrei bisogno di un cattolico ora. Possibilmente non un soldato semplice che risieda alla base della piramide gerarchica. Mi sento vulnerabile, devo ridurre al minimo il margine di errore.
Ci vorrebbe un graduato, l’equivalente di un tenente o un colonnello. Potrebbe essere un monsignore, o addirittura un vescovo che con amorevole visione pastorale sappia indicarmi con certezza la via. Allora potrei nuovamente indossare il mio paio di pedule e incamminarmi sicuro nella direzione opposta.

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