di Silvio Straneo
Bill Willer, I cani dell’Adamello, puntoacapo 2026
In “I cani dell’Adamello” Andrea Billwiller si avvale di una scrittura libera, di versi canonici e non canonici, lettura che si arricchisce di un susseguirsi di giochi visivi, polisemici, connotativi denotativi, semantici, fonosimbolici e soprattutto sintattici (come l’uso dell’iperbato, dell’anacoluto, dell’anastrofe, di anafore, di chiasmi).
Attraverso una narrazione incalzante che agisce sul lettore a fargli inghiottire l’aria e a fargliela espellere senza sosta, si ingaggia una successione di pensieri suoni che si intrecciano e suggestionano; i temi dell’esistenza si sollevano e esiliano sulle montagne dove soldati e partigiani patirono la guerra, la sopravvivenza e la resistenza; dove i cani in particolare, e più in generale gli animali, furono i soli, i più sobri e i più devoti a rappresentare l’esempio nobile della vita pulsante, eroici a dare un senso, a interpretare una fuga, peraltro subendo spesso le bieche efferatezze umane.
Andrea canta la storia di un frammento/brandello della Prima guerra mondiale, ci parla dei resti, della memoria che vive dal conflitto, mettendo a nudo l’individuo che si abitua al disgusto, scrive della disumanità, dell’abominio, della sofferenza della vita in trincea, dell’isteria, dell’insipienza dei nostri tempi.
I cani non hanno un nemico, sono metafora del sacrificio e contemporaneamente rappresentano la salvezza dello sguardo del poeta che può testimoniare; la natura, è spettatrice, sfondo inerte bianco nero grigio, bagliori di giallo rosso, su cui si consuma la tragedia della guerra (è una natura melvilliana, celebrazione inconsapevole del conflitto continuo tra forze naturali, dove la distruzione genera una sua estetica e una sua ritualità; così è la guerra).
Ecco il libro si sviluppa poi attraverso 5 brandelli, parola chiave, polisemica, che Bill Willer utilizza per richiamare sia quella violenza materiale di ridurre a brani, a pezzi, sia quella immateriale di spezzare o corrompere la dignità, il sentire emotivo.
Nel “Richiamo della guerra”, prima sezione, la struttura del libro prende forma nel poemetto e si apre con l’invocazione e si conclude con il primo brandello.
Qui Andrea sembra dirci, sulla scorta di Pasolini: “La mia è una visione apocalittica. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero, cioè, che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare.” Così Bill Willer svela umilmente, nella narrazione stessa, da dove sorge la sfida con sé stesso, con il suo scritto cioè
“Ecco dunque la parola
allora io invoco
la guerra grande
madre guerra padre
di ogni cosa”
“Ecco sono pronto
adesso vi racconto
di quelli che furono
di quelli che siamo….” (da “Invocazione”)
“…….Ma io ho visto
e bisogna guardare e ricordare
il suono le labbra per imparare
ad amare a parlare (da “Senza nome”)
Nella poesia “Bestiario” della prima sezione Willer anticipa una folla di animali (vittime consapevoli) che vive e soffre la miseria umana in simbiosi con gli uomini: cani, piccioni, orsi ballerini, topi, serpenti, mucche vitelli, muli, cavalli parlanti, costituiscono metafore, metonimie della battaglia della vita. Andrea sviluppa così quella riflessione melvilliana sulla guerra, intesa come evento ciclico che l’umanità continua a riprodurre senza apprendere.
“….Ed è troppo difficile
per i nostri cuori per quanto nobili
averne pietà.
Proprio come amanti
per i vecchi amori passati
degli uomini nutriamo ostilità
solo perché nella loro fine
ci riconosciamo” (da “Bestiario”)
La poesia di Bill ha questa forza magnetica: ci allontana dalla narrazione poetica (ci butta in un fuori campo narrativo) poi ci avvicina al testo (ci fa immergere nei versi), in una alternanza che agisce sul diaframma delle “parole chiave”; trasvola appunto nel tempo e nei luoghi, riportandoci al contemporaneo, evidenziando il tema dello scontro, la normalità quotidiana delle ingiustizie a cui assistiamo inermi; e si sfugge e si ritorna nella parola come in guerra. In particolare il Billwiller autobiografico è sempre altro di sé stesso, declama con i suoi amati alter ego: ora sono gli animali a parlare, ora è il cane che ci fa visualizzare l’intimo palpitare della pesantezza della vita, del sacrificio, delle bastonate, dell’essere per un attimo riuscito a tornare per una carezza; ma vi è anche Andrea, uomo tutto di un pezzo a tenere uno sguardo dolce e disilluso sul mondo, come presa d’atto e quasi di lotta.
Nell’articolarsi del libro, Bill Willer si schiera col pensiero cèliniano ovvero: la civiltà non guarisce l’uomo, ma lo rende più efficiente nel morire e nel far morire perché la guerra è interamente umana, nasce dall’ottusità, dalla superbia dell’autorità. Si arriva così alla seconda sezione “Il fronte verticale – sull’altro versante”
Ecco, il punto di vista inizialmente muta e Andrea rompe l’estetica della violenza; per cui in “Dichiarazione”, nonostante l’inevitabilità della guerra e del degrado insito in sito di trincea, di attesa, con garbo e speranza, ci invita a sopravvivere, a resistere, ad amare, a lottare, a sperare.
“……….altre volte pero decido di sapere
davvero cosa volere sognare
e da una carezza imparo
per ogni sconfitta dolce
ad avere una speranza
in mezzo a questa gente
che ragiona solo per contrari
senza capire niente
per cui tutto e guerra
e tutto il resto resistenza”
Ed ancora da “L’abbaiare della morte”
…”così noi per sapere chi siamo
per sentirci chiamare
siamo costretti ad amare”
Ed ancora da “(Se non vuoi vedere a che serve una stella?) “
“… e le stelle si moltiplicano
come un esercito che freme
al comando stabilito
e chissà perché
avrei voglia di piangere
se lo avessi imparato”
La poesia “Brandello 2” si chiude con una inevitabile verità cèliniana sul tema della guerra, ormai diventato tema della festa della guerra:
“…così senza parole
siamo davvero
più prossimi ai morti”
Ma Andrea cerca di trovare una via di uscita ossia è tentato di fuggire, di compiere una fuga, di non voltarsi indietro e di tenere salda la voce; così entra in scena la “Tentazione di fuga 1” – dialogo con la gallina”; ricorre agli animali come salvezza, metamorfosi per diventare libero;
Diventata gallina, la vita ha quindi un senso, e senza pretese prova per la prima volta una esistenza di possibilità (entrare e uscire liberamente dal pollaio) e di avvertire anzi tempo il pericolo del gas che sta per arrivare.
Quindi la guerra assume lo sguardo, la voce interiore e l’esperienza del cane, ingaggiato tra gli uomini, soldato, a superare il freddo, il filo spinato. a compiere il viaggio e portare messaggio.
Da “La Guardia delle Croci”
Noi invece
abbiamo grugnito e latrato
ringhiato e sanguinato
mangiato correndo e bevuto
tra bombe e granate pisciato
su tombe come queste
e su chi era appena caduto
nessuno si è mai fermato
per la vostra parola
e ora quassù
tutto questo silenzio
è stonato”
Ed ancora da “Sogno caduto”
“…il sole che filtra tra i rami
dalle persiane e sveglia
le voci il calore la mano
che sa accarezzare e poi
i giochi le corse nei prati
mangiare risate
insieme vicini gli scherzi
senza fine i bambini…
io non tornerò più. Ora il gelo
lo sento un poco più dentro.”
Nella “Tentazione di fuga 2 dialogo con un mulo” il dialogo è con un altro animale, il mulo appunto, utilizzato per scalare le montagne; che si personifica e si confonde nel soldato, per cui nella conversazione non si scinde più chi è l’umano chi è l’animale, chi arriva in cima alla vetta, chi sopravvive, chi muore, ma di certo, per entrambi è la gelida solitudine che è meta ed esito della fuga.
Poi la festa della guerra riprende il suo corso con le poesie “I figli del Diavolo”,” Brandello 3” e “La pulce delle nevi”.
Si giunge quindi alla “Tentazione di fuga 3 dialogo con una vipera”, per cui il desiderio di morire prende sempre più corpo, come unica e assoluta via di salvezza. Forse, ma la morte eroica, rappresenta una possibilità di liberazione di libertà o di inganno, di tradimento?
E sono sempre gli animali a dare al soldato, al combattente la possibilità, la fuga.
“Brandello 4” focalizza esalta la questione della contemporaneità, quella dei nostri giorni: pensare e andare in piazza a manifestare o solo portare una idea vuol dire trovare catene e idranti?
Ci si avvia così sul ponte del suicidio? No, è solo il collegamento con l’ultima sezione “Il balzo in avanti” dove quei cani che prima trovavamo sulle montagne ora reificano in chimere, come Bill, come noi.
“Brandello 5” e poi “Diaz” da cui:
“…..?eccoli arrivano?
e non verranno a liberarci
a restituirci alla memoria
ma a ripassarci la lezione millenaria
che chi comanda teme
chi ulula nel vento chi ricorda i torti
e ricerca le ragioni!”
Ma come si accennava una salvezza a tutto questo c’è e Billwiller lo grida sommessamente. con pudore:
“…c’è sempre qualcos’altro
da immaginare
sapremo poi che fare
l’amore non ha senso
e il senso è amare” (“da Quota 2550”)
In ultimo il libro offre livelli infiniti di approfondimenti, sono pagine che stanno su una retta di cui non si conosce né inizio né fine e fornisce nel suo rotolare un significato chiave: “parola”, ossia linguaggio, come cura al malessere, scrittura, speranza, per esplorare indagare la memoria e per andare avanti.
11 maggio 2026

