FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Carolina Anna Falbo
La luce è un ragguaglio spirituale – dice la poetessa Carolina Anna Falbo – che si contrappone al livore e alla rabbia percepiti come effetti collaterali di un’esistenza a tratti narcotizzata e abbrutita. Non sono necessarie (o sempre possibili) grandi accensioni: la luce dell’anima arriva nel silenzio, nel sapersi bastare.
Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita?
Penso che l’impressione della luce e la permanenza della luce siano esperienze intermittenti ed episodiche, almeno fino a quando saremo parte dell’attuale tasso di alta condizionabilità intrinseco all’esistenza. Personalmente non individuo l’esperienza della luce nella relegazione di una lettura, poiché ritengo che tale attribuzione sia una caratteristica dell’adolescenza (e del permanere in adolescenza in anni maturi). La luce è un ragguaglio spirituale, collimante con lo sforzo del sostenere e la disponibilità a un piano abbandonico. Siamo di passaggio: il regno delle forti accensioni, ad ogni modo, non è questo corrente.
La poesia – che può essere anche una prosa densa – può cantare tutto, a patto che niente di quanto riporti sia maniera o imitazione di voci che non sono la propria.
La luce è vita e il primo atto creativo di Dio nella Genesi è il fiat lux. Nel primo canto del Paradiso Dante parla della luce come sorgente, principio dell’essere che comprende tutte le cose, forma perfetta, bellezza suprema, metafora dello spirito, identificazione con Dio, armonia assoluta: la gloria di colui che tutto move/ Per l’universo penetra e risplende/ In una parte più e meno altrove. La poesia può (ancora) svegliare il senso del sacro che alberga al centro del cuore dell’essere umano, distogliendoci dalla narcosi e dall’abbrutimento?
La poesia può destare il senso del sacro nella misura in cui sia una cifra espressiva indeterminata ed effettivamente sorgiva da una criptica facentesi vena parlante. La narcosi e l’abbrutimento sono, invece, effetti collaterali dell’esistere. Ogni esistenza ha particole più o meno grandi di narcosi e parentesi più o meno consistenti di livore e degradazione dal sacro, per effetto della corrosione impressa dall’ingente arrovello materiale onnipervadente.
Cos’è per te la luce?
La luce è il silenzio, l’ordine silenzioso, il bastarsi.
La parola ai versi
Risarcimento
Quel singolar modo del non sentire,
non sapere dove siamo: quando è cominciato?
Mancare di aderenza in ristagnante permanenza.
Sapere che il tempo si trasmuta in appena fatica di corpo.
E coltri di plagio, e il bianco del sopruso
antico e di tempo in tempo,
fino all’ora dell’orlo di una cena
da consumare, da raccomandare
alla risacca della fortuna
per oblio di volontà (di volontà)
(Postumo o risarcimento: “se anche non ti vedo, vorrei volerti bene’’).
M.
Il boccone che ti tolsi
non lo so se poi lo involsi
in un rantolo di panna,
nell’orrore della manna,
negli errori del buondì.
Il boccone che ti tolsi
era aneddoto di sfida,
era bianco ed era panna,
era soffice e silente
fino a non vedere il dente
che mi tolsi per scongiuro.
E così infine abiuro,
abiuro il modo e la maniera,
la calma erta a storia,
il bromo e il saluto,
l’esperimento vano
delle imposte della veglia.
Il maschio e l’acciarino,
l’accendino e il coltello,
nel cromo dell’altura,
dove ti vedo di nuca
e sei nera e sei silente
e non parli
e non spergiuri
ma ti fissi e ti rovesci
e lì sillabi il tuo senso
le altre facce del rumore.
Uffici d’ufficio
La cartella verde con l’elastico contiene
fogli sciolti, atti notarili, compravendite,
regesti scolastici.
La tua scrivania, i timbri, il portatimbri a ruota.
Un meccanismo giostrante e i timbri lì penzolanti
come oggetti impiccati a un ufficio, dimenticati.
La macchina da scrivere elettrica.
Una di quelle elettriche,
col lenzuolino della tastiera muto.
Tasti senza incurvatura,
dove affogare i polpastrelli e rigirarceli.
Tastiera senza avvallamenti.
Con le parole spente sopra essa,
spenta e fredda.
Metalli e gambe delle bambine. Ossa e timbri.
Adipe e scatola.
Gelatine e persistenze.
Il tuo caos sulla scrivania, e gli occhiali
sul naso a sormontare la tua gobbetta assente,
su quel naso incredibilmente
liscio
incredibilmente
piccolo.
Non propriamente gentile, fa sciogliere emblemi.
Effluvi di tenerezza, piccola morbidezza senza parole
senza concetto,
l’innocenza
della richiesta.
Nell’angolo del balcone giostri con un piano rialzato,
giochi con piante,
terriccio,
gerani, sfinite cose d’inverno.
Inventi un ruolo,
mentre il tempo scivola.
Oltre a questo tempo, nell’assenza del tempo e della cronometria
ci sono io,
che sto accanto a questo dolore cronico.
Te lo ricordi?
C’è un bacio nella piccola fossetta del naso,
una delle cose che hai.
Carolina Anna Falbo nasce a Torino. Passa infanzia e adolescenza in Calabria. Frequenta con fatica il Liceo Classico, tuttavia si diploma con lode. Studia il Pianoforte in Conservatorio per sette anni. Le piace la musica, la segue molto, ma la maestra le fa fare troppi esercizi di tecnica. A Pisa si laurea in Lettere moderne con lode. La sua tesi diventa libro, col titolo Fisionomie socioculturali della solitudine (Fondazione Mario Luzi Editore, 2016). Nel 2025 esce la sua prima raccolta poetica, La distrazione che ci rende dissimili (Controluna, Proposta Strega Poesia 2026).
