“Tra parola e mondo”, Angelo Andreotti

di Giovanna Menegùs

Tempo, silenzio-dialogo, mondo.
Questi mi paiono i nuclei del nuovo libro di versi di Angelo Andreotti, che quanto o più dei precedenti vive tutto di variazioni tenui come increspature sul pelo dell’acqua, sfumature indistinte e sommesse come le nebbie della città in cui egli è nato e risiede, Ferrara – tra gli orizzonti distesi della pianura e il respiro del Po e della laguna veneta: un paesaggio e un’atmosfera che sono anch’essi protagonisti pervasivi, sottili della sua poesia. E in Tra parola e mondo si ritrovano quella «dizione piana e meditativa», quella «fragilità e sospensione» e le «figure d’ombra», «presenze lievi e discrete» che Antonio Prete segnalava nella prefazione a L’attenzione (ed. puntoacapo, 2019).

Emerge costante la riflessione sul tempo, in un percorso tra perdita e ritrovamento o ricomposizione: «tutto ciò che il tempo mi ha perso / lo ritrovo nel tempo che mi ospita» (p. 115). Dalla dissipazione a una possibile unità interiore, un “sentimento del tempo” che discende in modo implicito o esplicito dalla filosofia e la letteratura del Novecento: Bergson, Proust, Ungaretti, oltre al più recente poeta spagnolo José Ángel Valente, da cui è tratto il titolo della sezione iniziale (Il riposo del tempo), che comprende due poesie dedicate ai genitori dopo la loro morte.
Se dunque nel quotidiano e nell’immediato il tempo «ci perde» (p. 37) e «È il presente continuo la febbre / che divora il tuo tempo, lo abbrevia / togliendo il vuoto tra un attimo e l’altro, / affastellandoli l’uno sull’altro» (p. 103), esiste, e il poeta lo indica, a se stesso e al lettore, «un altro tempo che diresti vuoto / ma di te invece è rimasto in attesa» (p. 15). L’espressione decisiva è qui un altro tempo. Un altro tempo, che echeggia Auden, avrebbe dovuto o potuto essere il titolo di A tempo e luogo (2016), silloge che non a caso Andreotti pubblicò con lo stesso editore, Manni, e nella stessa collana – “Pretesti”, a cura di Anna Grazia D’Oria – del volume appena uscito. In A tempo e luogo già si legge: «Quando ci saremo persi saremo vicini / … / a tempo e luogo tutto accade, e poiché accade / nulla accade invano», «Abbiamo vissuto quel passato, e viviamo / i tanti presenti che tornano a ricordarlo».
La medesima aspirazione a un tempo diverso anziché schiacciato sul qui e ora aperto all’attesa e all’ascolto, alle (sempre misteriose) facoltà dell’anima agisce anche nei rapporti umani, in modi dubitativi di incontro sfiorato, presenza intuita e incerta. Così accade per una «vicinanza silenziosa / tra due persone che non si conoscono / ancora»: «Quando si incontreranno per davvero? // o forse è già accaduto…» (p. 53).

Con la «vicinanza silenziosa / tra due persone» passiamo al per così dire secondo nucleo di Tra parola e mondo, il silenzio. Che si presenta come attitudine cosciente e accogliente: si tratta di un silenzio-dialogo, silenzio-colloquio, silenzio-ascolto. «Il silenzio accade solo in relazione a un’esperienza con l’altro, e anche con sé stessi come altri da sé» (Andreotti nel taccuino Il silenzio non è detto. Frammenti di una poetica, Mimesis, 2014, p. 22). Avvertibile sempre sottotraccia, al tema del silenzio è suggestivamente intitolata la quinta sezione del libro, Il dito sulle labbra, in cui si trovano questi versi maieutici, terapeutici: «Voce che tace guardandomi gli occhi / è la tua / quando peschi dalla mia anima / la frase greve che sta spingendo / per uscire» (p. 88), «…ascolti il mio ascolto, curando / nel mio silenzio il senso del tuo dire» (p. 87).

Il silenzio-dialogo mette in relazione col mondo, ovvero con Ciò che viene da fuori (sesta e ultima sezione, il titolo è ispirato a Zanzotto), con la condizione umana e il dolore, la storia e le vicende dei singoli, che vengono colte per immagini, dettagli allusivi, pietosi e pudichi («quel volto stretto e chiuso tra le gambe /abbracciate per farsi invisibile», p. 100; «Con la fronte abbracciata alle ginocchia / ci abbracciamo le gambe, talvolta / il canto di qualcuno ci solleva», p. 101), perché «la compassione è silenziosa» si dice nel testo dedicato a Sebastião Salgado (p. 99). «Ti salveresti volessi imparare / ad ascoltare le voci del mondo / … / i segreti che la luce non tocca» (p. 106).
Lo spazio di ascolto e silenzio che si schiude Tra parola e mondo è anche quello della scrittura e della lettura, due atti percettivi e conoscitivi capaci di decretare «l’inesistenza del mondo, la sua / inconsistente realtà, sempre incompiuta», «un tempo mobile» in cui «buio e luce si scambiano il posto» (p. 38). Questi ultimi versi sono tratti dalla seconda sezione Colpi a vuoto («Mi piacciono i colpi a vuoto. / I soli che infallibilmente / centrino ciò ch’enfaticamente / viene chiamato l’Ignoto», Giorgio Caproni citato in esergo), così come la seguente breve poesia: «Alla terra ai tuoi piedi tu chiedi / se quando sei a occhi chiusi / tra le palpebre serrate e buie / fuori il tempo rimuove le cose» (p. 31).

**

Nell’aria grigioperla un sole bianco
si alza in un volo di nebbia nolente,
mentre un fruscio di luce
attraversa i campi,
mi raggiunge, mi tocca
impercettibile, come acqua scorre
in una brezza che sembra sia un velo.
È breve:

giusto il tempo di una grazia.

*

a Sebastião Salgado

Scheggiato è il mattino, ed esule
in questo cielo che va riavverandosi
malgrado sia livido
di una notte sepolcrale.

Scheggiata e incerta è la luce, e incalza
la ragnatela di polvere e fumo
che l’allontana come andasse altrove.

Lei, lenta, scioglie i fili, uno ad uno,
e uno a uno si rincorrono in matasse
fluttuanti. Il sole dispera.
I vivi abbracciano e cullano i morti

… e altro non è da dire
poiché la compassione è silenziosa.

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Angelo Andreotti, Tra parola e mondo
collana “Pretesti” – Manni, 2021
128 pp. – 14 euro

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Immagine: © Sebastião Salgado / Contrasto. The beach of Vung Tau, formerly Cap Saint Jacques, from where the majority of boat people left. Southern Vietnam. 1995

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