La parola ai poeti. Abele Longo


Credo di aver scritto sempre poesie,
anche se è solo dal 2005, anno in cui è nata mia figlia Sophia, che è diventata una pratica abituale. Con la nascita di Sophia mi sono ritrovato ad avere meno tempo per quelli che sono i miei maggiori interessi, il cinema e il teatro, ed ho così scoperto che forme brevi come la poesia ben si confanno all’essere genitore. Mi sono ritrovato a leggere una cerchia sempre più cara di poeti – Yeats, Thomas, Campana, Vallejo, Bodini, Alberti, Pasolini, Dolci, Gelman, Bishop, Strand, Ondatje – e a scrivere versi su ogni pezzo di carta a portata di mano. Ne ho fatto la mia ”officina”, come mi piace definirla, che mi dà la possibilità di staccarmi dal quotidiano per reinventarlo, cercare parole e immagini come coordinate di un viaggio sempre nuovo.

Credo che siano diversi i motivi per cui si scrive poesia. Risponde al bisogno di colmare il vuoto esistenziale, ricucire lo strappo originario, è cercare di dare senso alle cose, iltentativo di fermare il tempo, provare a cogliere ciò che ci sfugge…. Ma è anche, più semplicemente, un prendersi cura dell’anima, un rifugio per lo sconforto, uno spiraglio inatteso di luce. Nei miei versi mi piace far confluire la Terra con le sue creature, sentirmi parte di un tutto che include anche chi non c’è più. Ciò che Aldo Capitini chiama “compresenza” e a cui mi riferisco nella poesia qui in calce. La compresenza è il saper sentire gli altri in noi, e gli “altri” sono anche i morti, chi ci ha lasciato la loro presenza nel ricordo.

Alla poesia attribuisco un ruolo fondamentale in quanto aiuta a porci delle domande, a scrutare come uno scandaglio la vita e il reale. Riuscire a condensare dando forma ai nostri turbamenti e sorprenderci per quello che non sappiamo ancora è ciò che la poesia sa fare. In definitiva, ci fa vedere meglio e ci rende meno soli. Per questo va diffusa e donata, deve esseredi tutti, imprenscindibile nella vita di ognuno.

***

Gli angeli maldestri

La notte dopo il tuo funerale

venisti a trovarmi sotto casa

ti guardavo attraverso la finestra

accendere la sigaretta

curvato nel gesto antico

così come è sempre stato da quando

ci insegnarono a dividere la lavagna

in buoni e cattivi

gli angeli con me hanno vita strana

sono io che li consolo

maldestri mi somigliano nello spirito

sono angeli che in terra contavano poco

le cui movenze non furono colte

la sbadataggine di scampare

e tornare sulla strada

di prenderla senza convinzione

uomini che firmavano con la croce

occhi gonfi di vino adulterato

donne nella dilapidazione degli anni

con la stessa pelle candida

ragazze vissute senza carezze

scappate in un vestito da sposa fuori misura

bussarono disperate a ogni porta

 

( da Abele Longo, Scrittura con vista, di prossima pubblicazione per per Terra d’ulivi Edizioni)

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