Massimiliano DAMAGGIO. Io scrivo nella tua lingua. Nota di Giovanni Nuscis

 

Massimiliano DAMAGGIO

Io scrivo nella tua lingua

Poesie – Testo greco a fronte, traduzione di Giorgia Karvunaki

Editrice ZONA

Collana Rossocorpolingua

Nota critica di Mia Lacomte

 

Rielaborare la propria infanzia, il proprio vissuto è ciò che tutti, in varia misura e modo, proviamo a fare. Talvolta edulcorando ricordi per nulla sereni e gioiosi, e viceversa. Ma la rielaborazione della nostra storia personale, nel quadro di quella più ampia, collettiva, ha i suoi tempi, i suoi modi, i suoi esiti. Parafrasando Tolstoj, il celebre incipit dell’Anna Karenina (“Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”), possiamo dire tutte che le infanzie felici si assomigliano, mentre quelle infelici sono ognuna infelice a modo suo. Mi domando però fino a che punto l’infanzia possa segnare oltre misura la vita successiva, se le ferite e il dolore di quel periodo, al pari di altre ferite e dolori sopraggiunti in altre età, non siano invece il viatico inevitabile quanto prezioso per un proseguo di cammino più consapevole e gratificante, specie nelle personalità artistiche in cui l’empatia e l’intuizione, profonde, non sarebbero possibili senza l’esperienza del dolore.

Massimiliano Damaggio, con la sua nuova raccolta poetica Io scrivo nella tua lingua, compie questo percorso a ritroso frugando nella carne viva del ricordo, nelle sue sequenze più significative, e ce ne rende partecipi. Scrive Mia Lecomte nella sua nota finale (Le cose che accettano di arrendersi): “Questo libro, come spiega Damaggio “è la messa a nudo della memoria di un’infanzia”, e come tale si muove lungo la strada da lui intrapresa nel tempo con sempre maggiore decisione: una torsione sempre più radicale “all’oscenità” – “nel buio ascolta / il latrare del tuo male / che sfonda il tetto” – attraverso una scrittura in continua oscillazione fra la violenza dello svelamento necessario e una puntigliosa delicatezza.”

Il dolore, nella poesia di Massimiliano Damaggio, espresso appunto in tutta la sua violenza, lungi dal cromatizzare la pagina con buie tonalità, diviene forza sorgiva perché “solo a un bambino (e a un poeta) riesce l’incanto di un cielo senza notte…” (Francesco Marotta nel suo esergo iniziale); e ancora, “di tutto questo naufragio si salva forse un bambino / che seduto sul pallone / nelle pozze dell’asfalto / vede riflesso il cielo come un canto” (Il durante il naufragio). Un dolore che guarda dritto in faccia il dolore, ma che procede poi oltre il dolore, non solo perché “non è corretto / e non è poesia / raccogliere un dolore / per scrivere parole” (IV madre), ma perché il discorso poetico di Massimiliano Damaggio è sostenuto da versi di ricercata qualità linguistica, mai contaminati dalla lingua standard, piatta, ordinaria.

Il libro, con testo greco a fronte di Giorgia Karvunaki, è strutturato in cinque sezioni: arrivi e partenze, sfavola, dove comincia il bosco, dove finisce il bosco, dove inizia il rumore.

Luogo di partenza nel viaggio a ritroso è una fotografia, con l’immagine del poeta bambino a cui il poeta ormai adulto si rivolge, sommessamente, per dirgli di non saper “scrivere nella sua lingua”, che: “incontrarti oggi in uno specchio di carta / mi ha fatto tremare le mani / perché ti ostini ad accompagnarmi di nascosto / all’uscita di ogni galleria” (I polaroid); un sé bambino per cui provare tenerezza e premura, ma anche coscienza che poco sarebbe bastato a cambiare destino: “se potessi gli direi guarda che sei ancora in tempo / saltala quest’acqua / ora che è solo una linea” (II durante il naufragio). Ma il corso delle cose procedeva e certe immagini segnavano dolori incancellabili, come questo e altri, riferiti alla madre: “se stai piegata in due dentro la stanza / al primo piano della casa abbandonata / mentre urli al bambino / che scappa, e cade per le scale, e si nasconde” (IV madre), “…e aspetto d’abitare / il calore mai fiorito nel tuo nome” (…), “c’era un bambino che /

non poteva essere e / il suo tempo di poco tempo / a giornata…” (V sfavola).

La poesia è spesso proprio questo: esercizio medicamentoso o lenitivo delle ferite della vita, e riscatto, correttivo di ciò che l’esistenza non doveva essere e invece è stata. E si materializza il sogno, almeno un poco, per poi dissolversi, di nuovo: “la vita è bellissima, sai, e a tratti / potrai sfiorarla, nelle pause / ma solo per un attimo, prima di tornare / nel rumore” (VII macchina del tempo). Non deve dunque darsi per scontato il trionfo del dolore: “è ancora possibile una forma di gioia per questo corpo / che fa gesti con le mani, ride, parla / passa la notte davanti agli uomini rotti / là dove tutti i vuoti coincidono” (XIX il palloncino).

 Sassari, 14 ottobre 2022

Giovanni Nuscis

 

*

 

I polaroid

mi guardi dalla fotografia

ma io non so scrivere nella tua lingua

di cosa si chiamava bambino

ed era viaggio di vento, irruzione

nel nuovo giorno, al calendario

scandalo

 

incontrarti oggi in uno specchio di carta

mi ha fatto tremare le mani

perché ti ostini ad accompagnarmi di nascosto

all’uscita di ogni galleria

 

quando insieme per la sorpresa ridiamo

di fronte a un’improvvisa voragine di luce

 

*

 

III dalla pensilina

ogni arrivo, se lo guardi bene, è una partenza

chi si abbraccia nel saluto, non sa

di salutare un arrivo

 

e di solito è nel ritorno che

chi si vede nei vetri ha più paura

di abbracciare uno sconosciuto

 

perché anche tornare è andare

in un posto che non c’era

 

*

 

IV madre

 non è corretto

e non è poesia

raccogliere un dolore

per scrivere parole

 

se stai piegata in due dentro la stanza

al primo piano della casa abbandonata

mentre urli al bambino

che scappa, e cade per le scale, e si nasconde

 

nel buio ascolta

il latrare del tuo male

che sfonda il tetto

 

*

 

XIV allenarsi a dimenticare

mi aspetti in cima alla salita

dove finisce il bosco

e la luce inizia

a scolorirti

 

mi mostri una coda di lucertola

che si muove ancora

e dici tanto poi gli ricresce

come noi

insistiamo a vivere

quello che perdiamo

 

e subito cadi fra le cose

che accettano di arrendersi

 

perché solo quello che si spegne

risplende

 

*

 

XVII allenarsi a ricordare

 tu ora sai che di te è rimasto un soffio

sai che il soffio che di te è rimasto

è come provare a raccogliere una nuvola

 

di questo soffio che di te è rimasto

io respiro, e ascolto il tuo respiro come il battito d’un cuore

che mi chiude nel sonno

 

tu ora sai che l’uomo che è tornato

per donarti

all’amore degli insetti e delle vipere

cerca ancora il tuo respiro,

 

quando l’albero s’inceppa

e gli uccelli stanno, senza suono

e nel corpo del tuo tempo

 

cado

 

*

 

Massimiliano Damaggio (1969), vive in Grecia. Nel 1994, selezionato da Giancarlo Majorino, rappresenta la città di Milano alla “VII biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo”. Negli anni successivi partecipa a diverse manifestazioni e letture, fra cui Milano Poesia Giovani. Nel 1996 pubblica il libro “Neon” (Lalli, Poggibonsi). Nel 1999 smette di scrivere e per più di dieci anni si allontana dall’ambiente letterario. Nel 2011 pubblica il libro “Poesia come pietra” (con prefazione di Carlo Bordini, Ensemble, Roma). Inizia a collaborare con siti e blog sia in Italia (Rebstein/La dimora del tempo sospeso e altri) che all’estero (Poiein.gr) pubblicando propri testi e traduzioni di poesia dal greco moderno e dal portoghese. Nel 2015 dà vita, insieme ad altri amici, al blog “Perìgeion”. Poi se ne allontana. Nel 2017 pubblica il libro “Edifici pericolanti” (con contributi critici di Fabio Franzin e Nino Iacovella, Dot.com Press). Nello stesso anno pubblica in Francia il libro “Ceux qui prennent un café face à la mer” (traduzioni di Olivier Favier, Alidades). Segue un altro periodo di allontanamento dalla poesia e di silenzio. Nel 2021 riprende la collaborazione con “Rebstein/La Dimora del tempo sospeso”. Per il 2022 è prevista anche la pubblicazione con l’Arcolaio della prima (e fin’ora unica) antologia in italiano del brasiliano Paulo Leminski.

 

 

 

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