Recensione di Giovanni Agnoloni
Daniella Stallo, Winday, Armando Editore, 2022
L’indagine al centro del romanzo Winday di Daniela Stallo è al contempo letteraria, sociale e politica. Non poteva che essere così, per una vicenda ambientata a Taranto e che ha al proprio centro l’Ilva, coi suoi fumi e il suo multiforme impatto sulla vita delle persone.
Una misteriosa esplosione che appare come un attentato terroristico sopraggiunge durante una processione religiosa in città, interrompendo le cicliche abitudini della popolazione, che sono andate avanti a dispetto dei tanti problemi causati dall’inquinamento prodotto dalle acciaierie. E la piega che prende la ricerca condotta da Lucrezia, la fotografa protagonista, insieme all’ispettore di polizia Iacovelli, finisce dunque per entrare in territori scomodi, quelli del terrorismo a matrice ambientalistica, le cui lontane matrici risalgono agli anni ’70.
Il tessuto di consuetudini locali e vite private, formato da tessere unite con gusto quasi musivo a formare un articolato scenario sociale, viene acquisendo progressivamente una profondità viscerale dai tratti inquietanti. E questi aspetti socio-politici, come accennavo, sono ulteriormente arricchiti dalla letterarietà (e meta-letterarietà) dell’esperimento dell’autrice, che inserisce nella narrazione una componente surreale, con dialoghi tra Lucrezia e il simenoniano ispettore Maigret, suo “nume tutelare”, che entra in scena muovendosi nella sua casa e portando con sé, indirettamente, il suo stesso creatore. Di Simenon vengono infatti riportati – distinti dal resto del testo solo da un font diverso (coi dovuti rimandi bibliografici in nota) – vari estratti dei suoi romanzi.
La storia, perciò, consegue sempre più una complessità tridimensionale, pur continuando a scorrere con una godibilità stilistica che è aderenza al tessuto materiale delle cose e, al contempo, ai moti intimi dell’animo della protagonista, resi anche attraverso parti in stile “flusso di coscienza”, dove le sequenze di parole scelte ingenerano un effetto di proiezione verticale tra gli spigoli e le asperità degli eventi personali e collettivi.
Qui si riverbera sicuramente anche la formazione e la competenza giornalistica dell’autrice, che insieme all’altra sua anima, quella di giurista, concorre a tenere ancorata a terra la vicenda in tutta la sua complessità. Ma la sostanza rimane quella di un ottimo romanzo d’investigazione scritto con mano letteraria, che aiuta a capire meglio i misteri italiani – e anche il modo in cui tanti (troppi) si sono rassegnati ad accettarli come la “normalità”.
