Tre sentieri per desiderare
Nella mia esperienza vita – desiderio – scrittura sono inscindibili e il desiderio è come un filo invisibile che attraversa il passato e il presente, tracciando i passi “verso il futuro più breve”. Il titolo Desiderare, con il verbo all’infinito, e l’esergo al libro, sottolinea questo percorso di interminabile ricerca: “Si scrive col proprio desiderio, e io non smetto mai di desiderare”. (Roland Barthes).

Dalla pubblicazione dell’ultima raccolta di poesie, intitolata Con la promessa di dire, (Book editore, 2016) sono trascorsi alcuni anni abitati da conflitti geopolitici, smarrimenti e personali svolte esistenziali. Desiderare è stato scritto durante il periodo di isolamento determinato dal Covid: la necessità di scrivere è diventata urgenza di dire, da custodire con attenzione e cura.
Il libro, che ho dedicato a mia madre, è articolato in cinque sezioni: Il giardino dell’attesa, Canto del silenzio, Confini d’acque e isole, L’amore accade, La vita tenace che sono tra loro collegate dal filo rosso del desiderio, e dall’inquietudine, nei differenti spazi e tempi della mia vita.
Ho cercato di riflettere sulla nostra condizione di umana fragilità, sempre più esposta agli eventi improvvisi e dolorosi. Mi sono immersa, tra oscurità e luce, nel silenzio della parola poetica che apre ad un’altra visione delle cose. In tal modo l’isolamento forzato si è alleggerito “dall’angoscia che mai inganna” e dalla stanchezza che spesso immobilizza. Questa condizione di isolamento, lentamente, si è trasformata in solitudine creativa, ascolto del silenzio vivo, necessità che ha origine dalla mancanza che traccia inediti percorsi introspettivi e relazionali. La scrittura poetica può essere scoperta, ricerca, costruzione che richiede silenzio, pazienza, umiltà. Forse è necessario chiederle ciò che non si sa di sapere. La poesia diventa così un viaggio tra assenza e presenza che interagiscono, prossimità e altrove che si integrano verso la ricerca dell’essenza delle cose, che ci avvicina alla bellezza della natura.
In particolare, cerco gli elementi naturali che comprendono tutto ciò che appartiene alla natura. Preferisco camminare nei luoghi solitari e selvaggi, conoscere il nome degli alberi, percepire il loro respiro lirico, le stratificazioni della terra, delle radici, osservare il cielo. Guardare la bellezza, spesso tormentata degli alberi, tenaci esseri viventi e maestri dove trovare riparo.
A proposito del mio legame con la natura, scrive Alfredo Rienzi nella profonda e accurata prefazione: “L’altro macrotema dilagato nei versi è quello della Natura. Che derivino dalle origini contadine della famiglia, o dalle esperienze di viaggio o dal vivere contingente, i naturalia sono presenti con dovizia e in tutte le aree della raccolta. Non per elencazione, mero sfoggio o distaccata tassonomia. Il paesaggio naturale è l’alter ego della poetessa (“il luogo che è in te”), nel quale è infusa e dal quale si effonde uno spirito partecipato e vitale. Certo non è un caso l’esplicito riferimento al mito di Pan: “(Il Grande Pan è vivo rispondono gli Déi Mani)”.
E in questo movimento contemplativo e conoscitivo “La forza indomabile del desiderio” – come dico in una poesia – mi ha condotta dentro e fuori di me, approfondendo la riflessione sulla memoria, il tempo e la natura; i legami d’amore, la morte e l’anima.
Una prospettiva dell’ascolto e del dialogo con l’altro dove ho accolto la luminosa inquietudine della ricerca interminabile, perché – come scrivo nella chiusa di una poesia:
(…) il desiderio mai s’arresta
se non ci dimentichiamo di andare
sempre e ancora dentro – fuori di noi”.
E diviene più semplice comprendere la valenza positiva della mancanza rivolgendo la nostra attenzione all’ etimologia della parola: desiderio deriva dal latino, ed è un termine composto dalla particella privativa de e dal termine sidus che significa stella e il plurale sidera che significa stelle.
Dunque, desidera, da cui desiderio, significa letteralmente mancanza di stelle, avvertimento della loro mancanza.
Il de privativo sottolinea la lontananza dall’orientamento, l’impossibilità di seguire la rotta indicata dalle stelle, ma anche l’avvertimento positivo della mancanza che favorisce il desiderare, il guardare il cielo e la ricerca delle proprie stelle.
Il desiderio che finora ha abitato la mia vita proviene da lontano. Talvolta, perduto nell’immaginario, era quasi opaco, simile alla distanza infinita delle stelle nel cosmo. Stelle che magari sono già spente, ma continuano a mandarci la loro luce, e così possiamo ancora vederle. Accogliere il desiderio è una conquista interiore, psichica e spirituale: nel corso del tempo ho imparato a trasformarlo, a rispondere alla sua chiamata con gioia e tenacia. Coltivando gli spazi di libertà e la necessaria lentezza che richiedono la scrittura poetica. Un’attività affine a quella del giardiniere, non a caso, la prima sezione del libro, permeata da un sentimento di malinconia e gratitudine, si intitola Il giardino dell’attesa.
In esergo ho scelto questo frammento di Eraclito: Acque sempre diverse scorrono/ per coloro che s’immergono negli stessi fiumi. Sintetizza bene un tema della mia ricerca poetica, quello del viaggio di ritorno che in questo libro varca altre soglie e apre nuove porte.
Per cercare sempre l’intima natura delle cose in quanto:
“Ai luoghi imprevedibili
si radica la parola poetica
immergendosi nell’ ascolto
delle voci umane e delle ferite della terra”.
E prima di tutto, in questo mondo sempre più indifferente e devastato, avere cura delle relazioni, delle ferite del corpo e dell’anima. Essere in ascolto dell’altro, soprattutto nella nostra società che preferisce l’apparire, i modelli irraggiungibili, il godimento immediato: un godimento compulsivo, senza desideri. che produce disagio psichico e sociale. Profonda infelicità in cui lentamente la vita si spegne, oppure ci viene tolta con feroce violenza. Per questo è importante continuare a coltivare compassione e tenerezza, la loro struggente bellezza, che ci ricordano l’unicità degli esseri e la nostra umana fragilità. E non dimenticare le molteplici condizioni della sofferenza sia nella realtà umana che nel mondo animale – vegetale.
Concludo con una riflessione dedicata alle ore in cui preferisco leggere e scrivere, quasi sempre quando sono più in ascolto delle intermittenze del tempo, dei suoni nei passaggi della luce. L’ora blu mi è particolarmente cara: la parola poetica è più vicina agli effetti interiori, al dialogo tra visibile e invisibile, all’ascolto delle Voci d’assenza (Editrice Artistica Bassano, 2012) che è il titolo del mio primo libro di poesie.
E percepisco quel mistero che è dentro all’ombra delle cose, che mi avvicina alla notte,
al cielo stellato.
Il filo tenace del desiderio ha tracciato il mio percorso nella scrittura poetica che ho sintetizzato nei titoli dei libri, ha concretizzato un sogno che si è trasformato nel progetto di questa trilogia che chiude il cerchio.
Qui e ora, Desiderare è simile a una luce brillante che assomiglia a Venere, la stella del mattino che ritorna al crepuscolo e tramonta dopo la nascita del sole.
E quando la poesia accade, semina il silenzio delle parole, la loro sonorità, attraverso il ritmo del desiderio inestinguibile, in tutta la vita preziosa che mi è stata donata.
Perché Tra la realtà umana: “ciascun giorno – ora che invecchio – è un dono da respirare”.
Stefania Bortoli ottobre 2023
[NB: Per leggere i testi, utilizzare lo scorrimento da sinistra a destra e da destra a sinistra]
Da: Sezione I – Il giardino dell’attesa
Libera i tuoi occhi che vedono
l’ombra più scura
dove è intensa la luce
A gennaio
il seme è fiducioso
e riposa sotto la neve nel gelo della notte
Finalmente il giardino dell’attesa
è solitario – vuoto
Custodisce,
coltiva la mia solitudine allargando le braccia
Ai luoghi imprevedibili
si radica la parola poetica
immergendosi nell’ascolto
delle voci umane e delle ferite della terra
Per noi esiste un sogno d’acqua
Nel luogo atteso
lentamente una penombra si avvicina
mi viene incontro
lungo il fiume benedetto
– Eccomi – sono abbandonato sulla riva
più non ricordo il nome
né saprei ritrovare l’infinito fiume
In questo istante sospeso
di più vorrei rivederlo
Forse incede fra i pioppi bianchi dell’infanzia,
amata bambina mia
Ora siamo in questo silenzio di sabbia
disperso dal vento con le prime foglie…
- Finalmente, caro papà, hai imparato a nuotare
e riposi l’esile corpo sulle rive umane.
Nelle rive umane siamo lacrime
appassite nei semi dell’attesa,
con le ultime foglie
Siamo la nostra Solitudine
– Ma ora non andare via,
non lasciarmi più solo, figlia mia
Raccoglimi dall’acqua
(come una piccola anima smarrita)
rimani con me e tienimi per mano -
Nota
Piccola anima smarrita: citazione dell’esergo di Memorie di Adriano
di Marguerite Yourcenar.
(“Animula vagula, blandula/Hopes comesque corporis, (…), P. Aelius Hadrianus, Imp.
Da: Sezione II – Canto del silenzio
Non so se sono nata
dove il tuo primo sguardo mi ha riconosciuta
forse quando sono venuta al mondo
attraversando
il ritmo del respiro rapido
e profondo – concepito in agosto.
Eppure sin da bambina
ho sentito la dolcezza e la forza
che tra noi è passata.
Come mia mamma non perdo mai la tenerezza
per farne il suono della voce
il lievito della speranza come memoria del futuro.
E tante carezze per te che diventi sempre più vecchia.
Nota
memoria del futuro, intervista a Eugenio Borgna
in "Avere speranza vuol dire anche aprirsi all’inatteso".
Da: Sezione III – Confini d’acque e isole
Come uno stormo di cicogne bianche
che migrano
anche le balene si chiamano
sulla linea azzurra vitrea – a noi ignota
Tracciano sentieri d’acqua
oceani abissali senza confini
- infrasuoni che viaggiano
velocemente nell’acqua -
Noi siamo simili ai delfini
siamo capaci di rimanere sott’acqua
in una breve profondità di tempo
che sfugge via
Da: Sezione IV – L’amore accade
Il figlio dell’altra a Abraham B. Yehoshua
I.
In una notte di nascite premature
i padri non trovano nessuna parola
per nominare lo scambio dell’origine dei propri figli.
Culle confini muri
il rancore – l’odio
stratificati nelle rovine della Storia.
Tra le rovine la Memoria
è senza riparo
e straccia resti – ossa – la carne dell’identità.
Le madri conoscono bene
gli atti che maledicono:
le vendette si tramandano
tra le generazioni aprono crepe
l’abisso dell’odio che tutto rovina.
II.
Le madri mettono in pratica l’antico principio
del non rovinare. Sperano sempre
che il Canto del riconoscimento pronunci i nomi
le oscure ferite deposte sui calvari.
Ricordi
i figli interrati nei cimiteri dei numeri
sepolti senza lapide
sotto strati di terra e pietre.
Ricordi i vólti, le mani,
gli occhi amati dei loro figli con i riccioli neri.
III.
Nelle mani in grembo giunte
le donne trattengono le morti e la vita.
Ma le madri invocano ciascuna lacrima,
e pregano che il Canto del lutto
sciolga l’umano pianto.
Le figlie avvolte nel silenzio
custodiscono sguardi dolorosi
nell’aria di polvere del Medio Oriente.
E sanno che l’amore è paziente – giusto:
nel nome della dignità delle persone
e della pace – non rovinare.
IV.
Nel giardino dei limoni le madri accoglieranno
lo scambio dell’origine
padri e fratelli al cospetto del perdono.
Sulla collina della primavera fioriscono le zagare
e l’amore oggi accade a Tel Aviv.
Note
Il figlio dell’altra: è il titolo del film di Lorraine Lèvy (Francia – 2012).
Non rovinare: è il principio del “Bal tashchit”, in La figlia unica
di Abraham B. Yehoshua.
Nei cimiteri dei numeri: sono i luoghi dove vengono interrati i corpi dei “nemici
di Israele”,
e per lo più sono palestinesi. Poco si conosce di queste fosse comuni,
anche se, grazie alle ricerche dei giornalisti
israeliani e internazionali, sarebbero stati individuati quattro siti
Tel Aviv – Yafo: letteralmente collina della primavera.
Da: Sezione V – La vita tenace
Scrive come la luce dentro l’oscurità del bosco
svela profondità di sguardi
la misteriosa inquietudine.
Nasconde distorte radici
sentieri contorti di una vita sotterranea.
Nasconde bene il luogo invisibile
dove rimane sepolto
il mistero ai nostri sguardi.
Sotto antiche radici che custodiscono vecchie ceppaie
tagliate dal tempo dell’uomo
continua a vivere la vita.
Sono testimoni il cielo il vento, nuvole che passano.
Ci circonda la Natura.
Semplicemente intuisce
il segreto della genesi inciso
nella corteccia rugosa della quercia
nel nome degli alberi e delle cose.
Natura che ascolta il verso delle volpi.
Decifra il seme fiducioso della felce:
ama la pioggia leggera,
l’umida nebbia che non lascia passare
il vento pulsante né il nostro solitario pensiero.
Sul bordo delle dure rocce
le tue mani portano la Luce,
in ascolto le sue pupille aperte
mentre scrivono bianco su nero.
Un ciclo infinito di forme ignote
come fosse sempre
la prima volta il luogo che è in te.
Forse dovremmo lasciare che l’umida terra
si impasti con la polvere
ritrovarla così mescolata,
coperta di cenere,
di zolle erbose che attraversano il Tempo…
Nel silenzio rosso dei cinque sensi
comprende di noi
ciò che preferiamo non vedere.
Eppure il ragno tesse l’elastica tela,
nelle pieghe rugose del legno
il ragno non ignora la bellezza dei vólti dei dèmoni.
(Il Grande Pan è vivo rispondono gli Déi Mani)
Così la natura selvaggia incide
l’incessante impermanenza.
L’eterna presenza si trasforma
calma e furiosa
come il canto del bene e del male
dentro la penombra esitante del bosco,
scivolata nelle umane radici,
nelle nostre fragili mani,
sopra le foglie in un giorno d’autunno.
Note
Questa poesia ha ispirato il Libro d’Artista omonimo realizzato per “Libri di versi 14”
nel 2022 insieme all’artista Anna Bello.
“il luogo che è in te” cfr. Angelus Silesius: Il Pellegrino Cherubico, ed. La Locusta,
Vicenza, 1990. (Antologia a cura di Giuseppe Faggin.)
“Tu non sei il luogo/è il luogo che è in te”
“Il Grande Pan è vivo.”
Il riferimento è la variante al mito di Pan-Faunus: racconta Plutarco che sotto il regno
di Tiberio, un vascello romano si trovò a passare nei paraggi di un’isola del mar Egeo,
quando il vento cessò improvvisamente e nel silenzio si udì una voce gridare:
“Il Grande Pan è morto”. A quella notizia da ogni parte dell’isola scoppiarono pianti,
gemiti e singhiozzi di cui non si seppe mai la provenienza.
(da Pan: Il dio della natura selvaggia di Mauro Melon)
Dentro al cuore di un inverno mite
la solitudine del tuo albero mi avvolse
s’incise con il silenzio tra lunghi rami spogli
s’allungavano – nello spazio vuoto- avorio lucente
Ed io non sapevo più se – l’infinito tendere
fosse fuori o dentro di noi
Stefania Bortoli (1960) è nata a Thiene (Vicenza) e vive a Pove del Grappa.
Si è laureata in Pedagogia all’Università di Padova con una tesi di Estetica e Psicoanalisi. È stata docente di Lettere al Liceo Artistico.
Ha pubblicato:
Voci d’assenza (Editrice Artistica Bassano, 2012), prefazione di Stefano Guglielmin, postfazione di Gianni Giolo. Il libro è stato segnalato al Convegno internazionale di Poesia a cura di Anterem (2011) ed ha ricevuto la Menzione di merito al Premio Nazionale di poesia “Achille Marazza del 2013.
Con la promessa di dire (Book Editore, 2016) ha ottenuto La Menzione d’onore al XXXII Premio “Lorenzo Montano” (2018) ed è stato tra le opere finaliste alla 8^ Edizione del Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca” (2022).
Desiderare (Arcipelago itaca Edizioni, 2023, Collana Mari Interni a cura di Danilo Mandolini).
La silloge inedita Il giardino dell’attesa ha vinto il Primo Premio Silloge Transiti poetici del 2022.
Sue poesie sono presenti in blog letterari quali di “Sesta e di Settima grandezza”, “Blanc de ta nuque”, “Perigeion” e nell’Antologia “Transitipoetici, Volume XXVII, (2021).
Ha partecipato a rassegne, letture e incontri di poesia.
Ha realizzato diversi libri d’artista che interpretavano i suoi testi poetici prodotti con artiste visive:
Orizzonte terraaqueo– laboratorio di Lettura e Scrittura Poetica di Artémis – Pittori in Acqua. (2008)
Il colore del disgelo, con la pittrice Graziella Da Gioz (2017).
Scrive come la luce dentro all’oscurità del bosco, con Anna Bello, in Libri diVersi 14, evento di Notturni 2022.
La luce dorata del meriggio, con il gruppo di artiste Donne al Torchio (2022)
Come uno stormo di cicogne bianche, con l’artista Monica Martin, in Libri diVersi 15, evento di Notturni 2023.



Ho letto e apprezzato molto la lirica di Stefania Bortoli soprattuto per la sua componente misteriosa e misterica, che intravvedo nei versi: “Appeso sulla cima dell’eucalipto / c’è un bradipo piede lento. / Vive nascosto nell’intricata vegetazione verde scura. / Mimetizzato nei verdi riflessi del mantello dorme, / dorme cogli occhi aperti – e osserva le cose / con la testa capovolta. L’albero è la sua casa solitaria / lasciata in dono da sua madre quand’era piccolo”. Versi come questi mi fanno trasecolare, per le segrete parole evocative, e ancestrali e gli echi misteriosi che essi suscitano, rallentano, planano e restano nell’animo per esprimere l’enigma oracolare della vita