Dimestichezza con la scrittura e le sue cose
Alcuni dicono che l’impulso a scrivere trovi il suo fondamento dentro una ferita.
Non mi sono mai posto la domanda: perché scrivo? Ho sempre vissuto la scrittura come una pioggia, come un evento ciclico inevitabile, una maniera in cui il destino chiama e mostra la sua vera faccia.
Guardando indietro, trovo un forte attaccamento alle parole, una vera fascinazione.
Ho trascorso i primi cinque anni della mia vita a Livorno, e nelle mie orecchie per prime hanno risuonato parole scintillanti, un accento che del Tirreno riportava profondità e luce.
Quando la mia famiglia si è trasferita in Puglia quello che più mi ha colpito è stata la differenza di accento ma anche la minore luminosità delle parole, che tendevano a smorzarsi come onde pigre sulla battigia, mentre, nella città da cui provenivo, le ultime sillabe venivano enfatizzate da una felice battitura.
Inoltre la presenza del dialetto, che era in effetti una lingua parallela e a me del tutto incomprensibile, mi ha posto in una situazione di estraneità.
Questa differenza ha creato in me un disagio, è forse questo spaesamento che mi fa sentire estraneo, lontano, confinato in una precisa solitudine.
Dunque ho amato sempre le parole, le ho considerate la mia vera casa, e l’affezione si è trasformata dapprima in dimestichezza, in devozione poi, e persino in celebrazione.
Non è bello citare dei propri versi, ma trovo che questi, che parlano appunto della mia infanzia, siano un esempio chiaro di cosa intendo:
Me ne stavo aggrappato come a una certezza
a quelle belle parole luminose, rotonde, a quell’accoglienza
morbida, materna, alla magia di quel sapore, a quelle parole
che non volevo sporcare con l’accento…
e più avanti:
Ci ficcavo dentro gli artigli come un gatto,
ne sperimentavo la consistenza, il suono, le soppesavo
tra le mani, ne saggiavo gli spigoli, i contorni, e come
un bracco le fiutavo, le marcavo di minimi schizzi,
ne assorbivo gli odori di città o di bosco, di primavera
o di scomparsa, tutte quelle parole saporite
gonfie di domande. Fu così allora che buttai giù
dei versi.
Sebbene in maniera ancora inconsapevole, era sincero l’atteggiamento di devozione alle parole, un affetto ritrovato, una maniera di riconquistare una patria, di sentirmi a casa.
È stata la ferita di uno straniamento a spingermi a scrivere, credo sia andata in questo preciso modo.
La scrittura stringe in grandi spazi di solitudine, la solitudine di chi percorre il mondo, lo ama, ne accoglie i minimi suoni, ma si sente ai margini, sempre un intruso, estraneo ai traffici, ai maneggi, alle dinamiche correnti.
E tuttavia tramuta la solitudine in occasioni irripetibili di gioia: camminare tra la gente ed essere capace di guardare il cielo, seguire la progressione delle nuvole, ascoltare l’indecifrabile chiasso della vita, correre lungo la battigia nel respiro del mare, sono piccoli fortilizi di passione, sono grandi felicità negate ai più, privilegi che concede una certa dimestichezza con la scrittura e le sue cose, propaggini della creatività.
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Paolo Polvani è nato nel 1951 a Barletta, dove vive. Ha pubblicato diversi libri di poesia, ultimi dei quali: Una fame chiara, Terra d’ulivi edizioni, 2014; Cucine abitabili, MR editori 2014; Il mondo come un clamoroso errore, Pietre vive 2017; L’azzurro che bussa alle finestre, Versante ripido 2018; Miracoli del giorno, Macabor editore 2023. È presente nel Quinto repertorio di poesia italiana contemporanea, edito da Arcipelago Itaca, 2021. È incluso in “Ossigeno nascente”, censimento dei poeti italiani curato dall’università di Bologna. Alcune sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo, portoghese, romeno, giapponese. È tra i fondatori e redattori della rivista “Versante ripido”.



Solitudine e grandi gioiose aperture sul mondo sconosciute ai più, è vero… questi sono i doni della scrittura e prim’ancora della lettura…