Recensione di Giovanni Agnoloni
Diego Zandel, Un affare balcanico (Voland, 2024) e Autodafé di un esule (Rubbettino, 2025)
È raro che due libri formino un discorso unitario a tal punto da potere non solo essere presentati insieme – come avverrà al centro culturale “Itaca” (a Firenze, in via di San Domenico 22) il 12 marzo 2025 alle ore 18,00, ma da formare oggetto di un’unica riflessione. Parlo di Un affare balcanico e Autodafé di un esule di Diego Zandel, rispettivamente editi da Voland (2024) e Rubbettino (2025) e pur diversi per genere – romanzo l’uno, saggio/pamphlet l’altro – e per argomento – il primo, un’indagine condotta “dall’interno” dell’affare Telekom Serbia, alla fine degli anni ’90; il secondo, uno sguardo retrospettivo, autobiografico e di denuncia sulle violenze, gli ostracismi e i silenzi di cui gli italiani dell’Istria, della Dalmazia e della Zona B del Territorio Libero di Trieste – amministrata dalla Jugoslavia fino al 1954 e poi divenuta de facto parte del suo territorio – furono vittime a seguito della caduta del fascismo e negli anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, per poi ritrovarsi profughi in territorio italiano e disdegnati da gran parte del mondo politico e culturale.
Due libri diversi, appunto, eppure strettamente collegati, in primo luogo perché in entrambe le storie l’autore è in qualche modo coinvolto. Per molti anni è infatti stato un responsabile-stampa di spicco all’interno di Telecom Italia, e perciò addentro a molti particolari della tentata acquisizione di un’importante quota di telefonia serba, negli anni di governo di Slobodan Miloševic, da parte dell’azienda italiana. Inoltre, è lui stesso un esule istriano, nato in un campo-profughi dove i suoi genitori, originari di Fiume, si erano rifugiati.
Chiaramente, quella di Un affare balcanico è una storia di finzione narrativa, sia pur basata su fatti e nomi storicamente reali, per cui si potrebbe parlare, in un certo senso, di un “romanzo storico”, oltre che di una sorta di thriller dalle risonanze spionistiche. Il racconto di vita vera presente in Autodafé di un esule è invece la Storia con la S maiuscola, osservata partendo dai ricordi di Zandel e dalle risultanze del processo – pur finito con un’assoluzione per carenza di giurisdizione da parte della corte italiana – di Oskar Piškulic, capo a Fiume (poi divenuta Rijeka) della polizia segreta jugoslava responsabile della persecuzione e dell’infoibamento di tanti italiani dell’Istria, per non parlare delle migliaia di persone costrette alla fuga, come appunto il padre e la madre dell’autore.
Il tono della sua scrittura, dunque, è sì accorato, ma rigoroso e obiettivo anche laddove si fa simile a quello di un’invettiva, rispetto a quella parte della Sinistra italiana che per decenni ha evitato l’argomento per un riguardo nei confronti del regime comunista titino che reggeva la Jugoslavia. Zandel infatti non nega le violenze precedentemente compiute dai fascisti verso gli slavi confinanti prima dell’8 settembre 1943 – argomento spesso usato per “giustificare” la reazione partigiana jugoslava che sarebbe seguita –; dice piuttosto che tanti degli italiani perseguitati erano brave persone estranee al fascismo, anzi in molti casi suoi oppositori (come i suoi genitori), ma che, solo per la loro lingua e la loro etnia, si ritrovarono nel calderone dei nemici da eliminare. E, cosa ancor più grave, ci si ritrovarono anche dopo, in Italia – o in quell’altra Italia, quella rimasta a seguito della perdita dei territori di fatto ceduti alla Jugoslavia dopo la fine della guerra (cessione che sarebbe stata formalizzata nel 1977 con il Trattato di Osimo).
L’autodafé di Zandel è anche una confessione imbarazzata, perché lui, uomo di sinistra di vocazione socialista, per diverso tempo si adeguò alla “regola del silenzio”, ferendo anche suo padre per questo, salvo poi riprendere coscienza della verità storica e sentirsi in dovere di denunciarla. E in questo filo di scomode verità rientrano anche i più recenti rapporti dell’Italia col regime del genocida Miloševic e dei suoi sgherri, legati a squallidi interessi economici e articolatisi attraverso l’intervento di loschi faccendieri, che in Un affare balcanico vengono descritti con grande vividezza e mano felicissima. Ne risulta un giallo intenso e appassionante, dai toni a volte grotteschi, perché sono i fatti a esserlo; i fatti storici nei quali a volte uno si ritrova invischiato come involontaria pedina o “ascoltatore” che, a quel punto, un po’ come un novello Frodo, è chiamato a svolgere un compito, o se non altro a rendere una testimonianza. Ed è ciò che Diego Zandel fa in questi due ottimi libri.
(Scusate la mancanza del segno diacritico sulla “c” alla fine dei cognomi croati nell’articolo – viene sostituito in automatico da un “?”, per cui ho preferito mettere la “c” normale)



