Estratto da
Sergio Rotino, Un modo per uscirne
Abramo editore, 2009
pp. 235, euro 15
postfazione di Marcello Fois
Mi ricordai di un album di fotografie che avevo sfogliato da piccolo. Era un compendio della loro vita, foto del matrimonio di papà e mamma, di loro due in gita da qualche parte o in gruppo, con amici.
Entrai in salotto, aprii le ante della libreria e mi accosciai a scrutare il ripiano più in basso, dove erano rimasti i libri di mio fratello.
Quando decise di andar via, mio fratello assicurò che sarebbe venuto più in là a prenderseli. Imballò prima la collezione di fumetti di cui era gelosissimo e una parte dei suoi dischi, poi la macchina da scrivere, le risme di carta, le carpette di plastica colorata. Ai libri dedicò pochissima attenzione, come se dopo averli letti e riletti non gli servissero più o non gli dessero più stimoli, consumati all’osso.
Papà ebbe la buona idea di mettere una libreria in salotto, per lasciare ancora più spazio nella camera che era diventata solo mia. Aveva spostato i libri spolverandoli e rimettendoli nello stesso ordine in cui li aveva trovati, con una gentilezza, una cura che non ricordo avergli mai visto usare per niente e nessuno.
Tra le cose che mi aveva lasciato in eredità il fratello pennivendolo c’erano piatto, ampli e casse, più un discreto numero di vinili che avevamo masticato entrambi fino alla nausea. Si era portato via il lettore di cd e la piastra a doppia cassetta. Un po’ avevo sperato che lasciasse anche quella, ma dopotutto il walkman era stato un ottimo sostituto almeno per i primi tempi. Comprai pile ricaricabili, una cuffia decente e tanto bastò.
Avevo provato a riempire gli spazi rimasti liberi nella camera con le cose che erano state inscatolate e portate giù in cantina: albi pieni di orecchie, libri delle medie, un cubo di plastica trasparente con dentro del liquido blu, e poi le raccolte di alcuni poeti francesi, i romanzi di Douglas Adams, dei manuali su “come imparare a suonare la chitarra elettrica in dodici lezioni” o su “come leggere e comporre musica”, praticamente nuovi, il libro con tutti i testi dei Metallica, quello fotografico su Paul Weller, la biografia di Malcom X, la biografia dei Pearl Jam e i racconti di King Ink in inglese, in più tutte le cassette che avevo potuto registrare da chiunque possedesse musica interessante. Lo sforzo non era bastato. In meno di due giorni dalla partenza di mio fratello, la camera era diventata più vuota e più grande.
Lo sguardo mi scivolò sui dorsi colorati dei libri. I Del Giudice, i McBain, i Marquez, i Calvino, i Carver, gli Scerbanenco, i Kerouac, i London si appoggiavano gli uni agli altri come a difendersi da chissà quale assalto. Ne presi uno a caso, lo sfogliai distrattamente. La copertina rigida era protetta da una malconcia sovraccoperta bianca che riportava l’immagine di una locomotiva ripetuta per tre volte. I bordi di alcune pagine erano fitti di annotazioni a matita, di commenti estemporanei. Le sottolineature erano solchi pesanti, aravano la pagina. Come fosse riuscito a leggere tanta roba, il fratellino, era un mistero. Sul risvolto trovai la dicitura “In copertina: «Coccodrillo», locomotore elettrico, modello Märklin”. Deposi il libro sul pavimento insieme agli altri, li ammonticchiai in due piccole colonne dall’equilibrio precario. Feci abbastanza spazio sul ripiano della libreria da vedere cosa si celava nella fila interna. Tirai fuori un album rilegato in cuoio, decisamente voluminoso, inutilmente prezioso.
Sul tavolino di cristallo iniziai a girare le pagine, guardandole distrattamente. Erano leggermente ruvide al tatto. Ogni pagina conteneva una o due foto ed era protetta da una velina lattescente. Quasi tutte le foto erano in bianco e nero, quando voltavo pagina la carta velina faceva rumore di foglie secche.
A metà dell’album trovai una foto grande, dai bordi sfrangiati. Lì dentro una ragazza sorrideva imbarazzata, sotto una calda luce estiva. Dietro di lei si distingueva il bianco spumoso delle onde e un lembo di spiaggia. La ragazza aveva una buffa gonna plissettata, a pois, e stringeva troppo le sue mani intorno all’impugnatura della borsetta.
Le pagine successive erano vuote. Continuai a sfogliarle, velocemente, cercando quello che mio fratello aveva detto era sicuro fosse lì in mezzo.
Un’altra foto grande si trovava quasi al fondo dell’album.
C’erano undici ragazzi con i capelli tagliati corti, le facce rasate di fresco. Erano divisi su due file e sorridevano virili alla macchina fotografica che li avrebbe immortalati da lì a qualche secondo. Una metà se ne stava accosciata, poggiando le braccia sulle gambe, gli altri erano in piedi, subito dietro. L’ultimo uomo sulla destra teneva il pallone sottobraccio, come a impedirgli ogni movimento. Il suo sguardo era sereno, carico di speranze ancora possibili, pieno di vita da spendere al meglio.
Avevamo la stessa forma degli occhi, identiche le rughe che si incidevano attorno alla bocca. Anche se non lo avevo mai voluto, ci somigliavamo. E quello era mio padre. Sfocai l’immagine per renderla più distante, ma era come se guardare facesse male agli occhi.
