“Uomini e cani”, di Omar Di Monopoli

Recensione e intervista di Marino Magliani

E’ stata la parola “western” che avevo letto in qualche intervista rilasciata da Omar Di Monopoli, o in qualche recensione ai suoi libri, a incuriosirmi. Volevo vedere se la narrativa di Di Monopoli per un qualcosa poteva regalarmi le emozioni che mi hanno dato certi western della Garfagnana di Vincenzo Pardini. Lo so, non è un buon approccio per conoscere un autore, quello di leggerlo per vedere se si può paragonare a un altro. Ma così è stato. Leggendo ho scoperto altre affinità. Pardini, oltre a essere narratore di storie selvagge e di tragedie, racconta di bestie, di lupi e rapaci, di prede e predatori e di notti epiche e crudeli; e anche Uomini e cani (Isbn edizioni, euro 13), di OmarDi Monopoli racconta esattamente di tragedie e di bestie.

Alla fine ho scritto all’autore e gli ho fatto qualche domanda e Omar, con la gentilezza che contraddistingue anche Vincenzo, mi ha risposto.

1) Lasciami dire che sei uno scrittore di qualità e forse è la sola cosa che hai in comune con Pardini, perché la terra naturalmente è un’altra, Omar. Vincenzo scrive di vallate ormai disabitate, di montagne anch’esse abbandonate, dove si vive di una memoria inzuppata di ruralità, di raccolte, vendemmia, fienagione, e allevamenti. Ma laddove, in Banda randagia, Pardini ci regala schegge di vita di guardie giurate e di notti di periferia, ne vien fuori la puzza di pneumatici bruciati che si respira nel tuo romanzo, fin dall’incipit. Sei d’accordo?

• L’accostamento con Pardini non può che farmi piacere. Non ti nascondo che lo considero uno dei miei maestri: scoprii più di un decennio fa il suo bellissimo Jodo Cartamigli e ne rimasi completamente stregato per l’uso della lingua, per l’afflato epico e in sostanza “faulkneriano” di alcune sue descrizioni. La componente western della sua Garfagnana, poi, coincideva esattamente con quello che stavo cercando di costruire attorno alla mia terra, sintetizzando una visione sergioleoniana del Meridione. Pertanto che nei miei romanzi vi sia una sorta di confluenza anche della poetica di Pardini mi sembra lo si possa ritenere un processo di naturale rielaborazione; sicuramente è una cosa di cui posso andare fiero (tra l’altro, sia chiaro che dopo quel primo romanzo ho divoranto l’intera produzione di Vincenzo e attendo ogni sua prova con il fremito del fan accanito).

2) La tua regione narrativa è il Salento, disperato e come contaminato, e così lontano dalle spiagge bianche. Vuoi raccontarci qualcosa?

• Sono tornato a vivere al sud in un momento in cui l’idea di un Salento tutto pizzica e resort da sogno stava facendosi largo a spallate, guadagnandosi postazioni di ampia preferenza nelle classifiche del turismo nazionale ed estero. Personalmente, da buon meridionale, ero però disturbato dalla visione oleografica che veniva distribuita della mia terra: chiunque abiti dalle mie parti sa perfettamente quanto, assieme alla straordinaria luce del sole, il nostro sud rimanga ancora vittima di piaghe ataviche che la crisi mondiale ha solo amplificato: disoccupazione, abusivismo, criminalità, corruzione e malapolitica. Ecco perché ho giocato, coi miei tre romanzi “western-pugliesi”, a scardinare le regole imposte dalle associazioni per il turismo e ho riacceso – in maniera iperbolica, s’intende, perché il registro è quello della scrittura “di genere” – i riflettori sulle zone d’ombra della mia regione: nel primo romanzo parlavo dell’abusivismo scellerato del Salento, nel secondo della tratta degli schiavi nei campi del Gargano, nel terzo dei residui di Sacra Corona Unita nel brindisino. Tutto guardando con ammirazione all’epica rurale dei grandi scrittori southern americani: Faulkner, Flannery O’Connor e Erskine Caldwell, per dirne solo alcuni, ma, come hai giustamente segnalato, anche l’occhio meticoloso del nostro Pardini ci ha messo lo zampino.

3) I tuoi libri, i progetti futuri, e le sceneggiature.

• Attualmente sto lavorando alla revisione di un nuovo romanzo che presumibilmente uscirà dopo l’estate, sempre con ISBN, e poi sto ultimando la sceneggiatura del film che – sempre che tutto non vada in vacca all’ultimo momento – dovrebbero girare presto dal mio primo romanzo: Uomini e cani. Speriamo bene!

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

14 pensieri su ““Uomini e cani”, di Omar Di Monopoli

  1. marino

    Dov’è che si sostiene che i mali sono solo nel Salento? Intendo in Uomini e cani come in questa intervista?

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  2. matteotelara

    Sicuramente un romanzo (e un autore) da leggere. Trovo il parallelismo/similitudine (pur nelle differenze) con Pardini particolarmente azzeccato. Mi è anche sempre piaciuta l’idea di un possibile paragone tra il cosiddetto southern gothic americano e certi autori nostrani.
    Grazie Marino e grazie Giovanni.
    M

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  3. Felice Muolo

    Cito dall’intervista: “…il nostro Sud rimanga ancora vittima di piaghe ataviche…: disoccupazione, abusivismo, criminalità, corruzione e malapolitica…nel primo (romanzo) parlavo dell’abusivismo scellerato del Salento, nel secondo della tratta degli schiavi nei campi del Gargano, nel terzo dei residui di Sacra Corona Unita nel brindisino.”
    A questo mi riferivo.
    A leggere gli scrittori di questa terra, è sempre la stessa solfa. Tu che hai viaggiato, Marino, non pensi che tutto il mondo è paese?

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  4. marino

    sì Felice ma uno non può mica scrivere una storia e avvisare in una nota che tutto il mondo è paese.
    Queste sono le nostre storie, quelle che abbiamo da raccontare, e lo stesso vale per me, che ho viaggiato, anzi, non ho mai fatto altro, sono andato per il mondo, ma gli stessi tic che ho visto fare a Lincoln li ho visti fare a Locate Triulzi, me ne sono andato da casa che la Liguria era in vendita e sono tornato che hanno sciolto i comuni di Bordighera e presto lo faranno con Ventimiglia. Che fare, non raccontarlo perchè la stessa cosa succede a Bardonecchia? No, Felice, ho scritto un romanzo su un pezzo di territorio pubblico tra Porto Maurizio e Oneglia regalato dal comune a una lobby con benestare di ex ministri e dopo due anni che l’ho scritto ho scoperto che tutto ciò che avevo scritto si è avverato, le scatole cinesi, la stravolgimento di destinazioni, un parte di porto che da molo di pescherecci è diventato molo di barconi con elicottero sul tetto, e montagne di terra su cui crescono i rovi, e muraglioni davanti al mare, e indagini, e sui giornali il linguaggio che stava nel mio libro, ma non perché io mi intenda di geopolitica
    microcosmica ligure, no, semplicemente perchè era davanti a tutti. Non dovevo raccontarlo perché succede anche altrove?

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  5. Felice Muolo

    Certo che potevi, Marino, nessuno te lo impedisce. Ma mettiti nei panni del lettore che trova quotidianamente i soliti fattacci sui giornali. E dimmi, perchè dovrebbe sorbirseli a ripetizione anche nei romanzi? La letteratura da parecchio ha imboccato un percorso a senso unico. E gli scrittori non fanno altro che mangiare, bere e piangere miseria.

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  6. marino

    Ma io sono il lettore, Felice… E da lettore mi pare di vedere il contrario, cinismo e prose gettate là,
    libri di politici che usano il proprio nome per vomitare la nullità nelle vetrine delle librerie, e certo che da lettore provo anche a divertirmi. Mi ha fatto ridere ultimamente Mangia la zuppa di Boris Virani, ma questo non è il bello di essere lettori? alternare Mangia la zuppa a libri come Uomini e cani, alle proesie di Carmine Abate, a Tristano muore di Tabucchi, al Battitore libero di Riccardo Giordano.

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  7. Felice Muolo

    Marino, olte mezzo secolo fa, mio nonno spesso ripeteva di voler morire. Un giorno gli chiesi il motivo. Disse che il paese è cambiato. Si riferiva al suo e mio paese che, rispetto a oggi, era un paese da fiaba, affacciato sul mare, con niente macchine, niente supermercati, niente grattacieli. Ora penso che mio nonno aveva ragione: a una certa età è meglio togliersi dai piedi. E’ inutile stare a lamentarsi. Il paese in cui nasciamo con gli anni cambia, in bene e in male, altrimenti muore. I nostri figli lo ereditano com’è, apprezzano o meno. Anche se a noi fa sicuramente schifo.

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  8. sartoris

    Caro Felice, ho l’impressione che vi sia un difetto di prospettiva nelle sue – rispettabilissime, s’intende! – notazioni: ha parlato sin dal primo commento di “solita solfa” e “mali che sono ovunque”, denotando quantomeno un certo (involontario?) pregiudizio: da quanto scrive mi pare di capire non abbia letto una sola pagina dei miei romanzi pertanto trae le sue conclusioni esclusivamente da una intervista in cui, tra l’altro, il sottoscritto afferma di utilizzare gli stilemi della scrittura di “genere” per provare a scardinare alcuni stereotipi oleografici della terra in cui vive (che tra l’altro, mi par di capire, è anche la sua, di terra) e in qualche maniera mi accomuna a una ridda di scrittori (chi? Nomi, riferimenti, geografie?) che non fanno altro che lamentarsi. Potrei – se me lo consente – farle notare che un simile atteggiamento non è tra i più fruttuosi nell’approccio ad un prodotto artistico? Poiché il passo tra una visione siffatta e l’ottuso attaccare Saviano perché “fotografa” i mali di Napoli da parte del nostro Premier mi sembra assai breve. E non posso credere che un frequentatore di questo stimolante spazio incappi in questo grossolano errore di miopia! A rischio di apparire presuntuoso, mi permetta quindi di consigliarle a provare a leggere i miei libri per farsi una idea più precisa del mio approccio alla questione, e poi comunque la pregherei di considerare anche le mie come semplici “fotografie”, sulla bellezza delle quali sono pronto a discutere, ma il fatto che uno scrittore di western-noir decida di fotografare soggetti western-noir tralasciando deliberatamente tutto il resto mi risulta quantomeno ovvio e naturale – persino salutare in termini meramente narratologici.
    Grazie per l’attenzione e la disponibilità.
    OMAR DI MONOPOLI

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  9. Felice Muolo

    Caro Omar, se avesse visitato il mio sito, avrebbe scoperto che sono, guarda caso, di Monopoli. Non sto a ribadire quello che ho detto, che mi pare sia abbastanza e chiaro, prospettiva a parte se non si vuole comprenderlo. C’è bisogno di fare nomi? Lei conosce meglio di me a quali scrittori mi riferisco, in gran parte sono suoi amici e sostenitori, oltre che nostri conterranei. Inoltre, io non l’attacco, mi sono limitato a segnalare un status quo emerso dalle sue dichiarazioni. In quanto a Saviano, ho smesso di stimarlo da quando ha sputato nel piatto in cui mangiava per farsi politico. Auguri per il romanzo. Mi creda, sinceri.

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  10. marino

    Bene Felice, io sono ottimista, anche perchè non vedo come uno potrebbe accettare di vivere se non lo fosse. Solo che non amo l’ostentazione di ottimismo.

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