La Lucania di Nunzio Festa

di Marino Magliani

BasilicataL’ultima volta che ho dialogato col poeta e scrittore Nunzio Festa, figlio della Basilicata di Scotellaro ed erede di una tradizione che incontra la paesologia di Arminio e la beat anti-yankee, (sempre su questo blog), era appena stato pubblicato per le edizioni Senzapatria il suo romanzo breve Farina di sole. Invece adesso è uscito il suo Basilicata. La Lucania: terra dei boschi bruciati. Guida narrata coi luoghi e il resto, presso le edizioni Golena/Malatempora, già egregiamente presentato tra l’altro dalla nostra Rosa Salvia.

MM: Solitamente nella tua prosa e nella tua poesia, il luogo d’origine, lo spazio di resistenza ed esistenza ha un ruolo molto importante. Ma adesso hai scelto di entrarci pienamente per descriverli. Anche se lo fai spostandoti rapidamente da un punto all’altro della carta geografica lucana, come vedremo. Perché hai sentito quest’esigenza?

NF: Innanzitutto per un estremo atto d’amore per la madre originaria. Sostenuto dal racconto per immagini e giudizi, passami il termine, su pezzettini fascinosi della Basilicata. Pezzi di terra e bellezze già attraversati da artisti e intellettuali, spesso descritte, perfino, e adesso pronte al turismo di massa, oltre che a quello di qualità oppure, diciamo, non invasivo in quanto molto più rispettoso dei posti. Però allo stesso tempo so e “dimostro” che si tratta di pezzi di terra e bellezze, naturali e artistiche, oggetto e soggetto di speculazione, e a volte speculazione rapace. Bellezze che si fanno tavola tante volte imbandita, insomma, per interessi soltanto particolari.

MM: Quindi l’argomento della devastazione dei boschi per mano degli incendi è anche metafora d’altro?

NF: Certo, dici bene. Perché se innanzitutto prendiamo l’argomento in quanto tale, dobbiamo dire che bisognerebbe esser intransigenti con quante e quanti s’occupano del tema ingombrante e desolante della devastazione del paesaggio naturale, con gli esecutori materiali delle azioni e con chi non immagina soluzioni opportune al problema. E questo modo di ragionare, appunto, potremmo industriarci di viverlo su tante altre materie: dissesto idrogeologico, estrazioni petrolifere, spopolamento ecc. Questioni che invece realmente a pochi interessano.

MM: E perché hai scelto questi punti e non altri? Il libro si sviluppa, esplorandoli, soltanto in alcuni punti della Basilicata. Hai deciso di narrare alcuni posti usando lampi letterari, per spiegarceli. Ma perché, in buona sostanza, solamente alcuni dei tanti paesi della tua Lucania hai preso a esempio, a modello?

NF: Spesso è stato un caso, devo ammettere. Tanto che un mio amico, il poeta Valerio Cascini, mi ha scherzosamente bacchettato. Poi ho voluto prendere dei punti della Basilicata che a me, prima di tutto, facessero un certo effetto, e par varie ragioni. Sia per quello che custodiscono, sia per alcune usanze tramandate da secoli. Vedi il Volo dell’Angelo per Brienza (Potenza). Però, se non ho detto del paese natale di Cascini, e devo farne ammenda, purtroppo, visto che lì c’è per altro la tradizione della ‘Ndenna (un antico rito arboreo), non avrei potuto sicuramente dimenticare, al contrario, la mia Pomarico. E non avrei potuto d’altro canto fare a meno di parlare di Matera, della città dei Sassi che, da Patrimonio Mondiale dell’Umanità Unesco, adesso sta addirittura tentando il percorso utile alla conquista del titolo di Capitale Europea della Cultura dell’anno 2019. Per me Matera non vale più di Castelsaraceno, Pomarico, Miglionico, Montescaglioso o, perfino, del capoluogo di regione Potenza comunque. Il fatto è che la Matera attraversata da Pasolini e Gibson va guardata, come se ne volessimo fare un puntino emblematico dell’intero Sud, e non solo, anche con occhi abituati a contestualizzare il fascino del passato nello scempio che alcuni aspetti della modernizzazione vergata d’interesse particolare ci rendono, restituendoci briciole delle varie comunità. Tipo la cementificazione. Ma non soltanto questo male esiste, certo.

MM: Dici inoltre che si tratta, in un certo senso, d’una continuazione di Birra di paese. Piccolo viaggio nei luoghi che perdono popolazione e prendono birra (Arduino Sacco Editore, Roma). In che senso?

NF: E nonostante nessuno abbia, alla fine, continuato quel discorso, vorrei innanzitutto ricordare. Al contrario, appunto, di come mi sarei aspettato e di quanto avevo auspicato con quella piccola pubblicazione. Il problema più grave è che siamo abituati a essere occasionali, dove si preferisce lo sfogo alla vera riflessione su presente e futuro. Della Basilicata, del Sud. E dell’ex Belpaese tutto.

MM: La lingua è la solita, possiamo però dire.

NF: Tanto è vero, aggiungerei pure, che la versione e-book del libro contiene, in più rispetto all’edizione cartacea, il poemetto Le magnifiche e progressive.

MM: La tua collaborazione con spazi telematici e cartacei ti ha aiutato nello scrivere il Basilicata?

NF: La collaborazione da critico con diversi spazi web e qualche giornale (Il Quotidiano della Basilicata su tutti), per esempio, con la lettura di molti libri di saggisti, scrittori e poeti, è sicuramente servita moltissimo. Alla pari con la collaborazione da cronista in questa regione, tra Matera e provincia, che mi ha permesso di seguire anche professionalmente alcune vicende legate al territorio lucano nella sua interezza. Ma senza tralasciare le relazioni di questa terra e delle sue classi dirigenti, oltre che del suo popolo, con l’esterno.

MM: Ora cosa stai facendo o cosa farai? Andrai avanti leggendo e scrivendo la Lucania?

NF: Per il momento, non più in un libro compiuto. Premesso che sto scrivendo meno in versi, vorrei poter pubblicare un altro romanzo breve che ho chiuso in una prima versione, col titolo forse provvisorio di Frutta, verdure e anime bollite. Che, d’altronde, passa parecchio dalle mie parti. E ho qualche altro piccolo progetto in divenire.

ESTRATTI DA BASILICATA

MATERA

Non è un pastore, il ventenne materano che dal 6 al 10 luglio 2012 ha appiccato, ammettendo di “provare piacere per le fiamme”, nella sola Matera e dintorni, tra i cinque e i dieci piccoli e insidiosi incendi. Una serie di roghi che hanno anticipato l’avvento d’una stagione amara anche per alberi, piante e animali di Matera.
Il mondo intero quando scrive o legge di Matera si rivolge alla “città dei Sassi” e “una delle città più antiche del mondo”. Infatti proprio grazie alla presenza fisica dei Sassi, le grotte scavate nella calcarenite, materiale quindi antico comunemente e quindi erroneamente definito “tufo” nonostante la sua origine non vulcanica ma marina, perché Matera era in origine mare, acqua, liquidità, e le chiese rupestri che hanno nei secoli profanato la roccia murgiana: la ‘città’ ha fatto una scelta vitale e non virtuale che ancora non riesce del tutto e con onesta a palesare: la dismissione della tradizione contadina e della pratica dell’agricoltura in cambio della professione di fede turistica e dell’inventata vocazione al turismo, specie quello di consumo. Chiesette sfruttate a parte. I Sassi rilevati temporaneamente da Pier Paolo Pasolini (“Il Vangelo secondo Mattero” fu girato nel 1964 anche qui) quanto da Gibson (“The passion of the Christ” fu girato dal 2002 al 2003 prevalentemente qui), divenuti dal 1993 “Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’Unesco”, sono la cartolina più efficace. Storia e Preistoria che i Sassi sentono e rappresentano, sono un dna che la sostanza umana ancora non riesce a spiegarsi.
Sotto la Civita il medico e archeologo Domenico Ridola, figura alla quale sono state successivamente intitolate una strada e il museo cittadino che si trova nella stessa via, dimostro che si poterono trovare i vari strati di pelle del primo insediamento cittadino: “A sei metri si rinvenne la città risorta dalle rovine di incursioni barbariche e saracene e sepolcri cristiani scavati nel tufo; più giù, frammenti di statue, di capitelli, di colonne testimonianti le precedenti distruzioni e monete attestanti il dominio bizantino; in uno strato inferiore, l’insediamento antico scavato nel tufo e cocci di ceramica greca e romana; nell’ultimo strato, a dieci metri, frammenti di ceramica attribuita alla prima età del ferro, simile a quella di Murgia Timone, della Murgecchia e di altre stazioni locali”, riporta fedelmente il sito istituzionale del Comune. Molto di più che la constatazione della sola e unica presenza dei monaci basiliani scampati e accampatisi a Matera come in molte altre culle lucane in seguito alla loro persecuzione del periodo iconoclasta. Non fosse per altro che ancora oggi non ci sono conoscitori del territorio materano in grado di battere ma neppure sfidare il Ridola nelle sue conoscenze.
Capoluogo di Provincia grazie a Mussolini, Matera dopo la scelta del duce diventa nota alla storia recente per esser un chiaro esempio di come e stato e sarà ancora possibile posizionare dietro una scrivania pubblica a seconda delle appartenenze e delle convenienze pseudo-politiche invece che dei meriti e delle competenze o capacita. Ma Matera, dove la natura non può che esser dipinta dal volo del falco grillaio, occasionalmente riscaldata da fiammelle che soffiano ai bordi delle sue periferie, vedi dalle parti agresti della Collinetta di Timmari – punto dove in contemporanea hanno persino agito scavi ufficiali e ricerche di tombaroli sensazionali -, come volevasi dimostrare, gioca a presentarsi quale candidata a Capitale Europea della Cultura per l’anno 2019. E in un certo senso accatastato fra le carte della storia che non fa storia un primo percorso dal basso cominciato dall’Associazione Matera2019, il Comune del progressismo pesca una serie di consulenze per sviluppare un percorso istituzionalizzato e, specialmente, legalizzato. Da Paolo Verri in giù. Chi e Verri? Definito spesso come “uomo di libri”, per il suo passato da direttore editoriale e collane di diverse case editrici nonché del Salone del Libro di Torino, Paolo Verri è un super-consulente, il classico professionista prezzolato e tutelato dalle ‘cricche’ politiche, di centrosinistra in questo specifico caso, che vola da una parte all’altra della Penisola, privilegiando il Nord e il Centro, a “risolvere problemi” ovvero occuparsi di ‘sviluppo strategico delle varie città e del turismo delle varie città’. Alla faccia dell’agricoltura e della mitica civiltà contadina.
Il racconto sincero dello scrittore e camminatore, la dichiarazione d’amore totale a Matera lasciata ed estratta da www.ilprimoamore.com, la destiniamo proprio a Verri: “Dichiarazione d’amore a Matera: Bisogna arrivare a piedi attraverso chilometri di pietraie, e poi scavalcando la grande gravina sulla cui ferita si concretizza e si erge, per capire che cos’e Matera, questa città che si materializza già da lontano, da prima, attraverso le distese di pietre murgiche e poi la voragine tutta piena di grotte trogloditiche allargate dagli uomini preistorici e le sue chiese rupestri scavate dentro la roccia. Una distesa di pietre che ricoprono la terra come una pioggia di meteoriti e che diventano a poco a poco rocce, pareti scoscese, che poi si trasformano quasi senza soluzione di continuità in grotte abitate da umani, e poi in facciate che coprono gli imbocchi di queste grotte, e poi in strutture architettoniche simili alle città e agli universi sotterranei larvali degli insetti, con le loro enormi cisterne sotterranee altissime e piene di archi e di volte e la rete di centinaia di altre cisterne dove i suoi abitanti raccoglievano l’acqua piovana, e di canaline di coccio che scendono dai tetti di pietra delle case, sorrette ancora, in qualche caso, dai femori dei muli che vivevano fino a non molto tempo fa insieme agli uomini dentro le stesse grotte dai soffitti a cuspide mimetizzate da piccole facciate costruite con i materiali e scavati. Mi è capitato, negli ultimi anni, di vedere molti luoghi indimenticabili, in Italia e nel mondo, in Russia, in America Latina, sulle Ande, nella Terra del Fuoco, ma non ho mai visto nulla di più inconcepibile e commuovente di questa città di pietra che appare sullo strapiombo di un canyon e che e fatta della stessa materia tellurica che la circonda. L’Italia e piena di città uniche al mondo, Roma, Firenze, rigurgitanti di tesori artistici, ma che non hanno questa unita architettonica e concrezione spirituale che attraversa le ere e che ci ricongiunge in un solo istante con la natura rupestre e cavernicola e con l’erompere del particolare genio della nostra specie folle, inerme e feroce. Siena, Mantova, Viterbo, Napoli, Genova, Trieste, Palermo, Lecce e tante altre città sono uniche e meravigliose, ma a me pare che siano Venezia e Matera le due regine. Due opposti assoluti: una di infinita raffinatezza, ricchezza e bellezza, l’altra barbarica e povera e di altrettanto infinita bellezza, una città d’acqua e una di pietra. Ma anche la pietra è stata acqua e, forse, anche l’acqua ridiventerà pietra. Come saranno le nuove città a venire, su questo piccolo pianeta che ruota attorno alla sua stella incendiata, le nuove Venezie e le nuove Matere? Saranno di acqua o di pietra? L’arrivo: Arriviamo a Matera, risalendo dal fondo della gravina e dello spazio e del tempo. Ci fermiamo sotto il Palazzotto, stanchi, sudati. Appare un uomo sorridente, che dopo un po’ ritorna con due sporte piene di birre. Me ne scolo un paio, di quelle grosse. Mi dice di chiamarsi Paolo Verri, che è di Torino, che ha diretto per anni il Salone del Libro e che adesso lavora per la candidatura di Matera come futura Capitale della cultura. Mi dice anche che abbiamo un amico comune: Dario. Lo chiama sui due piedi, col cellulare. Dopo un po’, in questa situazione irreale, alla fine di questa indimenticabile tappa, sento tra i sassi la voce di Dario. Lo insulto amichevolmente, come faccio sempre. Dopo un po’ arrivano i camminatori del braccio calabrese, Fabiola, Erica, Graziella, Michele, Roberta… Ci eravamo lasciati a Gioia Tauro e adesso ci incontriamo di nuovo qui, cotti dal sole, stremati. Ci abbracciamo. E domani arriveranno anche Carla, Giovanni, Jonny, Domenico…”.
Forse con la nostalgia pura non si fanno soldi.
La moneta invece si crea e poi si moltiplica con la forza delle parole più vuote che possano esser messe nella luce della società senza vera luce.

POMARICO

Il mio paese è un piccolo paese della collina materana, infilato dopo la statale che intercetta la Basentana e prima della possibilità d’affacciarsi un po’ meglio oltre i confini del triangolo Matera – Montescaglioso – Bernalda.
Ma è pure un luogo diviso in due.
Idealmente, infatti, Pomarico è spezzato fra quello che è il nuovo (e di nuovo spezzettato tra centro più datato e quartiere con coda nuovissima). Anche una pratica, reale, di desiderio d’osservare, contemporaneamente, presente e passato. Infatti, a oltre una decina di chilometri dalla Pomarico più giovane e fresca, nonostante le storture che deve seguire per frane naturali e per terremoti silenti provocati dalle classi dirigenti, sappiamo dell’esistenza di Pomarico Vecchio. Un’entità da studiosi. Soprattutto perché l’attenzione dell’attualità non arriva in certe lande diroccate dalla modesta geografia. Appunto, dal 1989 al 1996, l’Università di Torino con una squadra guidata dalla prof.ssa Marcella Barra Bagnasco si sistemò in questo spazio che dista circa 20 chilometri in linea d’area dal primo mare jonico. Sappiamo ora che il pianoro interessato dalle ricerche ha altezza pari 415 mt dal livello del mare. L’insediamento si può ficcare in archi del tempo che s’aprono alla seconda meta del VI secolo a.c. e cadono al III secolo a.c. Da non confondere con l’altro insediamento insabbiato dalle epoche, il romano Castro Cicurio, Pomarico Vecchio era da fotografare in una posizione di confine con la chora metapontina; un avamposto era, fortificato e pronto a fare da guardia. Gli studi permisero di dimostrare il carattere anellenico della popolazione del sito. Pero l’aspetto più significativo e da rintracciare e fu rintracciato grazie allo studio della posizione rannicchiata dei defunti della necropoli, non rituale per i vicini Lucani.
La ricerca, evidentemente, spiega che si deve misurare una somiglianza con le caratteristiche del popolo dei Choni vissuti nelle valli del fiume Agri e del fiume Sinni della multiculturale Basilicata antica, “tale individuazione trova ulteriore suffragio nel corredo funerario, che si rinviene numeroso di oggetti – arrivando sino alla cifra di 15 –, che accompagna il defunto, diversamente dalla esiguità della suppellettile, che caratterizza le altre popolazioni”. E fuori dalla terra, finalmente, furono messi: “ceramica arcaica, a vernice nera, a figure rosse e a rilievo; unguentari; vasellame da mensa (piatti, coppe, bicchieri); vasellame da dispensa (olle, bacili); vasellame da mescita (crateri, anfore, lékhythoi); vasellame da fuoco (olle – ben 6 diverse tipologie – , pentole, casseruole, tegami, teglie). Inoltre: monete e reperti metallici, i quali ultimi vanno dalla suppellettile domestica (per es., frammento di una grattugia) a oggetti di toeletta (2 anelli fermatrecce, un ago crinale – cioè, per tenere raccolti i capelli – e una spatola per preparare e stendere cosmetici), a monili (un pendente a forma di sigma, 3 fíbule) sino a armamenti”.
Questa piccolissima storia di studi è però annegata in un aggiornamento che ha stipato fra un paio di parentesi mortuarie la valorizzazione d’importanti risultati e il disinteresse diffuso per il recupero d’una frequentazione vergata da cultura ed economia di tracce che appartengono comunque al nuovo paese Pomarico.
Nel passato s’era cominciato a provare strade, forse addirittura percorsi da alimentare.
Mentre il resto del 2000 che possediamo non lo sappiamo associato a prospettive, dove per esempio cullando le proprietà in sorte si possa ragionare almeno per una sopravvivenza più utile alla costruzione d’altro, e di meglio.
Negli ultimi anni e non solo, nonostante palazzi e chiese di Pomarico resistano all’urto della resa di materiale s’è abbandonata l’idea di ragionare intorno e dentro a quanto si ha a disposizione e non per nostro merito.
Il Palazzo Marchesale, Palazzo Glionna, Palazzo Sisto ecc. sono per noi comunque ad attendere che il gelo dal quale e coperto il nostro quotidiano si sciolga.
Sempre bellezze da non dimenticare.
Lama di Palio, che guarda sia Pomarico Vecchio che un congiungimento viario con Bernalda che, ancora, le vicinanze di contrada Pianistrieri, non è l’antica Lama Ferrara. Questa, Lama Ferrara, oggi noto come Bosco della Manferrara, che presenta ancora circa 500 ettari di biodiversità, al pari d’altri insediamenti naturali ha bruciato.
Solamente nell’estate 2012, un’estate da questo punto di vista senza precedenti, che si ricordi a memoria d’uomo, sono stati incendiati oltre 3000 ettari di natura. Tra alberi, coltivazioni, macchia mediterranea e animali.
Ma l’incendio costante che incombe innanzitutto sui nostri alberi innocenti quand’è che si trasformerà in rabbia?
E quando saremo così arrabbiati e forti per ricostruire?

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

2 pensieri su “La Lucania di Nunzio Festa

  1. Rosa Salvia

    Questo saggio di Nunzio Festa sulla nostra Basilicata è a mio avviso (e lo ribadisco) davvero illuminante per il suo essere racconto incisivo, chiaro, libero da tentazioni polemiche. Con disincantata partecipazione, Festa ci narra di una regione le cui condizioni di esistenza sono sempre state rese difficili dalle impervie condizioni della natura (a differenza delle altre regioni del sud Italia) e dalle situazioni di sfruttamento, sulle quali si dovrebbe costruire invece la ricerca di giustizia e l’impegno politico. La Basilicata è la regione dei boschi bruciati, ci racconta Festa, la Basilicata è “la terra del ricordo” per citare in italiano il nostro grande poeta dialettale Albino Pierro, quanti di noi lucani ogni giorno sono costretti ad “emigrare”, la Basilicata è oggi anch’ essa dilaniata dal problema delle ecomafie… Ahinoi!. Quando salirà una rabbia tale da scuotere le coscienze, da incitare al cambiamento? Interrogativo cruciale di questo certosino lavoro di analisi che attende “pazientemente” risposte…

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