
Il 26 marzo 1969 Paul Celan annota che «la poésie ne s’impose plus, elle s’expose». La poesia non si impone «più» – come dire: in passato si è imposta, ieri si imponeva – ma oggi si espone. Non viene per installarsi, ma per esporsi (ed esporre ha una varietà di sfumature impressionante: il bambino Edipo è esposto sul Citerone, Cristo è esposto sulla Croce – lo ricorda Pasolini nella Crocifissione dell’Usignolo della Chiesa Cattolica –, ma anche ciò che è oggetto di mercato è esposto, ad un pubblico indifferenziato, per l’acquisto, come ogni merce; ed è esposta l’opera d’arte in mostra). Silvano Facioni commenta così: «[…] quasi a dire che “oggi” non c’è luogo capace di ospitare la venuta della parola, non c’è “posizione” in cui questa possa orientarsi e ordinarsi» (La cattura dell’origine. Verità e narrazione nella tradizione ebraica, Jaca Book, Milano 2005, p. 112). E ci si «espone», in italiano e in francese, au soleil, à un danger, aux critiques: al sole, a un pericolo, alle critiche; e al pubblico. Continua a leggere
