
La prima volta che la incontrai, nel ’95, era di passaggio a Roma e stava andando in Svezia. A Fiumicino, si aggirava all’interno dell’aeroporto come una delle tante turiste asiatiche in vacanza in Italia. Giacca di pelle nera, jeans neri, zainetto sulle spalle, capelli corti e spettinati. Passo tranquillo, lento. Si guardava attorno, beveva una coca-cola, telefonava.
Eppure Taslima Nasreen, medico, poeta, scrittrice bengalese, avrebbe avuto più di qualche motivo per non passeggiare così tranquilla. All’epoca aveva una condanna a morte sulla testa. Continua a leggere
