Gerusalemme, lapidi i profeti,
ancora sei convinta che i tuoi muri,
lastre di ghiaccio appese sul ventricolo,
che i blocchi di cemento
con i soldati dentro
potranno assicurare ai tuoi bambini
quello che togli ai nomadi reclusi,
che basti denunciare la barbarie
delle ragazze uccise perché incinte
prima delle nozze. E fino a quando
aspetteremo il grido del jihad,
i coltelli che sgozzano i nemici,
la libertà spezzata della fede
violenta, disumana, e fino a quando
dovrò quasi vergognarmi di dire
sì, ho capito, Dio abita qui,
nonostante l’uomo, abita qui,
e compie sempre lo stesso miracolo
inaudito: aprire il cuore. È vero,
c’è un unico peccato per l’umano:
mancare di stupore, inorridito.
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Yehoshua
di Riccardo Ferrazzi

Leggere queste pagine mi ha fatto tornare con la memoria a Gerusalemme. Ci andai molti anni fa, quando ero più giovane e in una diversa disposizione di spirito. Ci andai quasi per caso, perché mi trovavo per lavoro a Tel Aviv e di sabato non avevo niente da fare. Non ci andai con lo spirito del pellegrino, ma con l’animo poco devoto di un trentacinquenne in carriera, che ha in testa cose concrete e a Gerusalemme cerca l’arte, la storia, le basi della sua cultura, più che della sua religione.
Fu un’esperienza strana, e leggo nel romanzo di Fabrizio che tanta stranezza deve aver toccato anche lui. Dal punto di vista urbanistico la città è dominata dalle due moschee di Omar e di Al Aqsa. Il Muro del Pianto è lì a ridosso e sembra che sgomiti per farsi vedere ma, distrutto com’è, non ha l’impatto visivo delle due moschee. La via Dolorosa è un budello percorrendo il quale bisogna concentrarsi e mettercela tutta per trovare qualcosa che risvegli l’emozione della tragedia di Gesù. In mezzo a turisti di tutto il mondo, che non si capisce bene cosa stiano cercando (come me: anch’io non lo sapevo), nel caldo torrido sfilavano gli ebrei ortodossi askenaziti, sudati e puzzolenti nei loro abiti pesanti e incongrui, con in testa un cappellone di pelo; e le vie erano piene di arabi dall’aria incazzata. Non ho mai visto una città araba in cui gli abitanti avessero facce così perennemente incazzate.
In mezzo a questa folla, circondato da queste facce, salivo per la via Dolorosa e pensavo di essere un mostro: perché non mi concentravo sul dolore di un uomo picchiato a sangue con trentanove frustate e costretto a portare in spalla lo strumento della sua morte? Non ci riuscivo: ciò che mi circondava era così assurdo! Continua a leggere

