
di Meth Sambiase
Il fare comunità è un atto sociale, apparentemente bizzarro in un luogo storico dove le identità si staccano esponenzialmente da valori referenziali classici (la decomposizione dei ceti, per seguire le parole di Alain Peyrefitte). Nulla è diventato pressante se non il seguire la fluidità degli stimoli che continuamente la globalizzazione dell’identità, propone. L’identità con cui confrontarsi, non è intesa qui come come funzione psicologica, dove apparirebbero valutazioni in merito alla dualità mente corpo, ma piuttosto come il suo riferimento sociologico.
Ancorata alla richiesta continua di semplificazione, il confine dell’io e del noi dovrebbe conquistare sequenze naturale per accrescersi e anche modificarsi in parte, ma in tempi di mobilità delle collocazioni sociali ha finito per forzare e stratificare le trasformazioni.
“L’identità ci si rivela unicamente come qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come traguardo di uno sforzo, un obiettivo … per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte ancora, anche se questo status precario e perennemente incompleto dell’identità è una verità che, se si vuole che la lotta vada a buon fine, dev’essere – e tende ad essere – soppressa e laboriosamente occultata”(Z. Baugman) Continua a leggere→