di Marino Magliani
Nell’arte di Jean Olivier Herón troviamo la molteplicità della genesi, cui seguono trasformazioni intermedie, e per ultimo un oggetto apparentemente finale. Tra la prima immagine e l’ultima ci sono sempre quattro o cinque passaggi, ma se ne potrebbero inventare venti. Sono quasi tutti quanti mondi anfibi, o marini, o aerei, ad esempio uccelli che si trasformano in esseri tra l’animale il minerale, fino a perdere l’animalità ma non l’essenza faunistica, per poi trasformarsi ancora, che ne so, nel ventre di una barca. Lettere dell’alfabeto che diventano un catamarano o un oggetto volante. Una farfalla, un cigno. Anche il capitano Benjamin Willard, durante il suo viaggio sul fiume Nung, viene trasportato in un luogo che in qualche modo assomiglia a un ventre, non il ventre del nemico, e si parla di appendice infettata, che va eliminata per non perdere di vista il nemico.
Man mano che il battello prosegue, il capitano legge il dossier sul colonnello Kurtz. Non so perché, mentre leggevo il romanzo di Claudio Sergio Perroni, Nel ventre (Bompiani 2013), ogni tanto mi tornava in mente questa cosa. Un’altra immagine parallela è stata quella del buio di una trincea, ma qui ci giocano le ultime mie letture, tra cui scene di battaglie della Grande Guerra sulle colline delle Ardenne. Nel ventre è effettivamente una storia procreatrice, come se da quel ventre fossero nati i dialoghi e le paure di ogni battaglia moderna e postmoderna. Continua a leggere
