Shanti
oggi è morto il portiere extracomunitario del caseggiato in cui abito da più di 20 anni.
aveva meno di 50 anni. è spirato con la scopa in mano nel cortile. aveva due figli e un cucciolo di cane raccattato per strada, Leon, abbandonato.
Shanti sorrideva se lo sorridevi. negli ultimi giorni era un po’ più triste del solito. di sicuro era stufo di lavorare in modo più o meno scempio, da schiavo fortunato, salariato (quasi) protetto da un contratto sindacale regolare, di categoria!
era riuscito, dopo tanti anni di nostalgia, a tornare in visita breve nello Sri Lanka l’anno scorso, dopo molti anni di assenza. fumava per darsi pace.
abitava nella gattabuia del grande condominio popolare che puliva, comportava e sopportava con dignità, distacco e silenzio: non poteva godere di un attimo di buona intimità, mai. le finestre del tugurio dispensato spirano sulla strada: tutti i passanti possono, dentro, sbirciarci: un basso da inferno in terra promessa.
la figlia è una promessa dello studio di ricerca.

Mi piace rispondere a questa toccante testimonianza di Marina con una poesia di Rocco Scotellaro. Purtroppo le cose non sono cambiate poi di molto. Cambiano gli interpreti ma il film è sempre lo stesso…
Un caro saluto
Noi non ci bagneremo
Noi non ci bagneremo sulle spiagge
a mietere andremo noi
e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
Abbiamo il collo duro, la faccia
di terra abbiamo e le braccia
di legna secca colore di mattoni.
Abbiamo i tozzi da mangiare
insaccati nelle maniche
delle giubbe ad armacollo.
Dormiamo sulle aie
attaccati alle cavezze dei muli.
Non sente la nostra carne
il moscerino che solletica
e succhia il nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
non sogna di salire sulle donne
che dormono fresche nelle vesti corte.
rimane tutto il sospesp possibile nella promessa che è la figlia
grazie a Marina per l’oltre la letteratura e a Luca per la sua preziosa risposta
Testimonianza degna di attenzione,
la tua Marina,
lo sforzo è nella vita
che deve andare avanti.
Ti abbraccio
carla
la vita, a volte, è un seminterrato che custodisce i nostri sogni; o li divora, sotto lo sguardo dei passanti. in questo momento ci sarà un uomo, o una donna, che lascia la sua scopa per volare via, verso terre ignote dove non è affatto certo che si possa fumare, magari con più calma. e con una vaga nostalgia di casa propria.
ciao, Marina.
fabrizio
La vita di tutti noi è sotto gli occhi degli altri, sbirciata, vagliata, condannata, oppure ignorata. Non è una questione di residenza. E quelli che ledono la tua intimità guardandoti non si sa quanto ti “vedano”.
Si resta sempre soli con se stessi, sia che si abiti un alienante tugurio, sia che si occupi uno spazio diverso.
Cosa cambia nel sogno di vita di un onesto lavoratore dello Sri Lanka in terra promessa rispetto a quello di uno che la promessa, la speranza di una vita che valga la pena di essere vissuta, la vive dove è nato?
Siamo tutti anelli di uno stesso rosario, siamo tutti ospiti in questo mondo. E speriamo che il nostro sforzo di vivere con sofferta dignità, ovunque, abbia veramente un significato, a parte quello di andare a dormire la sera con la coscienza tranquilla.
La vita che continua sarà permeata di risorse, di fatica, di fiducia, ..di disincanto, ancora una volta.
Ho letto molto volentieri questo testo, l’ho visto con gli occhi del cuore. Un grazie a Marina P. che l’ha postato.
Grazie, Marina, per questa fotografia perfetta anche nella forma: asciutta, cadenzata da rime interne.
Quel colpo di scopa della vita/morte che butta nel cantuccio/voragine della storia, colpisce particolarmente. E “tutti (que)i passanti (che)possono, dentro, sbirciarci”: lì, in ciò che racconti, e ovunque. Ovunque.
Un caro saluto
Giovanni
Mi colpisce ciò che ha scritto Marina Pizzi anche per come l’ha fatto, e pure Lucaariano ha saputo scegliere…
Non è facile dire così bene nell’immediatezza del dolore.
Molto pertinente anche il testo di Scotellaro scelto da Luca Ariano.
Antonio
Sono sicuro che non è tutto lì, Marina: non era solo un uomo crocifisso alla ramazza. C’è qualcosa in ogni vita che la rende degna di essere vissuta, ma non si può vedere da fuori.
Caio Marina,
è molto bella questa storia che vola al di là della pagina. Shanti è volato dove voleva andare, ma le immagini che lo narrano ce lo restituiscono qui, come tu lo avevi già negli occhi.
Maria Pia Q.
Sai Marina , leggendolo ho pensato a un testo blues ricco di tristezze e verità, oggi “rimaniamo” sempre schiavi, talvolta più o meno fortunati. Scritto benissimo!
Marco
“nostalgia”, è un sentimento che vivo da sempre, il dolore del “nostos” (ritorno) mancato – che ti fa da sempre sentire fuori posto nella terra dove non hai i tuoi maggiori, i tuoi morti… poi ti riprende, quando ritorni nella terra da cui sei partito, ed è il dolore del padre da anni morto, o, ancora, il dolore del ragazzo che sei stato e che non ritrovi più di fronte all’antico specchio di mare…
p.s. da questa immedesimazione guardo sempre con un occhio di pietas complice i tanti Shanti che vedo umiliarsi per sopravvivere…
grazie, marina (altrettanta poesia in questo tuo post)
in un lavoro onesto non ho mai visto umiliazione, semmai riscatto.
uno dei miei zii era uno spazzino analfabeta. ha cresciuto cinque figli, nella trastevere difficile di cinquant’anni fa con “l’umilante lavoro” ma era fiero di sè e tutti gli volevamo molto bene, chissà forse era fiero anche di questo.
saluto tutti
elena f
credo negli umili, negli ultimi: da (in) loro il riscatto – non c’era alcun giudizio di (dis)valore (Pasolini, Tolstoj, Silone etc…)
Grazie, Marina. Mi viene in mente anche “In memoria” di Ungaretti. Ricordate la chiusa? “E forse io solo/so ancora/che visse”. Adesso lo sappiamo anche noi. Grazie alla poesia.
@enrico
la ramazza di shanti mi ha solo portato nostalgicamente al ricordo di un uomo che non puliva il bell’androne o il giardino di un palazzo e non aveva una casa, per quanto in seminterrato, gratis di cui usufruire, ma che per crescere i figli si è sporcato le mani con le sozzure di una città, la sua città ,non essendo meno straniero dell’immigrato di oggi, perchè anch’egli al margine della storia, così come mi ha fatto venire in mente che al margine della Storia siamo tutti se ci valutiamo per ciò che possiamo mostrare al mondo (lavoro, successo, fama) ma siamo al centro di una storia irripetibile quando la vita che viviamo parte dal nostro esistere qui ed ora, dal valore che diamo al nostro esserci per gli altri. la sua fierezza per il lavoro e per l’affetto di cui era circondato era ed è l’unica storia vera da raccontare, così come credo che tutti gli shanti del mondo vorrebbero essere ricordati come eroi per aver portato con onore i loro figli all’università, questa è la storia, per me.
ciascuno di noi non è che un prisma su cui la realtà si riflette e la rimanda con la luce che gli è propria.
nessun giudizio, solo un riflesso (riflessione) diverso
cordialmente
elena f
@elena f.:
mia nonna faceva la lavandaia
mia nonna faceva la contadina
mio nonno faceva il minatore-muratore
mio nonno faceva il cameriere
ti risparmio gli altri “evoluti” o meno.
quindi so e conosco e vedo e ho vissuto e vivo la povertà se non proprio la miseria.
il tuo orgoglio ti consiglierei di porlo per ben votare o per ben pregare perché, permettimi, qui è proprio fuori luogo e posto e post.
caramente e con stima, marina p.
@marina
hai scritto, non una storia ma di una storia,e scrivendo le hai dato la tua lettura.
nessun problema, per me. io gliene ho data un’altra. dov’è l’orgoglio?
nella lettura diversa?
nell’interpretare la vita con altri occhi?
o nel fatto che la mia lettura diverge dalla tua?
sei libera di cancellare i miei commenti precedenti se li ritieni offensivi, ma non credo affatto di averti offesa.
a meno che per te non siano offensivi tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
cordialmente ricambio la stima
elena f
non mi hai offesa, ma il tuo ottimismo (cristiano? cattolico? ortodosso?, vedi tu) lo trovo di poca sensibilità sia religiosa sia umana, e la pietà? (e tanto altro ancora che qui è proprio inutile discutere): non cancello niente, cara elena, ma sono delusa dal tuo commento, tutto qua: divergenze miserrime, d’altronde. ti saluto e ti rispetto. marina
@ marina
il mio ottimismo è quello di una persona grata alla vita nonostante la vita.
se lo trovi poco sensibile ( di che?) non posso costringerti a vederci la mia sensibilità.
le delusioni, così come le miserie umane fanno parte della vita perchè nessuno di noi è Dio in terra , deludiamo e siamo delusi in continuazione,anche quando cerchiamo di dare il meglio di noi stessi, io me ne sono fatta una ragione e vado oltre,cerco di migliorare, ma è difficile cado mi rialzo e cadrò ancora milioni di volte e ci sarà sempre chi sarà pronto a ridere di me, anche quando sono animata dalle migliori intenzioni(ma, di buone intenzioni, si dice sia lastricata la via per l’inferno)
pazienza
se ai tuoi occhi sono misera per me va bene lo stesso, non posso obbligare nè te nè alcun altro ad apprezzarmi.
di nuovo cordialmente
elena f.
personalmente NON sono grata alla vita, anzi: questa la nostra divergenza insanabile: il resto lo hai aggiunto tu. ciao, elena f. da marina p.
@marina
rispetto il tuo sentire. mi piacerebbe farti cambiare idea, ma non sono che elena f., senza altri poteri “speciali” che quello di mandarti un semplice abbraccio sincero.
cordialmente( toto corde)
elena f
un “cuore semplice” – tra quelli che precederanno molti nel Regno… la pace su di lui – grazie Marina
massimo
la pace non sarà con Lui finché questa merda di mondo non sarà VERAMENTE con lui
In ciò e in chi ci circonda c’è sempre qualcosa che ci aiuta a crescere.
Nessuna delusione dovrà essere più forte della voglia di credere.
Prova, provo anch’io. Proviamo insieme.