Chiunque entrerà sarà riconosciuto con amore

di Demetrio Paolin

Se tu fossi in alto ora leggero come un grumo di polvere, saliresti nel cielo altissimo e vedresti una pianura sterminata sotto di te, ordinata in scacchiere di campi e boschi. Noteresti una cittadina nella nebbia e scenderesti come un proiettile verso una villetta appena fuori mano.
La vedresti disposta su due piani con un piccolo giardino delimitato da una cancellata bianca. La porta di ingresso, che si raggiunge percorrendo un piccolo vialetto in pietra, dà sul salone living, arredato con gusto moderno. Sempre al primo piano ci sono la cucina abitabile, grande e calda, e due studi, sopra il bagno e le camere da letto. In una di queste camere ci dormo io, che son Mercurio, e nell’altra i miei genitori, Alba e Paolo.

Mercurio è un nome strano ma è il mio. Paolo, che mi è padre, è un funzionario di banca, ma nasconde un segreto ovvero la sua giovanile passione per l’astronomia. La vita, però, gli ha chiesto in cambio qualcosa e ha dovuto studiare ragioneria. Quando ancora lavorava allo sportello incontrò Alba, che mi è madre, contabile presso una ditta di vernici della zona. Lei era una ragazza normale ma non bella. Paolo, però, quel giorno la notò e decise di prenderla. Dopo il matrimonio fiorì lei e il suo ventre.
Paolo ha scelto di chiamarmi Mercurio, perché io sono nato sotto l’influenza di quel pianeta. Questa fu la sua spiegazione, medesima per tutte le volte che tornavo a casa chiedendogli il perché del mio nome, avendo subito le più avvilenti prese in giro degli amici che avevano nomi bellissimi come Claudio, Mario, Luigi o Antonio.
Il mio nome mi ha fatto male per un po’ poi ha smesso.
Il male è un fatto di concentrazione. Ti pare enorme, ti sembra qualcosa che non puoi sopportare o togliere da te. Il male: lo immaginavo simile ad una polverina, che stava nel mio corpo. Certe volte dimorava tra le scapole e sentivo come una specie di presagio di volo imminente.
Il male scese fino alla pancia e poi giù tra le cosce nelle caverne del mio corpo, non più bambino. Stazionava lì, mentre guardavo i miei genitori alle prese con la loro vita adulta, che io non capivo.

Una sera la polvere luminosa che stava nel mio corpo era divenuta insopportabile come Paolo e Alba che mangiavano la minestra tacendo. Mi sentivo una bestia colta da calore improvviso: il male mi premeva la pancia.
La mattina Alba m’aveva portato a vedere la fabbrica dove lavorava e avevo visto come si facevano le vernici. Nel cortile c’erano dei bidoni che non venivano caricati sui camion.
Cosa sono quelli?, chiesi a mia madre.
Sono fusti di vernice impazzita, che dobbiamo raccogliere e poi smaltire…
Vernice impazzita?
Sì, è nell’ordine delle cose: qualcosa va storto nei processi chimici e la vernice impazzisce, s’addensa, s’aggruma, diventa troppo spessa e inutilizzabile
Nel mio corpo accadeva qualcosa di simile, il male s’era impazzito come la vernice. Ero quei fusti colmi.
Perché non parliamo più?
Ma Mercurio cosa dici?, fece mio padre.
Noi non parliamo più…, ripresi.
Mercurio, ascolta mamma, finisci di mangiare che ti si fredda
Domani, dissi, noi andiamo al giardino botanico come una famiglia normale. Noi siamo una famiglia normale e andiamo al giardino botanico. E voi mi comprerete il gelato e mi farete le foto con gli animali e sorridete e sorrideremo.
La notte, nella mia camera scura, il male m’imbiancò le mani. Sentii una gioia sorda, mentre guardavo i palmi umidi. Mi illudevo iniziasse una nuova vita.

Tu hai mai provato dolore? Questo strano guardiano del corpo che dice l’ esistere. Hai mai provato quel dolore sordo e segreto eppure chiarissimo alle membra? Ora io so il dolore che stabilisce il grado di gioia e di piacere che si può provare, sancisce ciò che è giusto e sbagliato.
Il dolore dice i meccanismi delle mie viscere.
Io so questa cosa, l’ho conosciuta in questi anni.
Al giardino botanico con Paolo e Alba, il dolore, per la prima volta, si presentò in una forma, che ho sempre cercato di ritrovare in ogni gesto della mia vita.
Paolo aveva preso la macchina fotografica. Il giardino era un posto magnifico: io camminavo tra quelle strade di ghiaia, correndo avanti e indietro. I miei li vedevo insieme, uniti in un sorriso stentato, mi sentivo bene. Al colmo di tale euforia, inciampai sulla ghiaia e caddi.
Le ginocchia e le braccia si graffiarono.
Provai un dolore caldo che si mischiava con la gioia precedente in una strana forma di benessere.
E mentre mi rialzavo e toglievo la ghiaia e mi toccavo le ferite, mi colpì il desiderio di cadere nuovamente. Così inciampai più volte e ad ogni caduta il piacere aumentava, la ghiaia entrava più nettamene nelle ferita delle mie ginocchia.
Così mi mettevo a danzare per questi viottoli del giardino botanico. Il sole era sopra di noi e il cielo in perfetta trasparenza. Io stavo tra Paolo e Alba e camminavo, di colpo facevo in modo che le gambe mi cedessero. Così cadendo, m’appendevo ai miei genitori e le ginocchia strisciavano. L’azione era così repentina che per alcuni secondi venivo tirato. Se tu avessi potuto vedermi allora di spalle mentre mi strascinavano sul pietriccio, avresti visto un bimbo a forma di cristo, posseduto da una leggera indolenza a tremare i ginocchi.
Da allora la nostalgia è l’intento di ritrovare quel preciso dolore e con esso il piacere e, al fine, il male, unica forma d’amore.

Da quel giorno, però, scese un’ovatta sulle nostre vite e subito arrivarono i miei 18 anni. Alba si ritrovò donna non tanto alta e piuttosto grassa, capelli biondi e naso fine a punta. Aveva le labbra sottili, le mani piuttosto tozze e dita grasse che alcuni anelli mettevano ancora più in risalto. Aveva 48 anni. Paolo ne aveva compiuti 50 e s’era ritrovato solo e siderale nella lontananza da tutti.
Nella piccola cittadina era diventato qualcuno, mentre camminava nel paese la gente si fermava a salutarlo, ma questo certo non gli bastava. Paolo voleva sempre fare l’astronauta e nel suo ufficio in banca non spulciava i giornali finanziari, non teneva d’occhio i saliscendi delle borse, ma leggeva libri di astrofisica, di fisica, di viaggi nello spazio. Se l’avessimo potuto vedere, tu e io, in quel momento l’avremmo visto sorridere.
Poi finita la giornata lavorativa, tornava a casa. Faceva i pochi chilometri con la bici e arrivava alla villa. Non era un uomo grasso, ma corpulento. Aveva movimenti lenti, sempre misurati e precisi. Sembrava uno di quei pachidermi che vedi al circo, la camminata estenuante; ogni gesto per quanto leggero era trattenuto.
Come è andata oggi?
Le solite, è venuta la Ester diceva che aveva problemi con il cassiere, e così le ho parlato io.
La Ester non ci sta più con la testa..
No, è ovvio. Poi ho chiuso un po’ di contratti; insomma le solite. E tu come è andata?
Ho fatto dei conti, c’era la scadenza degli F24, li ho quasi chiusi tutti. Ho controllato le buste paga, che quella la Sabrina secondo me non le fa per bene, ma questa volta parevano in ordine.
Bene, vado farmi una doccia
Per cena ti va qualcosa di particolare? Se vuoi vado a fare la spesa.
Quello che c’è va benissimo.
Saliva le scale e nella stanza vicino al bagno trovava me.
I diciottanni m’avevano sfilato come un filo di ferro. Ero secco, ma non magro. La mia era una corporatura d’atleta anche se non facevo nessuno sport. Non ne sentivo il bisogno. Non sentivo il bisogno di nulla, me ne stavo nel silenzio più totale, e più rimanevo muto più il corpo s’affinava come un metallo.
Avevo dentro di me una febbre, che mi consumava: era il segno del mio segreto essere.
Avevo deciso di tenere nascosto quello che ero, quando un giorno lavandomi la faccia avevo visto accanto a me un insetto. Ebbi l’impressione come l’animaletto s’intromettesse nella mia persona. Strisciava sul lavandino lentamente, occupando poco per volta una porzione di spazio e lasciando dietro di sé una bava sul marmo.
La sua consistenza era gelatinosa, la tastai prima con il dito e poi me lo passai lungo la punta della lingua. Cosa mi turbava tanto di questo insetto che s’avvicinava a me?
Sapevo che era un pericolo per ciò che ero diventato.
Se questo piccolo essere strisciante poteva conoscermi, tutti potevano. Decisi di chiudermi in me, e questo provocò la febbre di consunzione, che disegnava, come il vento e la pioggia i dorsi delle colline, il mio corpo e lo faceva diventare quello che era.
Ho sempre odiato, e già allora ero così, il ripetersi coatto della gioia, che non portava a nulla.
C’era della grazia in quello che era successo durante la visita dell’orto botanico, che io non potevo sporcare con la ripetizione meccanica. Succedeva che alle volte spargessi delle pietre piuttosto aguzze sul pavimento della mia camera e mi gettassi con le ginocchia sopra così da sentire lontanissima un’eco di quel sentimento di allora. Altre volte con le lamette m’ero procurato piccoli tagli, ma la gioia del momento, la carne schiudersi come un fiore, non reggeva. Anzi. Sapevo che c’era gente malata che s’incideva e si tagliava, ma io non ero come loro.
Io ero diverso.
Io avevo sentito qualcosa, che il riempirmi di tagli il corpo adombrava appena.

*

Ecco che poi successe qualcosa, e Paolo e Alba divennero per me estranei. Ci fu un tempo in cui erano mamma e papà, ma era prima di sapere il loro segreto.

Erano ormai arrivati i miei vent’anni e nella mia vita entrò Mattia.
Io ero fidanzato con Tiziana, mia compagna d’università,che era una ragazza bella e molto docile. L’amore con Tiziana era molle. Lei stava sotto, nei pomeriggi in cui si fingeva di studiare, e io la penetravo senza il minimo sforzo. Stavo così dentro di lei per un tempo lungo quasi senza consumare niente. Le piaceva così e il suo viso diventava ebete in un modo che non potrei descrivere.
Dopo quando io venivo, appena un gemito e mi giravo.
Tiziana allora s’alzava e preparava il caffè e un po’ di latte. E veniva di là dopo con i biscotti. Io inzuppavo i biscotti nel latte e caffè e glieli mettevo sulla pancia e poi con la lingua li leccavo. In quel momento Tiziana era dolce, aveva gli occhi languidi come la cagna, che mai Paolo e Alba m’avevano permesso di avere. Io l’amavo come si ama una bestia fedele.
La mia esistenza era normale, poi una volta alla settimana passavo i pomeriggi da Mattia.
Mattia aveva 30 anni. L’avevo conosciuto una sera in un pub e c’eravamo scoperti vivere nella stessa cittadina. Lui da poco trasferito per lavoro. Avevamo parlato a lungo e c’eravamo detti di rincontrarci per una birra e quattro chiacchiere.
Ci rivedemmo e dopo averlo accompagnato sotto casa, Mattia m’aveva baciato. Era tutta la sera che voleva farlo, lo vedevo e alla fine l’avevo lasciato fare.
Quando facemmo l’amore per la prima volta mi colpì il suo sesso sottile, che mi ricordava quello di bambino. Era fragile. Mattia aveva una pelle delicata. Me ne ero accorto quando m’aveva chiesto di legarlo. Le corde, che gli stringevo appena, lasciavano su di lui un segno rossastro, che ancora di più eccitava la mia fantasia. M’aveva insegnato a fare dei nodi speciali, molto particolari.
Quando gli chiesi dove aveva imparato, Mattia rispose che non tutto sapevo di lui e non tutto avrei saputo.
Abbiamo una parte di ombra, mi disse, io la mia e tu la tua. Teniamole separate per il bene di ognuno.
Io, gli risposi, non ho ombre, io aspiro alla santità. E risi.
Lui si fece serio, mi prese e mi graffiò leggermente il collo. Così mentre il suo sesso infante era in me, recitò i versi di una poesia: Chiunque entrerà sarà riconosciuto con amore.
E quello mi legò a lui, m’annodò.
In quello stringermi immateriale ho percepito su di me tutta la gioia dolorosa che avevo sperimentato al giardino botanico. Allora questa era la gioia e il dolore: questo sentire era il panico d’essere vivi e morenti al medesimo istante. Quello che avevo cercato negli anni, tagliandomi le carni, graffiandomi i ginocchi era tenuto nelle parole di Mattia e nel suo corpo, ora esausto.

Alba s’era messa in testa che la sua vita non andava bene così come era. Guardando la televisione aveva visto uno psicologo che diceva: bisogna essere felici, prendersi il proprio tempo e spazio. Era un uomo così bello da perdonargli le banalità che diceva. Alba, però, sembrava crederci, tanto che comperò anche i suoi libri. Lei era una donna dai sogni piccoli, il cui orizzonte era Paolo.
Paolo quando la vide e la scelse per questo motivo. Aveva intuito, in modo inconsapevole, che la fedeltà di lei sarebbe stata animale, continua e immotivata. Fu così che Alba decise che lei e Paolo dovevano essere felici come coppia.
Iniziarono a fare terapia e poi incominciarono ad uscire, ma non frequentavano le persone della nostra cittadina. Andavano fuori, sempre il sabato e spesso durante la settimana. Eppure quando li vedevo a casa mi sembravano medesimi. Continuavano ad andare a messa la domenica, anche se la notte erano rientrati tardi.
Eppure qualcosa di diverso c’era. Alba era molto più curata, il capello giusto, il vestito adatto e Paolo sembrava sempre più interessato al suo corpo, s’era pure iscritto in palestra.
Una sera invitarono Tiziana a cena, gesto che rientrava nel progetto siamo una famiglia felice.
Tra una portata e l’altra cercai di capire non tanto i motivi di cambiamento quanto cosa era cambiato nelle loro vite.
Ma si può sapere, dissi attaccandomi a una frase di Tiziana, che cosa fate tutti i sabati?
Niente di speciale, disse Alba arrossendo, non facciamo niente. Abbiamo deciso di svagarci un po’…
Lo so, continuai, ma vorrei sapere cosa fate per svagarvi…
Niente, tagliò corto Paolo, andiamo a ballare, facciamo movimento.
Io stavo per ribattere, ma intervenne Tiziana: vedi loro almeno ci vanno a ballare e noi? Noi invece?
Io rimasi in silenzio, e decisi che avrei cercato di capire il segreto di Alba e Paolo.

Mattia ne rise. Eravamo distesi dopo aver fatto l’amore e lui si guardava i polsi delle mani e dei piedi, leggermente arrossati. Io mi accarezzavo il collo e intanto lo guardavo. Il suo corpo aveva sempre un segno nuovo, qualche ammaccatura, come la chiamavo io. Mattia sbuffava che era una persona sbadata e spesso cadeva. Quando lo guardavo troppo a lungo, poi, si girava a pancia sotto e mi sorrideva. Certe volte si riprendeva a fare l’amore, ma spesso si parlava.
Io gli dicevo di Alba e Paolo e di come facessero a vivere insieme.
Non capita a tutti di scegliersi, mi disse Mattia. Certe volte semplicemente ci si trova e pare che sia meglio continuare insieme.
Io scuotevo la testa dicendo che cosa orribile.
Mattia mi accarezzava la pancia magra e diceva: l’amore è una bestia complicata. Ora ti racconto una storia, mi disse, e si sollevò. Lo vidi nel suo corpo ammaccato e bello, e si mise a raccontare.
La sai la storia del piccolo principe, che vuole addomesticare la volpe?
Sì, gli dissi, la conosco.
Bene, riprese lui, la volpe non vuole affezionarsi al piccolo principe, perché sa che lui se ne andrà. Eppure il piccolo principe desidera la volpe, che è combattuta, ma poi decide di sì. Sono giorni bellissimi per entrambi, in cui ci si dimentica di sé. Io mi dimentico di me quando sono qui con te e così anche tu… Poi arriva il momento, però, in cui il piccolo principe deve partire. La volpe è triste ma sa che il piccolo principe l’ha addomestica. L’ha fatta sua, ha insegnato a lei certe cose e queste cose rimarranno. E mentre lui se ne andrà lei guarderà il grano e penserà a lui lontano su qualche altro pianeta.
Mattia sorrise e era bello. E nel guardarlo decisi che tale violenza, quella di Mattia su di me e la mia su di lui, si sarebbe chiamata amore.
Amore era la nostra violenza.

*
Paolo e Alba continuavano le loro uscite e a comportasi sempre in maniera più stravagante. Decisi di spiarli per capire cosa stava succedendo alle loro vite. Volevo osservarlo come un biologo scruta le proprie cavie.
Un giovedì sera presero la macchina, e io li seguii con la moto da lontano.
Imboccarono la statale 27 quella che fila lunga verso la grande città. Mi domando mentre li seguo perché non predano la autostrada. Sembrano dei fuggiaschi, dei clandestini. Per prendere l’autostrada devi varcare un casello, ti rilasciano un biglietto, oppure hai il telepass, oppure paghi con la carta di credito. Lasci tracce insomma.
Loro non vogliono. Mentre li seguo, penso che sono diventati adepti di qualche setta messianica. Vanno da uno di questi guru che predica la morte di tutti, l’arrivo imminente di dio, il suicidio unica forma di salvezza.
Oppure erano dei terroristi, ecco il perché della loro vita normale all’apparenza, ma stramba in molte cose. Progettavano di uccidere qualcuno o forse avrebbero rapito un politico e rinchiuso nel garage di casa nostra.
Ecco poco prima di arrivare alla grande città, Paolo mette la freccia, io per non dare nell’occhio vado avanti poi, faccio inversione a U e mi rimetto sulle loro tracce. Li seguo, la macchina cammina abbastanza speditamente, è una strada tutta curve, ma si nota che Paolo l’ha fatta diverse volte per la disinvoltura con cui affronta i tornanti. Alla fine imboccano una piccola stradina. Lascio andare la macchina, scendo e mi dirigo verso l’insegna. E’ quella di una discoteca, dal nome stranissimo “il collo di venere”.
Sorrido, li avevo pensati terroristi, potenziali suicidi, invece vanno a ballare in una vecchia balera. Vedo Paolo e Alba che arrivano, c’è il loro tavolino. Si siedono sorseggiano qualcosa, forse pure alcolico. Arriva l’orchestra e attacca a suonare. E allora si alzano, Paolo e Alba uno attaccato all’altra, due disperazioni che non hanno in comune niente se non il destino della loro futura morte, ballano e danzano nella hall insieme ad altre coppie, anche loro in fuga da figli sbilenchi, da vite normali. Illusi credono che il volteggio farà loro sopportare i giorni che il dio gli riserva da qui in poi.

Tiziana, invece, mi comunica che mi lascia. Dice che non può stare con me che gli sono giunte strane voci sul mio conto – la cittadina è piccola e io non ho mai preso precauzioni per dissimulare la mia esistenza -, io le rispondo che è tutto vero. Penso che mi picchierà, dico: ora mi picchia. E invece mette su i suoi occhi da cagna debole e mi bacia e mi guaisce addosso. Mi lecca, mi dice: che basta una mia parola e lei rimane, che lei mi guarirà.
Io l’allontano. Io non sono malato. Io sono santo, ma quest’ultima cosa non gliela dico. Non capirebbe. Lei si alza e se ne esce della mia stanza e dalla mia casa.
Scendo di sotto per bere un po’ d’acqua.
Io faccio passare una decina di minuti e esco. Vado da Mattia, è il nostro giorno.

*

Però, in questa storia c’è un buco.

Molti mesi dopo aver litigato con Tiziana, andai a fare colazione al bar, vicino casa di Mattia. Tu devi sapere che io e Mattia avevamo scelto di non scambiarci numeri di telefono. Lui mi aveva detto che si trattava di una precauzione rispetto alla sua vita e al suo lavoro. A me non interessava: quello che mi dava mi bastava e non volevo chiedere niente di più. Non amavo tanto lui quanto ciò che lasciava dentro.
La sua vita mi pareva eterna, totale. Ero proprio come la volpe del piccolo principe. Vivevo nell’illusione che lui non dovesse mai partire. Era amore e amore ti rende dimentico.
Comunque quel giorno avevo un appuntamento da quelle parti e mi ero fermato al bar per fare colazione e intanto leggevo il giornale.
Sul quotidiano c’era scritto che in questa nostra città ieri era stato rinvenuto nella sua abitazione il corpo senza vita di Mattia Cusumano. L’uomo, un ingegnere di 32 anni, (dio pensai due anni che ci conosciamo), è stato ritrovato senza vita nella sua casa al 2 piano di un condominio in centro (sì bastava guardarlo da qui). L’uomo, si legge ancora nell’articolo, era morto soffocato. L’articolo continuava dicendo che l’ing. Cusumano era stato trovato cadavere nel suo letto legato con una serie di cinghie e corde. Era stato incaprettato, così il giornalista diceva, ovvero era stato legato in modo tale che più si divincolava più le corde venivano a stringersi intorno al collo dell’uomo. Gli inquirenti non escludevano nessuna pista, si diceva infine, anche se il luogo del ritrovamento, la camera da letto, e la nudità dell’ingegnere, rendevano concreta l’ipotesi che si fosse davanti ad un gioco erotico finito male…
Ho chiuso il giornale e ho pagato il conto. Sono andato all’appuntamento con chi dovevo. Ho pensato al giorno in cui è morto Mattia. Ho un alibi e non ho pensato ad altro per i giorni seguenti.
Mattia era partito. Mattia era morto, la mia santità intatta.

*

Il giorno che Tiziana mi lascò, ti dicevo, arrivai da Mattia un po’ prima. Il suo appartamento era molto bello e arredato con gusto. Lui doveva finire un lavoro e mi fece accomodare nel salone. Guardavo i quadri alle pareti. Era la casa di un uomo solo, e questo un po’ mi fece tristezza. Poi vidi che aveva una vaso e nel vaso c’erano delle spighe di grano.
Quando fummo nella camera da letto fermai Mattia e gli dissi: hai il libro del Piccolo Principe?
Sì, lui fece, l’ho in libreria.
Va a prenderlo e leggimi il capitolo sulla volpe.
Ci sedemmo e Mattia incominciò: In quel momento apparve la volpe.
“Buon giorno”, disse la volpe.
“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
“Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo….”
“Chi sei?” domandò il piccolo principe, “sei molto carino…”
“Sono la volpe”, disse la volpe.
“Vieni a giocare con me”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.
Leggeva con la sua voce monocorde e io lo ascoltavo e per la prima volta capivo Mattia: “Che cosa vuol dire addomesticare?”
“E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”
Mattia leggeva: I campi di grano non mi ricordano nulla.
E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color d’oro.
Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato.
Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…
Io sorridevo e lo guardavo.
Infine mentre il capitolo si concludeva con l’idea che ciò che conta non si vede, io mi spogliai e presi una manciata di semi di grano che avevo stappato dalle spighe e li misi nelle mani di Mattia, che li tenne non capendo.
Io mi allontanai poco da lui e presi una lama. Mi tagliai gli avambracci leggermente, la carne si aprì. Ero diventato bravo, incisi in modo superficiale spargendo pochissimo sangue. Mi presentai davanti a lui con i due avambracci protesi.
Seminami, gli dissi.
Mattia lasciando il libro fece quello che gli ordinai. Mise un chicco dopo l’altro nei piccoli solchi che avevo fatto. Provai un dolore tremendo simile alla pace totale.
Il nostro amore era violenza, era appartenenza.
Quando ebbe finito di seminarmi gli chiesi: ora prendi quelle bende e coprimi le ferite. Lui fece quello che gli avevo detto. Non sentivo le mani dal dolore che avevo.
Ora sono addomesticato, dissi.
Sì, rispose Mattia.
Ora avrò nostalgia di te.
Sì, l’avrai per sempre, disse Mattia.
Ora sono santo, conclusi.

Se il giorno della morte di Mattia non provai dolore credo che lo debba a questo strano rito. Nei giorni seguenti i miei avambracci si gonfiarono così tanto che dovetti andare al pronto soccorso, il medico scosse la testa, ma si vedeva che era abituato a vedere ogni genere di cose.
La sofferenza fu così permanente in me, che il solo ricordarlo mi ferisce e mi provoca un acuto senso di disagio. Quel dolore mi ricorda Mattia. Ecco perché non ho provato niente alla notizia della sua morte. Ho pensato solamente che non avrei più fatto l’amore con lui, ma tale sensazione non aveva nulla di tragico. Era piuttosto una presa d’atto.
Per ritornare a Mattia mi bastava toccare le mie braccia.
La morte del suo corpo abbandonato non mi riguardava, e infatti quando venni convocato in caserma – immagina lo strepito nella piccola cittadina – ero tranquillo. Mi presentai all’ora stabilita. Sapevo già che mio alibi aveva retto, quindi m’avrebbero chiesto qualcosa sulla vita di Mattia.
Io avei sorriso alle loro domande e gli avrei risposto quello che sapevo di lui. Le cose andarono più o meno così, ma verso la fine il giovane carabiniere mi fece una domanda che svuotò d’ogni cosa.
Lei ha mai sentito nominare dal Cusumano, mi chiese, il locale “il collo di venere”?
No, risposi, il Cusumano non l’aveva mai nominato o accennato in mia presenza.

*

Alba, Paolo e Mattia. La balera “il collo di venere”, che non era una balera come avevo pensato, ma era un luogo, ti devi immaginare, dove avveniva ogni possibile gioco sessuale. Scambi di coppia, dark room, incontri sadomaso, orge.
Alba e Paolo dentro la dark room, Alba e Paolo nell’orgia, Alba guarda Paolo che penetra e viene penetrato e lei ugualmente. Io scopro tutto questo con calma, non do segni. Non dico niente.
Paolo e Alba si fanno pure le foto, le pubblicano in rete, sono scatti che lasciano senza parole. Due corpi brutti nudi e eccitati. Foto di penetrazioni, di rapporti orali, anali. Tutto avviene nella loro camera a due passi da me, utilizzano la stessa macchina fotografica con cui fanno le foto quando vanno in gita.
Loro sapevano chi era Mattia, questo mi sconvolge più di tutto. Loro non potevano non saperlo. La parte di ombra che uno ha, mi aveva detto Mattia. Paolo e Alba sono la parte d’ombra che io ho, quella che Mattia teneva separata da sé e da me.
Paolo e Alba che legano Mattia, lui che si fa legare da loro. Mattia con Alba e con Paolo, Mattia con me, io che sono dentro Alba e dentro Paolo.

Io sono santo. Sono lontano da tutto questo. Sono assoluto. Sono assolto.

Ora dopo essere sceso dalle altitudini fino a qua, a questa linda casa borghese vieni e entra nel salone e guarda. Ci sono due bozzi sul pavimento.
Sono Paolo e Alba. Li ho legati, sono bravo (cosa è addomesticare? È creare legami), come fu legato Mattia. La corda intorno al collo, alle mani e ai polsi, infine le caviglie: così non appena svegli, li avevo imbottiti di sonnifero, avrebbero incominciato a dimenarsi e sarebbero morti soffocati. Li ho tenuti vestiti, non avrei sopportato i loro corpi nudi.
E sono andato di là…
La loro è stata una morte orribile. Deve esserlo stata anche quella di Mattia. Io non credo che i miei genitori l’abbiano ucciso, ma sono colpevoli dal punto di vista morale. Avrei potuto uccidere altri frequentatori de “il collo di venere”, ma Paolo e Alba erano comodi, erano qui.
Non aspiravo a punire il colpevole, aspiravo a punire la colpa.
Ora sul pavimento sono due bozzoli. Niente di più.
Ho chiamato la polizia quando verranno, vedranno Paolo e Alba, e poi vedranno me. Diranno che ho ucciso pure Mattia, ma non mi interessa più niente.
Per la prima volta dopo tempo le braccia non mi hanno fatto male. Ho trasportato corpi, ho stretto corde, ho fatto nodi, ma i tagli hanno taciuto.
Un silenzio abissale.
Io so che quel giorno al giardino botanico ho avuto una visione, lo so ora che tutto si conclude, perché quando si giunge alla fine tutto appare chiarissimo.
Io ho intravisto la santità e l’ho percorsa.
La santità è assoluta, ti allontana da ogni cosa.
Sono lontano e sono pianeta vuoto.
Ora so che

Tutto è spreco*. Ogni cosa è spreco.
L’amore è spreco, spreco la violenza e il sangue.
Spreco il dolore, l’assennatezza e la pazzia.
E’ spreco Mattia e il suo sesso infante.
E’ spreco Alba e Paolo e la loro morte irredenta.
Tutto è vento di spreco, che soffia e spazza.
E’ spreco il seme, il grano, la vita e la morte.
Spreco è ogni cosa su questa terra informe.

3 pensieri su “Chiunque entrerà sarà riconosciuto con amore

  1. demetrio

    [*] l’asterisco che si vede nel testo è una piccola nota di ringraziamento a Tiziana Cera Rosco, che in una chiacchiera mi ha ricordato che il termine “vanità” del Qoelet può essere tradotto con “spreco”.

    ringrazio Fabrizio per l’ospitalità.

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