di Marina Pizzi
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452.
la spiga sta sotto l’erta del sale del mare, il salato la brucia lentamente. nei viali malinconici intorno alla stazione si festeggia la giara con l’olio siciliano. in un pezzullo di unghia tutta la paura di entrare dal medico. ho freddo al collo ma la sciarpa l’ho perduta cercando i guanti. otto ore al dì di postazione informatica dal lunedì al venerdì.
453.
i rinnegati del cartone giocano a carte con i baveri alzati e le sciarpe rigirate all’ennesima potenza.
454.
con il male congenito delle persiane che si chiudono e si aprono sempre sullo stesso posto, sto alla scrivania tanto per un posto, un posto stesso e qualsiasi, lugubre anfiteatro del senza rotta.
455.
il complotto del cervello è sempre l’atrio di una casa abbandonata, un apice inverso, in verso.
456.
in una guerra qualsiasi le gimcane vere
457.
più che un amore è una Cuccia e, di questi tempi, va più che bene!
458.
il tuo amore è finito nel piatto insieme ai gusci delle noci, non me ne sono accorta! dopo tanti anni di Cuccia questa la fine di un Amore a suo tempo inconfondibile!
459.
la casa dove si sta nudi è un mistero metropolitano, paesano, sano.
460.
non ho più tempo. le pause e gli addobbi non mi bastano. il basto lo sento tutto, il sacco anche. l’angolo bello della torre d’avorio non l’ho mai conosciuto. sola e basta. l’anfiteatro degli altri e, il mio, è immenso come un granellino di sabbia. io, il lino per il sudario di un dado al gioco dei dadi. Cristo, se esistito, è morto invano.
461.
dove un grande numero di arrivi è la tua fronte
screpolata dall’ira tenuta dalla gioia
462.
le retoriche del remo sgambettano nel nulla
463.
il fuoco del natale quando si urla la luce il freddo l’abbandono.
464.
ardore di pietà quando un penato allo smacco del tramonto sa resistere.
465.
in un caos di addendi ho visto l’apice, l’abisso cruento perfino del ciliegio.
466.
e t’incolli al tedio di tutta una sillaba, una ridanciana similitudine di accatto quando la meraviglia è lo stupore di un sospiro. e ogni giorno c’è chi batte al muro per le sconquassate frottole della breccia. dove arrendersi è un cipresseto di rigoglio, un orgoglio salino quasi una duna materna ancora d’àncora ancora.
467.
la tristezza delle case popolari, agostane o dicembrine, il rendiconto nullo.
468.
sarà andato lontano lo smacco nero questo ridirsi senza senso tra papaveri e girasoli.
469.
la corda nera del tiro alla fune è l’entità dell’identità.
470.
nel vallone è finito il mio costrutto, questo incidente buono di saper leggere le occhiaie di terrore.
471.
l’ingordo malanno che spezza le caviglie, questo dispiacere eroso con la nuca bambina, questa sparenza che dondola lo sguardo. frantumi di una rotta che dà morire.
472.
in un canestro di soqquadri l’appello della primavera. darsene immote. le letargie dei cipressi. le mani in pasta che non sanno fare. il disastro del falò alla marina.
473.
è successo che il sudario si sia reso divertito, è molto raro ma il morente sorrideva, quasi una voglia gli prendesse il volto e la nenia del presente lo infastidiva. è morto di gioia.
474.
non so se ti verrà da piangere con la dea della fortuna chiusa in casa a far da principessa triste, da Cenerentola impotente, quieta per forza senza la zucca. in capo ad uno stornello so di non capire la forza del canto, né la malia del fatuo limbo dove si addestrano i perdenti e le comete mozze.
475.
della patina del sale ho sempre avuto rispetto col naso che si secca per troppa ansia. occorre scantonare l’età che perde le forze. con il consenso delle rime avere un uovo da non intaccare.
476.
è piuttosto avaro il giallo della foce.
477.
il sonno massimo capo di stato
478.
alla lavanderia automatica ho chiuso la mia famiglia
479.
il tatto della cometa darà verdetto nonostante io sia cenere e paesello al germoglio della strada. qui lo studio del filosofo e del poeta avrà lo sfratto, il soldo nella vasca della fontana darà la ruggine votiva, uno scopo ancora. e lo scandalo ripeterà se stesso.
480.
con un permesso ipocrita e cattivo posso uscire dall’ufficio, giro l’angolo con le caviglie pesanti, la gola zuppa di parole non pronunciate tranne la solita bestemmia a fior di labbra. il macellaio sta dentro il mio udito, una lotta con i pugni in tasca. alla catena dell’identità il basto e la lordura di darsene piene di oli di scarto.
481.
la giacca è stata posta in un lapidario, fa mostra di sé è viva nonostante il corpo manchi. il panno ha le pieghe dell’attesa, l’impronta delle braccia e delle spalle. nelle tasche i fogli delle storie. nel taschino un cucciolo di gatto ha trovato marsupio. i bottoni puntuali e le asole di buona sartoria. un refolo e la giacca è in terra, cadavere del vuoto stato.
482.
uno spavento notturno, un’abasia precoce, questo ciò che resta.
483.
mi piacerebbe socchiudere il giaciglio per un mago infallibile, una fata di gran rango potente. apprendere la rotta del nirvana per vanificare la ronda.
484.
in questa erta di commiato
beatitudine e soqquadro.
485.
con un magnete ho tentato di attirare, attrarre, far mio tutto il mondo possibile perfino la porta girevole di un hotel di lusso senza riuscire ad accattivare, attratti, il principe o il guardiano. ma il timbro della fossa l’ho scarabocchiato più volte per renderlo irriconoscibile, potente alla resistenza del vuoto-fossa, partigiano contro il magnete. le pagliuzze dei nidi le ho attirate per sbaglio e me ne vergogno. ma il magnete è potente e non mi obbedisce. ho lanciato il magnete in fondo al mare e l’àncora ha fatto naufragare la nave.
486.
in un lutto di confische e baci vuoti
le libertà del nero.
487.
ricordo un lampo e un tuono che mi sconfissero
librino senza glosse professorali
488.
in un cordolo di senso si fa dolore
qualunque logico arbitro di quiete
489.
sotto la pulsione del cerchio
ho visto l’altalena ripetente
il crollo della nenia la risata
del boia.
490.
mi è finita la giostra mi è finita la lametta
491.
lo spiraglio delle crepe a far da soglia
con la tormenta in corso.
492.
il giorno accovacciato a fingere orizzonte
così s’interra questa malattia
493.
ieri due versi li ho perduti
data la forte stupidità del computer
oggi ne perderò ben di più data la forte stupidità mia.
494.
concedimi un sicario ch’io possa arrendermi
alle braccate doglie alle perdute soglie
495.
con il collo in un anfratto di cenere
le ore del sonno e della veglia.
496.
in una stasi di cipresseta ho visto l’angolo
governato dal virus dell’inedia
497.
con la giornata che piange un’altra aureola
appiattita dal rombo di motori
498.
dal verbo delle bettole s’inerpica
la guerra stanca di badare a sé
499.
in questa perenne sacrestia di non miracolo, l’alunno è ridotto all’asso. alla spaventosa caverna dell’accontentarsi perché altrimenti è peggio. e le leggi del branco gironzolano vittoriose sia a scuola che sul lavoro.
500.
attore di vendetta la mia nascita
gravata sul magistero della spugna
501.
di notte dava la caccia alle marionette
sotto un auspicio di creta
502.
ostacolo a bella posta il tuo rancore
basato su stazioni senza treni
sensato per davvero in retromarcia.
503.
indice d’imbroglio stanno i pianti
e le risate d’indice. tu sorridi
e non sai la gioia di non essere.
504.
accorro sulla cresta del fortilizio
ma non salvo nessuno, anzi
volo nel tonfo.
505.
Oramai da tanti anni sono diventata l’aguzzina di me stessa.
506.
nel vento che sconforta le corolle
viene l’arbitrio di poi le sporule
avverano le nascite.
507.
le teche del silenzio nella verità del nulla
chetano reliquie permettono lo sguardo
nel battistero recidivo equoreo reo.
508.
ironie del vuoto quando l’epitaffio
consoli le lucertole sguarnite
509.
le terre del basto
non temono bonifiche
né le feste con le girandole di fuoco,
senza contaminazione stanno basse
forzate sotto il senso delle esequie.
510.
pazienze d’oltremare la trama della stanza
questo spavento alla potenza d’angolo
511.
appena sul distante le ritrosie
delle nuvole che con brevetti
di volo omettono le regole
vedette col tremolio di cuccioli.
512.
veniamo saccheggiati da un tremulo
coniglio un ghiro di fonte il sonno.
513.
nell’ernia della truffa vibra il sole
cattivo quanto l’oasi d’osanna
514.
l’ernia forsennata di rivedere
la nicchia della pace
l’arbitrio della biro che non scrive.
515.
La scritta sotto la statua
si sta sotto prosette di slogan ad enfasi.
nulla si può derubare se non la stessa vita.
tra tramezzi di gente i viottoli umani non portano a nulla,
ma il ciclista piange dalla gioia e per lo stress-trauma della fatica.
a forza di leggere/scrivere libri il cómpito per la vita è venuto meno.
da domani faccio un solenne encomio dell’inerzia, dell’equilibrista,
dello stampatore folle e dell’editore geniale e giusto e onesto.
da oggi mi metto in nicchia e crepo a poco a poco proprio per ristoro.
i migliori anni della nostra vita sono le parole sempre sperdenti, un’aurora dei denti
per il marzapane al cioccolato. chi coccoli il lato del bello è l’unico felice, certo qui non si parla
di creativi mercantili, ma di davanzali di pietà. adesso chiudo e mi metto a dieta per un cantico di stasi.
516.
dentro l’intuito della donna vuota
il cerchio dell’anno senza numero
517.
al chiodo le carcasse dei morti
queste notturne aureole
legate per inedia.
la pratica barbarica delle reliquie
osanna di uno scempio d’àncora
per accattonare nel pio il macabro.
518.
appello di riposo il tuo candore
senza afflizioni un sorso di figura
darsena. rovini in mente la mente.
519.
in un gelo di stoviglia la riunione
di campare. aver fame da malati
è ancora più triste. la veglia conforme
alla lotta ha percussioni e mantice.
il tic della rotta persa sazia la cella.
520.
ordalie plurime verdetti di rime
queste bisacce standard sul tempo
521.
i grandi centri commerciali degl’incroci
proprio come cappelle per pegni di confisca
sparire alla vita dal nucleo del cancro
dal crocicchio di abbandono per questo
abbandono. bandoli d’asce.
522.
la luce delle steppe sa far stare insieme
gironi di perseguitati. addobbi di pece
per la gioia del capostipite, leggasi
il tiranno non unto dal guizzo del
dolore.
523.
darsene di refusi e sogni fusi
524.
la brezza funebre
ha un siluro sulla fronte
una daga al corto della cenere.
525.
le preistorie dell’acciaio furono nidi
526.
con un occhio crudo da far paura al diavolo, si sa-si fa il volo pindarico del coma appena chiusi in un’officina di tomba.
527.
sono nata o vissuta sia al sud che al nord, entrambe le sparenze mi sono nemiche.
528.
ordigno di cratere l’applauso del sole
529.
la mia aureola sta a valle
coperta da una duna di pioggia
530.
discuto il buio con l’arsenale in bocca
531.
a domicilio sul fato della morsa
questa carretta ciclica di zero
532.
nella strofe catastrofica del sale
le genie del numero zero
533.
le forche sezionano comete
per l’addobbo di dee vincenti
per le chele di tempi.
534.
si gioca sottopiano tanto per non retrocedere
al prossimo diluvio della nuca.
535.
il cadavere del pesciolino argentato
argenteo scivolo di giostra.
534.
un orto nella voce il tuo costrutto
invaso dall’intarsio del mortale
disgusto per la fotocopiatrice
errabonda maniera di miniera.
535.
in un sistema di grilli la risposta
per sconsolare la sabbia
di castelli in steli al mare.
Il malato di un morbo famoso
vuole l’acqua del pozzo
non del rubinetto, sa, dice.
536.
erta di schianto apice e veleno
annulli di elemosine guardarti.
537.
Il sangue in palio
il sangue sta nella botte, viene bevuto con gran gusto.
lo storno dei resti del corpo viene lasciato marcire per il disgusto di qualcun altro, di solito uno spretato con la bontà d’interpretare i visceri un attimo prima del marcimento.
appena vi ruzzola una cometa, subito qualcuno c’è che schiamazza ridendo a crepapelle, vanificando la morgue che cerca voce.
intorno al bivacco la voce più svacca e grossa è ascoltata con religioso compiacimento, cibo anfibio tra il bio e il forte logico: non di verità si tratta, sia inteso.
tra la cialda del cielo e l’avamposto del rogo la simultaneità.
l’equilibrista sa stendere ponti, ma la pace proprio non sa arrivare: che serva il peso dei sassi nelle tasche atti all’esca dell’annegamento? dopo un po’ anche tutti i ponti implodono o esplodono.
la ricchezza della gara infoltisce la perfidia del potere o la bonomia, imparziale ipocrita, del colpo di pistola per il via.
i manichei, gli stoici, gli atei, gli agnostici e gli gnostici stimolano giare per ottenere un ottimo olio atto a tutti gli usi simbiotici e terresti e simbolici, oltre non rema il teschio. estirpano, per un verso, trapano per l’altro verso, piantano pali per le affidate-affilate fidanze.
ma non basta, la grondaia comincia ad emettere tesi e antitesi lungo i fili dei panni stesi ad essiccare il rantolo che schiuma, un filo si spezza e penzoloni sega l’appiglio, l’io vermiglio così verminaio.
la lira della rondine si mette a stridere senza accorgersi del desco scovante il vale del chissà come.
538.
generalità del fosso
ore del senza scampo
covo di coriandoli
la pena di essere soli
nati appena ad argine di lira.
mare di alluvioni
visi di disordini
gite nude
affinità del gratis.
in braccio al teschio
la cometa di non farcela
né dal camino né dalla finestra.
frullo ti costeggio lungo
l’avverbio del mare nero
biologico intrico
539.
Sul tram per voce di una migrante:
“lui è un ubriacone, è depresso, ti fa ridere un po’.”
540.
crepare prima di qualunque albeggio,
tristetristetriste tristissima epoca a
capofitto. crepare nel diluvio delle stigmate
nel maremoto delle fitte dentro lo sguardo.
pianse l’odissea del verbo
nell’urto mattutino di sfinire
la notte. sente un artiglio nel diluvio.
si stende sul pavimento per il mal di schiena
pur non essendo pianista. acerbo nella vecchiezza
senza nessun atto di vendemmia.
541.
in ordine al ladrone della notte
sto alla finestra per sedarmi il viso.
542.
qua nell’ampolla il pesciolino
fa capolino per sembrare anfibio
543.
discosta da me quest’intruglio
d’orto, questo falsario che memorizza
cambiali con la foto
stivali con il buco
il loglio valentissimo sul grano.
544.
l’attore in palandrana per poter sopportare
la darsena del globo.
545.
d’imperio morirò come una rissa
546.
di tanto in tanto la penombra straripava
verso le braci apolidi del sogno
sicché la brama maturava in zero.
547.
nella cornucopia della scialuppa
la suburra di stare vivi
di pece il burattino del sangue.
548.
notiziario d’ecatombe la tua nuca
avvistata per amore.
549.
angelo schiantato sentiero atomico
l’angustia della vena sotto il titano
550.
la giovinezza del vuoto
del palmo il manto
la ricchissima favella del dispatrio.
551.
è nata l’olimpiade dell’ermo
pastrano di nebbia
scatola di biscotti.
552.
in un maleficio di steccato
ho visto il caso fustigarsi in fato.
553.
*****


Buongiorno regina dell’immagine! Saluti enormi.
Per quanto attiene al mio bollettino medico, sto nella Chiesa della 490.