Dialoghi d’amore 5: Agilulfo e Priscilla

di Antonio Sparzani
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Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez è lo straordinario interprete – per pura forza di volontà – de Il cavaliere inesistente scritto da Italo Calvino nel 1959. Armatura bianca splendente e inappuntabile, mai alza la celata se non quando gli viene ordinato dal suo imperatore Carlo Magno, per permettergli di constatare che lui non esiste (Oh questa poi – esclamò l’imperatore – Adesso ci abbiamo in forza anche un cavaliere che non esiste); scudiero Gurdulù, l’esatto contrario di Agilulfo.
Nel viaggio che intraprende per ricuperare la certezza di una verginità di quindici anni prima, il cavaliere s’imbatte nel castello di Priscilla, dove viene degnamente accolto dalla dama, evidentemente adusa ad ospitare con  cortesie particolari i cavalieri: questi tuttavia è il primo con caratteristiche così speciali. Ecco il loro autentico dialogo d’amore.:

– Il cielo s’imbruna, – osservò Priscilla.
– È notte, è notte fonda, – ammise Agilulfo.
– La stanza che vi ho riservato…
– Grazie. Udite l’usignolo là nel parco.
– La stanza che vi ho riservato… è la mia…
– La vostra ospitalità è squisita… È da quella quercia che canta l’usignolo. Avviciniamoci alla finestra.
S’alzò, le porse il ferreo braccio, s’accostò al davanzale. Il gorgheggio degli usignoli gli diede lo spunto per una serie di riferimenti poetici e mitologici.
Ma Priscilla troncò netto: – Insomma l’usignolo canta per amore. E noi…
– Ah! l’amore! – gridò Agilulfo con un soprassalto di voce così brusco che Priscilla ne restò spaventata. E lui, di punto in bianco, si lanciò in una dissertazione sulla passione amorosa. Priscilla era teneramente accesa; appoggiandosi al suo brac¬cio, lo spinse in una stanza dominata da un gran letto col bal¬dacchino.
– Presso gli antichi, essendo l’amore considerato un dio … – continuava Agilulfo, fitto fitto.
Priscilla richiuse la porta a doppia mandata, si avvicinò a lui, chinò il capo sulla corazza e disse: – Ho un po’ freddo, il camino è spento.
– Il parere degli antichi, – disse Agilulfo, – se fosse meglio amarsi in stanze fredde oppure calde, è controverso. Ma il consiglio dei più…
– Oh, come voi conoscete tutto dell’amore… – bisbigliava Priscilla.
– Il consiglio dei più, pur escludendo gli ambienti soffocanti, propende per un certo natural tepore…
– Devo chiamare le donne ad accendere il fuoco?
– Lo accenderò io stesso -. Esaminò la legna accatastata
nel camino, vantò la fiamma di questo o di quel legno, enu¬merò i vari modi di accender fuochi all’aperto o in luoghi chiusi. Un sospiro di Priscilla l’interruppe; come rendendosi conto che questi nuovi discorsi stavano disperdendo la trepi¬dazione amorosa che s’era andata creando, Agilulfo prese rapidamente ad infiorare il suo discorso sui fuochi di riferimenti e paragoni e allusioni al calore dei sentimenti e dei sensi.
Priscilla ora sorrideva, a occhi socchiusi, allungava le mani verso la fiamma che cominciava a scoppiettare e diceva: – Quale grato tepore… quanto dev’essere dolce gustarlo tra le coltri, coricati…
L’argomento del letto suggerì ad Agilulfo una serie di nuo¬ve osservazioni: secondo lui la difficile arte di fare il letto è ignota alle fantesche di Francia e nei più nobili palazzi non si trovano che lenzuola rincalzate male.
– O no, ditemi, anche il mio letto…? – domandò la ve¬dova.
– Di certo il vostro è un letto da regina, superiore a ogni al¬tro in tutti i territori imperiali, ma permettete che il mio desiderio di vedervi circondata solo di cose in ogni loro punto de¬gne di voi mi porti a considerare con apprensione questa piega.. .
– Oh, questa piega! – gridò Priscilla, presa anch’essa ormai dallo struggimento di perfezione che Agilulfo le comunicava.
Disfecero il letto a strato a strato, scoprendo e recriminan¬do piccole gibbosità, sbuffi, tratti troppo tesi o troppo rilassa¬ti, e questa ricerca ora diventava uno strazio lancinante ora un’ascesa in cieli sempre più alti.
Buttato il letto sossopra fino al paglione, Agilulfo prese a rifarlo secondo le regole. Era un’operazione elaborata: nulla deve essere fatto a caso, e vanno messi in opera accorgimenti segreti. Egli li andava spiegando diffusamente alla vedova. Ma ogni tanto c’era un qualcosa che lo lasciava insoddisfatto, e allora ricominciava da capo.
Dalle altre ali del castello risuonò un grido, anzi un muggito o raglio, incontenibile.
– Cos’è stato? – trasalì Priscilla.
– Niente, è la voce del mio scudiero, – disse lui.
A quel grido se ne mischiavano altri più acuti, come sospiri strillati che salivano alle stelle.
– Ma adesso che cos’è? – si domandò Agilulfo.
– Oh, sono le ragazze, – disse Priscilla, – giocano… si sa, la gioventù.
E continuavano a rassettare il letto, dando orecchio ogni tanto ai rumori della notte.
– Gurdulù grida…
– Che chiasso queste donne…
– L’usignolo…
– I grilli…
Il letto era ora pronto, senza pecche. Agilulfo si voltò verso la vedova. Era nuda. Le vesti erano castamente scese al suolo.
– Alle dame ignude si consiglia, – dichiarò Agilulfo, – co¬me la più sublime emozione dei sensi, l’abbracciarsi a un guer¬riero in armatura.
– Bravo: lo vieni a insegnare a me! – fece Priscilla. – Non sono mica nata ieri! – E in così dire, spiccò un salto e s’arram¬picò ad Agilulfo, stringendo gambe e braccia attorno alla co¬razza.
Provò uno dopo l’altro tutti i modi in cui un’armatura può essere abbracciata, poi, languidamente, entrò nel letto.
Agilulfo s’inginocchiò al capezzale. – I capelli, – disse.
Priscilla spogliandosi non aveva disfatto l’alta acconciatura della sua bruna chioma. Agilulfo prese ad illustrare quanta parte abbia nel trasporto dei sensi la capigliatura sparsa
– Proviamo.
Con mosse decise e delicate delle sue mani di ferro, le sciolse il castello di trecce facendo ricadere la chioma sul petto e sulle spalle.
– Però, – soggiunse, – ha certamente più malizia colui che predilige la dama dal corpo ignudo ma dal capo non solo acconciato di tutto punto, ma pure addobbato di veli e diademi.
– Riproviamo?
– Sarò io a pettinarvi -. La pettinò, e dimostrò la sua valentia nell’intessere trecce, nel rigirarle e fissarle sul capo con gli spilloni. Poi preparò una fastosa acconciatura di veli e vezzi. Così passò un’ora, ma Priscilla, quando egli le porse le. specchio, non s’era mai vista così bella.
Lo invitò a coricarsi al suo fianco. – Dicono che Cleopatra ogni notte, – egli le disse, – sognasse d’avere a letto un guerriero in armatura.
– Non ho mai provato, – confessò lei. – Tutti se la tolgono assai prima
– Ebbene, adesso proverete -. E lentamente, senza gualcire le lenzuola, entrò armato di tutto punto nel letto e si stese composto come in un sepolcro.
– E neppure vi slacciate la spada dal budriere?
– La passione amorosa non conosce vie di mezzo. Priscilla chiuse gli occhi, estasiata.
Agilulfo si sollevò su un gomito. – Il fuoco butta fumo. M’alzo a vedere come mai il camino non tira.
Alla finestra spuntava la luna. Tornando dal camino verso il letto, Agilulfo si arrestò: – Signora, andiamo sugli spalti a godere di questa tarda luce lunare.
La avvolse nel suo mantello. Allacciati, salirono sulla tor¬re. La luna inargentava la foresta. Cantava il chiù. Qualche finestra del castello era ancora illuminata e ne partivano ogni tanto grida o risate o gemiti e il raglio dello scudiero.
– Tutta la natura è amore…
Tornarono nella stanza. Il camino era quasi spento. S’accoccolarono a soffiare sulle braci. A stare lì vicini, le rosee gi¬nocchia di Priscilla sfiorando le metalliche ginocchiere di lui, nasceva una nuova intimità, più innocente.
Quando Priscilla tornò a coricarsi la finestra era sfiorata già dal primo chiarore. – Nulla trasfigura il viso d’una donna quanto i primi raggi dell’alba, – disse Agilulfo, ma perché il viso apparisse nella luce migliore fu costretto a spostare letto e baldacchino.
– Come sono? – chiese la vedova.
– Bellissima.
Priscilla era felice. Però il sole saliva rapido e per inseguirne i raggi, Agilulfo doveva spostare continuamente il letto.
– È l’aurora, – disse. La sua voce era già mutata. – Il mio dovere di cavaliere vuole che a quest’ora io mi metta in cammino.
– Di già! – gemette Priscilla. – Proprio adesso!
– Mi duole, gentile dama, ma sono spinto da un compito più grave.
– Oh, era così bello…
Agilulfo chinò il ginocchio. – Benedicetemi, Priscilla -. S’alza, già chiama lo scudiero. Gira per tutto il castello e fi¬nalmente lo scova, sfinito, addormentato morto, in una specie di canile. – Svelto, in sella! – Ma deve caricarlo di peso. Il sole continuando la sua ascesa campisce le due figure a cavallo sul¬l’oro delle foglie del bosco: lo scudiero come un sacco là in bi¬lico, il cavaliere dritto e svettante come la sottile ombra d’un pioppo.
Attorno a Priscilla erano accorse dame e fantesche.
– Com’è stato, padrona, com’è stato?
– Oh, una cosa, sapeste! Un uomo, un uomo…
– Ma diteci, raccontateci, com’è?
– Un uomo… un uomo… Una notte, un continuo, un paradiso…
– Ma che ha fatto? Che ha fatto?
– Come si fa a dire? Oh, bello, bello…
– Ma con tutto che è così, eh? Eppure… dite…
– Adesso non saprei come… Tante cose… Ma voi, piuttosto, con quello scudiero…?
– Eh? Oh, niente, non so, tu forse? no: tu! Macché, non ricordo…
– Ma come? vi si sentiva, care mie…
– Ma, chissà, poverino, io non ricordo, neanch’io ricordo, forse tu… macché: io? Padrona, diteci di lui, del cavaliere, eh? com’era Agilulfo?
– Oh, Agilulfo!

I precedenti dialoghi d’amore si trovano qui, qui, qui e qui.

8 pensieri su “Dialoghi d’amore 5: Agilulfo e Priscilla

  1. Andrea Raimondi

    Proprio in questi giorni sto rileggendo “Il cavaliere inesistente”. Sono passati diversi anni dalla prima lettura scolastica e me lo ricordavo come un libro per ragazzi. E mi sbagliavo! O forse sono io a essere rimasto un ragazzo ? 🙂

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  2. robertorossitesta

    “Alle dame ignude si consiglia, come la più sublime emozione dei sensi, l’abbracciarsi a un guerriero in armatura.”

    E’ quello che dico sempre.
    Grazie e ciao,
    Roberto

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