Giampaolo De Pietro: inni svaniti e una nota

 

di un pomeriggio fuori dal portone

 

Gli aspetti fioriti appena dopo

come i passi coltivati mentre.

 

Vivi e premi, nulla

che si premediti, qualcosa

di speranza, altro di

fiducia scappatoia

via d’uscita, dentro

un volo di braccia che

il ragazzino prova

per meglio risvegliare

l’aria fitta che imprigiona

madre e padre e il corso grande quasi tutto,

vorrei nient’altro che volare

[…] 

 

(Giampaolo De Pietro, da Inni svaniti (in vani), inedito)

*

 

Una nota sugli inni svaniti

 

di Renata Morresi

Si spiano i passanti davanti al portone. La parola “passanti” la dice lunga su noi umani (animali, vegetali, minerali terrestri, comunque immersi nei vari tempi cosmici). I personaggi stanno nel quadro (della porta), come in una foto. Stanno nel “vano”. Tutto accade o no, fiorisce ma dopo. Accade di sorpresa, ha già una storia. Madre, padre, figlioletto, aspettano, cangianti. Qual è il punctum che li ferma? Sono passati, delebili come tutto, ma nel testo-immagine continuano ad accadere, e il punto cruciale su cui converge lo sguardo è il piede: quello che non c’è, quello della donna senza gamba, “la donna / base di (un’unica) caviglia” . Alla fine arriva lei, la donna cenerentola che ha perso anche l’unica scarpa, e via “se ne / va portata via dalla scena pomeridiana via dal viale via dal portone”, in un verso che potrebbe allungarsi all’infinito, come a tracciare una linea immaginaria che continui per sempre il viale.

Presento qui, curata dalla sottoscritta, una piccola scelta di inediti di Giampaolo De Pietro, giovane autore siciliano, appartato eppur solare. Sono Inni svaniti (in vani): i vani sono quelli fotografici dei suoi collage, in perfetta assonanza con l’ “invano” in cui ci affanniamo a cantare. Ma proprio nello svanimento sta il segreto dell’inno: “inno” da ymène e da Imeneo, il dio che celebrava gli sposi nelle nozze e il diaframma che li separava, ancora per pochissimo.

La poesia di De Pietro prova a dire di un velamento che rende la vita bellissima: soffonde da tutto e ne è fragile incarnato. Di rado si incontra poesia che pur consapevole dell’esile singolarità del nostro esserci riesce a invitare alla sua molta ricchezza. Questi testi chiedono di uscire dagli usati abiti mentali, dalla comune linearità degli eventi, dalla percezione ordinaria delle cose e delle relazioni: per questo sperimentano con la distanza e l’assenza, con l’anonimato e l’intimità. “Di queste genti all’aria aperta! / Di me che scrivo all’incirca”: l’io si diluisce tra gli altri, presenze vive o immaginarie, nomi di persone, figure d’animali, frammenti misteriosi, rotti, persi in giro e raccolti sulla via. Raccolti da un osservatore sfumato, svagato, che li compone nei suoi collage facendoli tornare interi.

Anche la lingua si scioglie con l’io: “Mi scusi. Mi scuci,o”. La poesia è qui antidoto all’eccesso di sé: il “circo del mio verbo essere”, con verbi senza soggetto, parole divise in segmenti, spezzature profonde (tra “me” e “ne voglio” e “andare”, due accapo vertiginosi), non diventa compiacimento formale, riesce a seguire il tenue filo della meditazione. Il mondo continua a fluire e appena sopra, appena a lato, un soggetto più lieve, un “verde leggero individuo”, racconta del suo incantamento (ma riservato), della sua ebbrezza (ma delicata).

*

Potete leggere qui gli Inni svaniti (in vani)

*

Scrive di sé l’autore:

“Giampaolo De Pietro si considererà sempre autore in formazione, di versi e scritti di sopravvivenza/e. Ha pubblicato nel 2008, grazie a un editore gentile di questi tempi (Salvatore Schembari, Salarchi immagini edizioni), la bozza-raccolta (raccolta di bozze) Tre righe di sole. Adesso studia un modo personale di dire collage. E fotografare le parole che non sanno stare in posa.”

*

L’immagine è un collage del poeta, dal titolo “Note di bianco”

 

25 pensieri su “Giampaolo De Pietro: inni svaniti e una nota

  1. Fiastro

    Renata sei terribile, magari fai apposta ma hai tagliato la prima poesia di questa gradevolissima raccolta, proprio sulla parte più carica di affetto e coinvolgente. Mi è piaciuta molto e solo a rileggerla ho capito, sotto il velo di un minimalismo formale, il pudore verso la sofferta scelta di soffocare il grido nel verso “il mondo non si consuma a sguardi”. Secondo me andrebbe spronato a lasciare più spazio al fervore, vista la grazia che ha nel colorare questi quadri, non rischia di sporcare la sua vena etera già così apprezzabile.

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  2. renatamorresi

    sì, l’ho fatto di proposito, ma solo per rimandare lo scioglimento a dopo, per incoraggiare ad esplorare il resto

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  3. matteo

    A me questi versi fanno venir voglia di correre a chiudere la finestra della camera da letto di Giampaolo, giusto per essere sicuri. Se ho frainteso, mi scuso.

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  4. Riccardo Raimondo

    A me sembrano le solite frammentarie giocolerie, i soliti frames (collage: per dirla con l’autore).
    Ma, un po’ come i tagli sulla tela di Fontana, sono stupendi, se fatti per la prima volta, per la Prima Idea.
    Ma la seconda volta diventano noiosi, scontati, autoreferenziali.
    Ritrovo come una malattia “d’introflessione” in molte ‘scritture’ d’oggi.
    Ma non è un sondare il mondo dentro di sé, quanto più è un avvoltolarsi nella tana, un rattrapire lentamente… il fiore della poesia smette di fiore e si accascia sul suo stelo:
    e in tutto questo c’è anche qualche effetto affascinante – non dico che non c’è.
    Ma in un momento in cui ci s’interroga sull’ecologia della letteratura e si cercano – si provano – cammini di ricostruzione, proporre ancora filamenti d’immagini, polveri d’impressioni…
    … non rischia di sembrare il solito modo di dire “io io io io io, io esisto!” ?
    La solita ‘palude definitiva’ (di Manganelli) ?

    un caro saluto a tutti
    e comunque i miei migliori auguri!

    Rispondi
  5. renatamorresi

    Sabato scorso a Roma, alla seconda assemblea di Calpestare l’oblio, ho sentito parlare, naturalmente, di poesia civile, nelle intonazioni che le conosciamo, ma anche, e per la prima volta in modo unanime (o così mi è parso), della vocazione civica della lirica, come interrogazione sull’essere situati in un posto e in un tempo. “Anche il linguaggio è un luogo di lotta”, scrive bell hooks, persino quando sembra parlar “d’altro”, o quando gioca (con la “voce e / viceversa”), o anche quando indaga, come avviene qui, il rapporto tra il dentro e il fuori, tra ciò che fluisce e ciò di cui si consiste.

    Non credo che l’estetica del frammento abbia molto a che vedere con la giocoleria come esercizio fine a se stesso in questi testi: non c’è un cut-up di sfida o di sfregio, non un soggetto lirico volitivo, piuttosto un darsi meno, un io che non può (più) parlare dal proprio centro, consumato e sottratto com’è dagli “altri”, il “mare le persone”, “queste genti” (sempre accolte con sorpresa però), e deve passare per dove può, per le cose/persone tra cui sta.
    Fortini diceva che la felicità è possibile “come grazia intersoggettiva, come momenti da ‘fissare’ e da ‘tessere'”. In questo senso i collage, poetici o fotografici, sono, io credo, questo dono a partire (inevitabile) da sé.

    Un caro saluto ai commentatori,
    r

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  6. manuel cohen

    ‘Vivi e premi/ nulla che si premediti’ mi sembra una intenzione che devi portare avanti, una oltranza. Anche il tasto del lavoro sulla lingua (la ricerca di senso che riaffidi alla decostruzione delle parole) è un progetto da seguire. Le parole di Renata, più che spianare la strada al lettore, devono servire a Di Pietro come spia, indicazione di possibilità. Insomma, deve farne tesoro.

    Potrei chiudere così: a me questi versi fanno venir voglia di spalancare la finestra della camera di Giampaolo: l’io giovane che vada incontro a tanti ii. Plurali. In bocca al lupo.

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  7. Riccardo Raimondo

    Cara Renata,
    inevitabilmente si parte da sé.
    Ma credo che il Verbo può ancora essere uno strumento potentissimo e, soprattutto, uno strumento di ricostruzione e non di dissoluzione, una potenza ordinatrice: una lente d’ingrandimento per scoprire grammatiche anche nel caos. Per scoprire che l’indicibile, lo sconosciuto, il mistero sono solo aspetti non d’un teorema indecifrabile, ma d’una fisiologia impalpabile che i nostri strumenti non riescono a contemplare. Le Parole non sono i luoghi della negazione, ma della possibilità. Non sono occasioni, ma verità.

    Certo è che da una prospettiva ideologica come quella di Calpestare L’Oblio, un certo intimismo, una certa poetica della “dissoluzione”, non possono che far comodo. Questo è un rischio che mi rattrista: il lirismo gettato in pasto all’Orientamento di turno. Avanti il prossimo!
    Ma dov’è l’Uomo? Dov’è la sua spinta verso l’Altro? Il suo slancio Puro, Vero? Dov’è la Realtà? Dov’è l’Oggetto, se non nel suo sfumare? Resta solo il fumo…
    E di fatti (e mi ricorda la situazione in cui Compagnon critica lo ‘staccarsi’ del Refente nel pensiero Barthes) gli Oggetti si ‘staccano’ dalle Parole, o addirittura si personificano: creando mitologie “postmoderne”, superstiziose, cartoons (la cenerentola…).

    Ma non voglio riempire questa discussione di «parole nuove sempre più acculturate, sempre più disgustose» (G.Gaber, Quando è moda è moda). Certo è che bisogna partire dal sé. E questo è un punto forte in comune.
    Ma è urgente porsi il problema della Realtà, della Verità, che è il Referente principale della letteratura.
    La poesia non può continuare a scomporre, a scomporre, a negare. Si fa prima a consegnare i fogli in bianco. Tanto vale il bianco, tanto vale il silenzio. “Non chiederci la parola” è già stato. “Non” l’hanno già interrogata la parola. Ora interroghiamola. Cuciamola!
    Lì dove l’io si nega (o vorrebbe negarsi) è proprio dove invece s’esalta maggiormente, vano, più vano di prima.
    Lì dove l’io, invece – come dire – si ‘estroflette’, lì comincia l’avventura della Parola: il suo viaggio nel Reale.
    Vado per approssimazione: queste poetiche fatte di ‘cenerentole’ e ‘verdi leggeri individui’ non mostrano una vita bellissima, ma sono inquietanti, inquietanti per il drammatico distacco che hanno dall’Uomo, dalla Realtà. Sono mostruosi.
    Da questa prospettiva non si può che ‘spiare’ la vita, paurosi, infimi – oserei dire (ma sono oserei).

    L’ora di scrivere non-invano è giunta. Drammaticamente giunta. E dobbiamo porcelo questo problema.
    ‘Erriamo’ ancora nel rischio di confondere timidezza con umiltà, essere appartati con l’essere sinceri, addirittura il non-essere come l’unico modo per esserci. E così mischiamo vanità e vigliaccheria.
    Il risultato è chiaro: ci allontaniamo da noi stessi, e quindi dagli altri. E la mistifichiamo piuttosto che illuminarla (conoscerla) – la Realtà. Da questa prospettiva non si può che essere appartati – è chiaro! Non si può che aggirarsi come zombie assenti tra la gente. Non vorrei mai affacciarmi da quella finestra.

    Da poeta mi contrappongo a poetiche di questo genere, tentando uno slancio più Eroico (da Eros). Tentando. Slancio.

    Aver raccolto dal vento una tradizione viva
    o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata
    Questa non è vanità.
    Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare.
    (Ezra Pound, Canti Pisani, Canto 81)

    spero che la mia perseveranza non disturbi nessuno
    o possa sembrare in alcun modo polemica
    spero di essere spiegato in modo soddisfacente
    e che non siano invano le mie parole

    cordialmente

    rr

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  8. nadia agustoni

    “La poesia di De Pietro prova a dire di un velamento che rende la vita bellissima: soffonde da tutto e ne è fragile incarnato.”

    Sottoscrivo.
    C’è molta ariosità nei testi e certa delicatezza, o grazia se preferiamo, che non poco sorprende.

    Rispondi
  9. Cristina Annino

    Ciao, Giampa!
    è che tu non giochi con le parole, non costruisci nè getti all’aria niente, neanche pensi forse. Tu respiri dentro e fuori il mondo, anche stando fermo fai salti. Senza arroganza, costruzioni mentali, senza neppure appoggiarti a un muro. Respiri e generi gioia.

    Bellissima lettura di Morresi; ha colto perfettamente la leggerezza di questo “soffiatore di sapone” che mi incanta e che conosco molto bene.

    Cris.

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  10. Riccardo Raimondo

    Rispondo a “soffiatore di sapone” …

    […] l’impegno del poeta è ancora più grave, perché deve rifare l’uomo, quest’uomo disperso sulla terra, del quale conosce i più oscuri pensieri, quest’uomo che giustifica il male come una necessità, un bisogno al quale non ci si può sottrarre, che irride anche al pianto perché il pianto è “teatrale”, quest’uomo che aspetta il perdono evangelico tenendo in tasca la mani sporche di sangue.
    Rifare l’uomo: questo il problema capitale. Per quelli che credono alla poesia come a un gioco letterario, che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scalette della sua torre per speculare il cosmo, diciamo che il tempo delle “speculazioni” è finito. Rifare l’uomo, questo è l’impegno. (Salvatore Quasimodo, Poesia contemporanea, Arnoldo Mondadori Editore, I Meridiani, Milano novembre 2005)

    Vogliamo rifare l’Uomo
    che ha fallito miseramente
    nella mente intrappolato,
    relativo
    solo
    taciuto
    come il muco d’uno starnuto
    trattenuto.
    (R.R.)

    Rispondi
  11. renatamorresi

    “verde leggero individuo” è *straduzione* di “light green fellow”, una canzone di Michael Hurley (chi ha cliccato l’ultimo verso nel file di De Pietro l’avrà ascoltata)

    dice, tra le altre cose, così:

    I’m looking in the window / Guardo alla tua finestra
    but it’s so dark I don’t see you / ma è così buio che non ti vedo
    why don’t you light a candle? / perché non accendi una candela?

    E’ molto bella questa canzone, la uso come risposta a Riccardo, di cui riconosco alcune istanze (la paura dell’alienazione, per es.), ma di cui non condivido la posizione. Anzi, penso che sia una delle posizioni più lontane possibili da me. Non credo che chi scrive abbia alcun privilegio conoscitivo. Ha la sua testimonianza, ha il suo provare. Partire da sé, dalla rete di relazioni e illuminazioni che uno/a riesce ad attivare da dove sta non è affatto inevitabile, tanto che tu mi citi una lista di parole con la maiuscola, astrazioni che io non so riconoscere, anzi (perdona la parola forte), che mi disgustano. Se mi dici “l’Uomo” posso solo chiederti “perché non accendi una candela?” Una candela, per guardarsi in faccia, non una “fiamma inviolata”.

    Non mi fraintendere, ho molto rispetto, naturale, per la ricerca della “Verità”, ma, per quanto mi riguarda, sono molto più interessata alla ricerca della clemenza. E, per quel che si può, della giustizia.

    Ma non voglio fare di questo post terreno di uno scontro poetologico; questi di De Pietro sono testi inediti e in fieri, che l’autore userà e trasformerà come meglio crede.
    E le teorie dicono fino a un certo punto, bisognerà leggere la tua poesia, Riccardo, per capire cosa hai in mente veramente. Di certo non sono affatto d’accordo con i tuoi termini (un poco livorosi e, loro sì, ideologizzati): qui non vi è alcuna poesia pop, né intimismo vittimista, né mostruosa deformazione, anzi. Ha ragione Cristina Annino, queste sono poesie di gioia.

    (se ci guardiamo in giro, in questi giorni grevi da basso impero, la cosa non è affatto scontata)

    Grazie per le letture e i commenti,

    un caro saluto

    Renata

    Rispondi
  12. francesco

    … proprio un predicatore questo signor Raimondo, e mai (si vorrebbe) lasciare l’ultima parola ai predicatori, bisognerebbe forse “spintonarli” un po’, magari proprio mentre “vogliono rifare l’uomo”, così, anche solo per far cadere quella maiuscola U del loro “Uomo nuovo”. o (O)basterebbe “il muco di uno starnuto”… ? o altro Pound:

    “la cosa che importa, in arte, è una sorta di energia, qualcosa più o meno simile alla elettricità o alla radioattività, una forza che trasfonde, salda e unifica. Una forza che somiglia piuttosto all’acqua che sgorga attraverso sabbia chiarissima e la mette in veloce movimento. Quasi una giocoleria. Si trovi l’immagine che si vuole.”

    cara Renata, davvero notevole la tua lettura, ti ringrazio.

    Rispondi
  13. Riccardo Raimondo

    Grazie Renata!
    Allora mi sa che ho sbagliato il bersaglio! Il bersaglio era Michael Hurley !!! ahaha!
    A me invece è piaciuto molto cogliere l’occasione per farne uno scontro “poetologico” (anche se questa parola non mi garba), fra poetiche. Mi sono molto dilettato e ho preso tanti spunti. Mi spiace se è sembrato inopportuno.

    Ad ogni modo al mio “Uomo” puoi anche permetterti di rispondere così, a quello di Quasimodo non saprei ^^
    Bisognerà che rispondi anche a Quasimodo a questo punto. Ti consiglio però di non fermarti a quei pochi termini, né per me, né per Quasimodo ovviamente.

    grazie e sogni Umani! 🙂

    ps: questi giorni da “basso impero” non contribuiscono in alcun modo a farmi sembrare la cosa meno scontata.

    Rispondi
  14. ilaria

    “vorrei nient’altro che volare”… Dio mio…come un verso così semplice può far stingere il cuore.

    Rispondi
  15. Cristina Annino

    Grazie, Renata! ma vedo che devo ristabilire qualcosa per chi crede all’unicità dell’impegno poetico. Giampaolo è una persona con problemi profondi, una coscienza molto raffinata e dolori, come tutti gli esseri consapevoli di sè e del mondo. Perché, soprattutto, “pensa”. Ma siccome la poesia è un delle nostre infinite capacità di essere, trovo bellissima questa sua spontanea abilità di trasformare situazioni complesse in levità e bellezza. Ciò presuppone elaborazione del proprio pensiero, cultura e una buona dose di amore molto necessario in “questo basso impero”.

    Cristina.

    Rispondi
  16. manuel cohen

    Non per fare polemica, e senza voler offendere la sua sensibilità religiosa che rispetto, ma vorrei chiedere al signor Raimondo, che coglie “una prospettiva ideologica come quella di ‘Calpestare l’oblio’ “, e per inciso, non so se lei abbia colto fino in fondo il senso di quella antologia, che tutto è tranne che ideologia eletta a sistema, anzi, nella fattispecie, a canone.

    E non ravvisa, al contrario, il signor Raimondo, un che di ideologico nei suoi commenti? Ad esempio, in tutte quelle maiuscole precipitate a pioggia sulle sue parole?

    …Uomo,Umano, Realtà, Parole, Referente, Orientamento, Oggetto, Verbo: non è che la maiuscola carichi di senso la parola, mi creda, semplicemente le dà una zavorra,questa sì verbosamente ideologica, di nessuna attinenza verbale. Riconosco poi che la cosa abbia un gusto tardoermetico, ma molto tardo, mi creda, arretratissimo. Sposato all’ontologia della parola poetica molto cara a un novecentismo becero,per adepti,diffuso e persistente.

    E poi, mi scusi, ma il suo Uomo, così titanico, (Nietzsche), non ha una intentio escatologica che forse tracima da un imperativo poetico?: ‘rifare l’Uomo’, ‘quest’Uomo che aspetta il perdono evangelico tenendo in tasca le mani sporche di sangue’…?

    Chissà perchè, si è sempre disposti a leggere l’ideologia negli altri, e a tenersi i prosciutti sui propri occhi.

    Mi piace cosa hanno scritto Cristina e Nadia. E’ comunque evidente che l’autore lavori con le parole e con qualche consapevolezza attingendo a ‘una delle nostre infinite capacità di essere’. Infinite, naturalmente, come ogni arte, e ogni scrittura.

    Rispondi
  17. renatamorresi

    eh no, Riccardo, dovrai essere tu a rispondere a Quasimodo, dovrà essere la tua poesia a sostanziare la tua teoria 🙂

    fintanto concordo pienamente con Manuel: non c’è stato niente di più mortifero nel Novecento che la *buona* intenzione di Fare l’Uomo Nuovo (una volontà che si è troppo spesso accompagnata, ma non è un caso, allo sforzo di definire cosa sia un Non-uomo)

    penso che dovremmo impegnarci finalmente a ripensare un po’ di questo gergo e ripartire, per esempio, dall’ “essere umano” piuttosto che dall’Uomo, in nome della cui cieca inclusività si è cancellata la diversità di tutto e tutti e tutte (e questo anche alla luce dell’ecologia della letteratura sopra evocata)

    ma questi sono discorsi troppo complessi da sintetizzare in un commento, posso assicurare a Riccardo, comunque, che non ci si fermerà “a quei pochi termini”, la riflessione è continua

    un caro saluto, grazie a Giampaolo, che in questo momento è in viaggio e non può corrisponderci, e grazie a lettori e commentatori

    renata

    Rispondi
  18. carmine vitale

    la leggerezza e la grazia con cui renata morresi descrive queste poesie sono pari alla gioia che dalle stesse ne deriva
    civile distante dall’io per poi aprirsi a noi
    è davvero un buonissimo impianto
    su cui costruire futuro e clemente dolcezza per chi verrà
    un caro saluto a renata davvero puntuale in tutte le sue risposte e ricerche
    c.

    Rispondi
  19. nadia agustoni

    Devo dire che sottoscrivo in pieno Cristina Annino e quanto dice Manuel Cohen su “Calpestare l’oblio”.

    Una nota a parte sullo scritto di Renata, davvero pertinente. Un saluto

    Rispondi
  20. Fiastro

    “…Di un circo del mio verbo essere
    E sia – …”

    Mi dispiace che Raimondo, per tornare al testo, non colga che il guanto della sfida, che fa tanto eroico, sia stato lanciato. Condivido anche la successiva dissoluzione dello stante narratato, pur volendo rifare l’Uomo, non è per incapacità o codardia dell’autore, che prende coscienza di sè nello scrivere e ce ne fa partecipi, se egli non può far altro che tracciare le sue linee di fuga e attendere. In questo Essere Attesa io leggo fermezza e coraggio, sono oltremodo convinto che i suoi passi non scadranno in elucubrazioni trite di “alta poesia”. E questa fiducia me la dà appunto l’appagamento estetico che provo nel leggere. Quanto a sporcarsi le mani, senza scadere in ideologia, mi sembra che Giampaolo abbia già un’ottima mira.

    Rispondi
  21. Riccardo Raimondo

    Grazie Renata! Ottima parola che – per quanto mi riguarda – fa le mie veci per rispondere a ogni critica nei miei confronti:

    SOSTANZIARE

    Bella, Maiuscola e Luminosa.
    Ma vi prego, non confondetemi per un superuomo… è una giacca villana che mi sta stretta…

    ciao ciao

    Rispondi
  22. giampaolo

    ciao a tutti,
    grazie renata – e grazie e grazie (la scelta di citare il testo di hurley, pure)!
    mi piace leggervi e adesso salutarvi come inviato speciale da una nazione la cui capitale puo’ vantare persino un museo civico d’art brut! agli ecologisti dell’io consiglierei di non smazzarsi tanto (smazzare è verbo brut)!
    vi ringrazio tutti: cristina, francesco, nadia, manuel, fiastro, carmine, ilaria E Riccardo.

    giampa,olo

    Rispondi
  23. setteanelli

    le riflessioni di Renata Morresi le ho trovate un’ulteriore ricchezza agli scritti di Giampaolo – l’essere presenti a qualcosa – leggo le poesie di Giampaolo da tempo – e m’immergo nelle sue foto – e per me è originale – ha uno stile, un modo di esprimersi mai banale – personale, e meno male! – c’è il mondo nella poesia di Giampaolo – in tutte le sue misure più o meno fragili e forti – dentro e fuori –
    soli o con qualcuno – c’è un senso … per me anche vero – tra il sogno e la realtà – tra una frase compiuta e una che non lo è – tra una acrobazia e un semplice passo – una presa e una perdita – tra tutto questo per me si compie la vita – sua mia di tanti – quella comune – quella speciale – quella così com’è – anche incomprensibile ma presa anche solo per un istante –
    dunque, grazie!

    Rispondi
  24. Francesca

    Giampaolo,
    chiamandoti per nome con tono di speranza,come tu scrivi, perchè non ti conosco,
    ma mi si inciampassero gli occhi se non ti leggo tutto, e sempre.
    Anche quando ti trovo in una cornice così bella e delicata, con tanto di così egregia lettura da parte di Renata Morresi, che ringrazio per la proposta.
    Più che un circo, il tuo verbo, è un dolce carillon, che suoni con anima e l’acuto del cuore e che sicuramente lascia intravedere la tua bravura nel creare atmosfere di grazia infinita.
    Le note, per sinestesia, diventano sensazioni, specie colori… tutto sfuma nel tuo verde, il colore della prima fioritura, il colore gentile e fanciullo del tuo sguardo che mantiene in sè la freschezza e l’innocenza “di chi riversa il proprio cuore altrove oltre la meta delle cose che il giorno non sa ancora
    riservargli …”, ovvero, sei grande Giampaolo. In bocca al lupo.

    Grazie.

    Rispondi
  25. giampaolo

    grazie, davvero!

    l’io che “si diluisce” tra gli altri. e intanto la parola è una presenza. davvero. passiamocela attraverso gli occhi. che poi la scrittura parte anche da quelli, parte e viaggia, e mica può saltarli gli io degli sguardi. magari si fanno dei coretti, in controcanto. e non è mica per raccontarsi felici, o ciechi.
    l’ecologia dei paroloni, ad esempio. ma anche i paroloni, come i manifesti che fanno l’effetto “attenzione” – se hanno un corpo e non solo eco – sanno farsi strada, prima forte, poi sfumando. non importa se al contrario.

    grazie setteanelli, grazie francesca.
    e a tutti, ancora.
    buona giornata, buona parola.

    giampaolo

    Rispondi

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