Prefazione del libro di Augusto Benemeglio
1.Tornando a casa per Natale
Tornando a casa per Natale (è il titolo di un film di Bent Hamer), capita che trovi un regalo inatteso sotto l’albero: un libro, un romanzo di Fabrizio Centofanti, Nessuno è più importante di te, ancora come dattiloscritto, insomma un’anteprima assoluta (se escludiamo il blog, dove però non si ha mai una visione d’insieme), che subito ti coinvolge. Conosci lo scrittore e la sua straordinaria capacità di essere prodigiosamente plastico nel mettere in prospettiva, in scena i ricordi, quasi di sbalzarli come in un racconto stereoscopico; ma conosci anche il sacerdote, capace di riunire gli uomini e stimolare, far emergere i loro lati migliori – un po’ come il regista finlandese del film in questione, ma qui la regia viene dall’Alto –, parliamo dei singoli uomini e delle singole donne che s’incontrano tra loro, si sentono vicini, provano simpatia gli uni per gli altri, e questo sentimento permane, li pervade al di là di ogni tentativo di separarli e isolarli nelle loro (talora profonde) solitudini. Non tutti gli uomini e le donne che si incontrano nella sua chiesa-casa-ventre-rifugio (“la chiesa ti partorisce una seconda volta; i canti sono grida, le doglie della donna, i vagiti del bambino, il tunnel buio che bisogna attraversare per riconoscere la luce” – pag.36) sono dei vinti e degli emarginati, ma sono pur sempre, “ciottoli umani levigati dalla fede, schegge impazzite di speranza…”, esposti alla vita, indifesi nella loro nuda singolarità, e tutti hanno bisogno della sua tenerezza di poeta, della sua guida di pastore, del suo telescopio interiore che sa scorgere nel nero infinito le stelle più luminose. (“Vi sento, sento le vostre voci, il fiume si è fermato, no, ancora tremano, te ne accorgi se guardi attentamente, ancora tremano le stelle”).
“Il grande messale era spalancato,/dondolavano i nastri di seta/ smeraldo,porpora,bianco acquoso./ Assistevamo, confessavamo, ricevevamo,adoravamo…”. E’ la memoria di un orizzonte, quella evocata dal poeta irlandese Seamus Heaney, di un orizzonte per molti di noi remoto, che ha fatto parte della nostra infanzia e adolescenza, e che sembrava (per quel che mi riguarda) per sempre smarrito. Ora, grazie a don Fabrizio, questa storia si ripete, a Natale e in ogni festa consacrata nella chiesa di San Carlo da Sezze, che richiama folle oceaniche. E capita anche che, tornando a casa dopo una fredda notte di Natale, tu sia ricolmo di quei canti, di quei pensieri evangelici, di quegli odori d’incenso e desideri di pace e semplicità di cuore (“Come sarebbe il mondo se ogni vescovo gridasse le parole del vangelo, se abbattesse la cortina delle diplomazie e se dicesse pane al pane e vino al vino?” -pag.26), ma quando poi questa storia di immagini, – atmosfere,volti, inni, strette di mano e ostie consacrate – diventa pagina di scrittura, ecco che tutto assume un proprio volto, una propria fisionomia, un’autonomia, una storia di personaggi che sfuggono anche al suo autore: ecco il racconto diramarsi in mille direzioni, vicoli, strade, crocicchi, pianure, colline, valli, situazioni e vicende che nei telai del linguaggio, nella memoria e nelle sue dimore, si moltiplicano in ragioni di piazze, catacombe, coltelli, letti, rasoi, colline morbide di Sotto il Monte e delle valli bergamasche, e poi Versailles, Atlanta, Dallas , Betelgeuse, Kenegdo e la canzone di Prévert, giardini di fiamma, muri d’ombra e di fuoco, il Lorraine Motel e il Cupolone di San Pietro, vite parallele, zanne d’avorio e canne di fucili, germinazioni di incubi, spazzini magici alla Mary Poppins, cluster bombs e cerchi di silenzio, Rosa Parks e Earl Ray, odori di stalla e foreste di alberi di vetri. Tutto si amplia a dismisura, si fa storia che rivisita i grandi miti del nostro tempo, come Giovanni XXIII, J.F. Kennedy, Martin Luther King, diventa storia delle storie, di incontri e scontri, di ideali e violenza, di utopia, martirio e sangue, e spazia nel tempio misterioso e miracoloso della memoria dell’uomo, e ti scorre dentro come un lungo nastro di film in sequenza, un luminoso bianco e nero in cui ritrovi il tuo passato, il tuo presente, e – forse – il tuo futuro.
Insomma, quando Fabrizio si mette a scrivere, questo rito magico e stregonesco che ogni notte compie nella camera alchemica del suono (sì, la scrittura ha anche un suo suono interno, un colore, un umidore), con la sua proverbiale memoria, precisa come un dettato o una lama affilata, con il giusto tono e timbro, la giusta luce, è come se componesse un’opera musicale, una sinfonia natalizia. Un libro come questo – bello, intenso, autentico, universale, con il gusto della sfida, dell’amore per la musica e per l’arte, pieno di intelligenza del cuore – va considerato tale .
È un continuo rifare interiore che spiega tutta l’estetica del suo eseguire colto, perennemente insoddisfatto di sé, immerso in una caldaia di umanità fumante, con il sentimento del tempo, i retroterra dei fallimenti e delle frustrazioni, le stimmate della sua passione. In certi capitoli ti puoi immaginare l’autore come regista metafisico, con la telecamera ben salda nelle mani, appollaiato sopra il mondo, da qualche parte, in un cielo che d’improvviso si fa luminoso, e non perché ci sia la stella cometa, ma tutta la luce, lo splendore che fanno ogni donna e ogni uomo quando proiettano le loro anime. Lui ci vede così, quando è in stato di grazia. E allora noi diciamo Fabrizio santo subito, come per quegli scrittori “cult” tipo David Foster Wallace e Roberto Bolaño, coi loro libri monstre Infinite Jest e 2666 , o Stella Distante, in cui cantano una gioia impareggiabile e una certa disperazione umana, che è di tutti e che anche il Nostro sa leggere, con la sua intelligenza apertissima e la dolcezza che è nel suo cuore, pur dilaniato da ferite, angosce e tragedie che vengono consumate ogni giorno dall’uomo sull’uomo. E allora capisci che – come spesso ti dice dall’ambone – per trovare la voce di Dio hai bisogno di un volto, fosse anche “la violenza di un volto”, hai bisogno di incontrare l’altro, come accade allo stesso mitico Martin Luther King: “La lunghezza è rendersi conto che nessuno è più importante di te, come mia madre ripeteva, che hai tutto ciò che serve per gestire la vita, per creare il tuo destino [..]. Ma la lunghezza non basta: ci vuole la larghezza, l’uscita da sé per incontrare l’altro, perché una vita chiusa in se stessa è una prigione, magari dorata, dove prima o poi ti senti soffocare. Non potevi immaginare che a Boston ti avrebbe aspettato quello sguardo. (pag.53) ”
2.Le parole della vita.
Oggi è forte il rischio di lasciarsi andare nel bla-bla delle insignificanze verbali, delle trasmissioni televisive che svuotano di ogni significato il linguaggio, che riducono la vita a un barnum dell’apparire e della volgarità, o di precipitare in un vortice di parole di assordante rumore, che semina solo angoscia e smarrimento. “Bisogna uscire dall’insignificanza – scrive un commentatore del blog -, dotare se stessi e il mondo di senso, vivere e non essere vissuti, scegliere e non lasciarsi trascinare, dare, finalmente, al verbo amare il suo giusto valore logico-formale: transitivo attivo, senza che sia vuota forma, ma gesto, sguardo, tocco, carezza, parola-che-fa rinascere sempre a nuova vita”. Ma le parole della vita non sono molte, anzi sono poche, sono rare, e quanto più si scava nel tempo, tanto più si perdono. Rimane l’essenziale, il segreto e la potenza della parola iniziale, che spesso l’uomo dimentica: l’altro. L’incontro con l’altro, la persona che si presenta con i suoi tratti unici e irripetibili, belli o brutti che siano, deturpati dalla violenza o rasserenati dalla felicità, diventa fondamentale. È la riscoperta di una coscienza che nella vita ciascuno di noi – come diceva Danilo Dolci – “ è – può, deve essere – ostia agli altri. Mangiare è un dramma: cosmico. Accetto di mangiare per poter farmi mangiare”. Con l’altro si stabilisce quella naturale quanto concretissima relazione dell’io con un tu. Senza l’altro non vai da nessuna parte, non compi nessun passo nella direzione del senso dell’essere. E non si tratta di durata di tempo, ma di intensità di sguardo. E, come diceva Levinas, la dinamica umana diventa paradigma della dialettica divina. Anche quest’ultimo romanzo di Fabrizio è, in fondo, un romanzo sull’altro, che può essere Kennedy, King o Papa Roncalli, ma può anche avere un volto anonimo, un altro che non ricorderai mai più per tutta la tua vita, ma che esiste e ti ha salvato quando non avevi più speranze (“Qualcuno mi aiutò, angeli che passano per la strada e non fai in tempo a domandargli il nome”).
La poesia di Fabrizio non nasce dall’amore per le parole, ma dall’amore per gli uomini. Lui è riuscito, nella terra di nessuno esistente tra la vita e la letteratura (la vita o la si vive, o la si scrive, diceva Pirandello: io non l’ho vissuta, l’ho soltanto scritta), a ridurre le distanze. A saper conciliare la scrittura con la sua missione di pastore d’anime, equilibrio sempre delicato, costantemente in bilico, meccanismo ad orologeria, che ha un moto circolare, come, ad esempio, nelle descrizioni di Angelo Roncalli, della chiesa e della piazza, altre due parole essenziali: “Vidi la chiesa che ricorda San Miniato, il grigio e il bianco che si alternano per dare agli occhi la sensazione di riposo. Le strade sono piene di macerie, verrebbe voglia di guardare oltre gli scuri, per sapere se qualcuno stia spiando le mosse del presente, se sia possibile concepirsi ancora in un futuro […]. La Piazza è il cuore del mondo, in cui si aggirano ombre timorose che hanno perso la via e non ricordano più dove si entri né dove si vada, che scorgono macerie dappertutto e non sanno chi abbia provocato tutto questo.” (pag.33). E poi ci sono le macerie, che “un ragazzino trascina in una carriola”, che non rappresentano solo il passato, la guerra, la devastazione, la nudità, i detriti della nostra anima, ma il pericolo costante, reale, concreto che tutto ciò possa tornare da un momento all’altro, perché – purtroppo – ciò si annida dentro di noi. E la seconda mezzanotte ipotizzata da Antonio Scurati nel suo discusso romanzo di fantascienza sociologica, potrebbe essere molto più vicina alla realtà, così come il programma di distruzione della sua Venezia, a colpi di pennarello rosso sangue e, con essa, di tutto il mondo dell’arte. Altro che nuovo umanesimo, nuovo rinascimento! Non a caso qualche mese fa si è realizzata, nella galleria Daniel Bla, a Londra, una mostra sulla terribile bellezza della bombe, “A-Bomb – Pictures of disaster”. Cento fotografie di esplosioni atomiche immortalate dai reporter tra il 1945 e il 1970. Il fungo dell’esplosione di Hiroshima e Nagasaki, l’impressionante grandezza di quei mirabili e terrificanti diciotto chilometri di ascesa alle vette celesti, una spaventosa tempesta di luce che equivaleva a molti soli, una biblica nuvola di fuoco, fumo e polvere multicolore, un colpo di “genio” che per la prima volta poneva la potenza dell’uomo a livelli della Creazione: “Lanciate bombe e minacciate i nostri figli e noi vi ameremo ancora. La vita è tutta qui: tra i rifiuti sotto il pino e le arcate della chiesa-donna che raccoglie i frammenti di disperazione e ne ricava una vetrata […]. Solo di una cosa potete essere sicuri: che vinceremo con la nostra capacità di soffrire: l’amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo” (pagg. 36-37) ”
Il libro di Centofanti ci fa riflettere anche su questo. E ci chiediamo: anche questa mostra di bombe atomiche è una forma d’arte?
3.L’arte.
L’arte – diceva Oscar Wilde – continua ad essere la ballata dei segreti e della solitudine, che non fa l’uomo migliore, ma solo più profondo, e comunque servo di scena, servo della propria immaginazione, inutile assistente della propria vanità. L’arte non è verità, ma solo profondità, unità interiore di un oggetto con se stesso. Una volta i poeti si nutrivano del proprio sangue, delle proprie lacrime, si cibavano della propria disperazione; ora, invece, dice Miuccia Prada, l’arte è l’unica possibile via di scampo dalla volgarità imperante. Solo l’arte e la bellezza ci possono salvare, perché “l’arte è la via per ritrovare il cuore” , il motore per far diventare realtà i sogni di libertà (“Io accarezzo un sogno […], che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: che tutti gli uomini sono stati creati uguali”), ripete Fabrizio Centofanti che, con questo romanzo, ribadisce di voler essere voce e testimone della speranza, soprattutto degli ultimi, di uomini misconosciuti, i cui fatti di cronaca spesso trovi nel fondo dei cassonetti della spazzatura: “sono vittime predestinate della società, rotelle di un ingranaggio spaventoso […], che lottano per i medesimi valori, per gli stessi cambiamenti della storia”. E tuttavia “ci sono alte barriere che ci dividono”. E pure anch’essi , gli sconosciuti, i non nominati, la cui fede nessuno conobbe tranne Dio, fanno parte della Chiesa, parola del cardinale Ratzinger, che conclude: “Di essa fanno parte tutti gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi, il cui cuore si protende sperando e amando, verso Cristo”. Ma “se la chiesa non diventa la chiesa del grembiule di don Tonino Bello, e non accetta di farsi rotella dell’ingranaggio anch’essa, di sperimentare cosa sia lo sfruttamento, come può parlare a questa gente?” (pag. 55).
4.Cristiano scrittore
Dagli abissi della depressione, angoscia, paura, terrore del futuro in cui siamo precipitati, in un paese allo sbando, di escort e deputati al saldo invernale, di giovani umiliati, di braccia sfruttate, di cervelli in fuga, di camaleonti della furbizia sempre più scontata, insomma da un punto di non ritorno, ecco emergere Fabrizio Centofanti, questo cristiano scrittore, come lo ha definito Tiziano Scarpa, che non ha la figura caravaggesca di un Saviano, e non scrive Gomorra o La pelle o SOS, si salvi chi può, ma che va sempre più affermandosi con potenza di dettato, intensità, coerenza e limpida scrittura, ricerca della verità senza far sconti a nessuno, innanzitutto a sé, un po’ alla Turoldo (“Siamo sempre razzisti/ nazisti/ schiavisti /fedeli infedeli/ un oceano di gemiti/ che nessuno ascolta più) . È uno che continua a scrivere libri coraggiosi in cui si è in trincea, si lotta per la libertà, e per la dignità umana, per ridare speranza a chi soffre, ai diseredati, agli ultimi, ai barboni, agli ubriaconi e agli zingari, alle pietre di scarto; continua la sua sofferta e attenta meditazione sul mondo e sulle sue vicende. È uno che sta al gancio della scrittura, cui si attacca l’anello della catena della vita (l’atto stesso dello scrivere è una sfida perenne con la morte), e conosce l’enigma, il mistero della sua esistenza nel mondo; è uno che scrive ogni giorno e si mette costantemente in discussione, che cerca il confronto, la condivisione, ma anche di capire la diversità, la frattura, il mutamento, il fluttuare del pensiero, sempre con assunzione di responsabilità in un mondo che va, al contrario, sottraendosi sempre più a ogni determinazione di responsabilità. Fabrizio fa opinione, è una sorta di piazza delle rivelazioni, lo troviamo al calare delle tenebre, e ci dice cose che rischiarano il cuore, cose semplici, misteriose e vere, reali ed eterne, che parlano della vita, della morte, dell’amore, della speranza. Ci dice che noi non siamo mai veramente cominciati. E mai finiremo. Poeta oratoriale, uomo di profondo e sofferto misticismo, continua a perseguire un sogno ad occhi aperti di costante riconciliazione, un bisogno ossessivo intorno alla domenica di Dio, vagheggiando la ritrovata armonia, la pace, la ricongiunzione degli estremi, la via verso la luce e la libertà, che passa nell’incunabolo di memorie agghiaccianti, come i tamburi lontani dell’assassinio di Martin Luther King, la violenza, le stragi, i razzismi, l’indifferenza, le umiliazioni, le vie crucis, le piccolezze, i frammenti e le fragilità che sollevano alla pura gioia del mondo di Dio, o di un qualcosa che ci richiama irresistibilmente a Dio, e lo fa nello splendore, nella sua funambolica struttura multinarrativa, in una sorta di meccanismo a orologeria di indicibile precisione, uno straordinario concertato polifonico che lievita attorno a grandi personaggi, filtrati, intrecciati a vari livelli, come accade, di fatto, nella vita, dove non c’è mai una linea sola, ma le immagini e i pensieri si accavallano, ricevendo senso gli uni dagli altri, coinvolgendo chi scrive e chi legge fino al punto da metterci dentro la propria vita. Questo, in un certo senso, violenta le rispettive biografie, ma è l’unico modo per non farne qualcosa di esterno, e mettere invece in discussione i valori in base ai quali si vive, per decidere, insomma, di cambiare mentalità. “La letteratura, infatti – scrive Fabrizio – rovescia il mondo, anche se il mondo se ne accorge sempre dopo”. È vero, in letteratura nulla è casuale, c’è sempre un disegno dietro un progetto, un romanzo, che governa i destini. Anche se – osserva una lettrice del Blog – non si legge la parola fine.
“Quel che manca è la chiusura circolare del pensiero di chi narra confondendo la sua storia con quella di due grandi uomini, per dare un’evoluzione anche solo immaginaria nel mondo reale ma sicuramente viva e vera nel vivere semplice di quel che è l’uomo di tutti i giorni, un uomo particolare che si confonde in questa storia e si rivela così com’è, senza manie di grandezza o di celebrità, perché vive la storia non dall’alto di un gradino ma dal lato oscuro della luna”.
C’è, in effetti, in quest’opera, la trasfigurazione del ricordo, la dilatazione mitica e insieme teneramente poetica del piccolo, del quotidiano, del vissuto, che è emblematicamente riassunto nello stesso titolo del romanzo: “Nessuno è più importante di te”. Sono le parole che la madre del piccolo Martin dice al figlio, ma anche le parole che ogni madre dice al proprio figlio che ama.
Forse la parola fine non c’è perché – come diceva Calvino – è il lettore il vero eroe del romanzo, è lui che dovrà tessere la vera trama del libro. “Quando una storia arriva alla fine, ciò che conta è il fine della stessa” – dice lo stesso autore – che si può imprimere nella mente solo se hai letto anche le note a piè di pagina, o a margine; allora non c’è’ tristezza per qualcosa che finisce, perché la circolarità dello scrivere ci ricorda il cerchio della vita, e non sai mai dove inizia e dove finisce, ma sai che, ovunque accada, lì c è il fine, in due punti che coincidono come l’alfa e l’omega”.
Per concludere, potremmo definire questo libro, scritto in stile agile, rapido, musicale, oserei dire un po’ alla Baricco, – ma con maggior potenza e intensità di scrittura , – una lunga preghiera che dimentica venti secoli di sermoni, senza nessuna retorica, perché ritrova l’ispirazione nella sofferenza, nel racconto profondo, nel volto degli innocenti, di coloro che vennero per cambiare il mondo e farlo più giusto, ma anche di tutti i misconosciuti della terra, delle pietre di scarto che non vennero per cambiare, ma per morire, ignorati da tutti. Sono questi, coloro che più di tutti vanno considerati i veri martiri della libertà. E nessuno è più importante di loro.


Finalmente! Grazie Giovanni, Augusto, Fabrizio anche se l’ordine dovrebbe essere inverso … Nessuno e’ più importante di … Un buon libro scritto bene, ben presentato e ben annunciato:-)
Un romanzo da andare ogni tanto a rileggere perché, come ha detto l’autore, il suo messaggio porta “un passo dopo l’altro, verso la consapevolezza dell’amore”.
Un libro che parla di libertà e speranza, che lascia impressa nel cuore la consapevolezza che non esiste amore senza libertà e che “esiste davvero quella cosa che quaggiù chiamiamo libertà”.
Anche un libro che parla del coraggio di annunciare la Verità, come nel Vangelo: “Non ho paura di nessuno, perché la gloria ha brillato nei miei occhi, e non può temere chi ha visto la gloria del Signore.” e“Non mi preoccupo di una lunga vita, ma che nella mia vita, lunga o breve che sia, appaia una traccia di Dio, un riflesso visibile del suo progetto”.
Grazie a Giovanni, ad Augusto e, non ultimo, a don Fabrizio!
“Mangiare è un dramma: cosmico”,
come quasi tutto quello che ci riguarda.
I più sensibili ci arrivano, ma saper andare oltre portando per mano gli altri – o aiutandoli a farlo da sé – è davvero da pochi.
Grazie e un saluto,
Roberto
Che il tuo romanzo, Fabrizio, possa andare libero per il mondo!
Impressioni che non si possono dimenticare contenute in una lettura salutare che distrugge menzogne convenzionali e spezza in due qualunque pregiudizio.
“Il solo ingegno non può fare uno scrittore. Vi dev’essere un uomo dietro il libro.”
Ralph Waldo Emerson
BELLISSIMA NOTIZIA!
Complimenti all’autore per l’opera già pre-gustata on line ed all’editore per averne premiato la fatica letteraria, donandole il profumo della carta stampata.
A quando la pubblicazione/distribuzione del libro?
Grazie, Augusto, per la tua ennesima chicca come prefazione. Ormai il binomio Benemeglio-Centofanti è garanzia di successo!
Titti
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“…nella vita ciascuno di noi – come diceva Danilo Dolci – “ è – può, deve essere – ostia agli altri . Mangiare è un dramma: cosmico. Accetto di mangiare per poter farmi mangiare”.
Date loro voi stessi da mangiare.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna.
Una volta un bambino nel raccontare -con la semplicità e l’innocenza propria della sua età- l’episodio del Vangelo in cui Gesù ha preso del pane ed ha detto: “questo è il mio corpo offerto per voi” – ha rovesciato la frase ed involontariamente l’ha resa più comprensibile: Gesù ha preso il suo corpo e ha detto: Questo è pane offerto per voi.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna.
Date loro voi stessi da mangiare.
E il cerchio si chiude.
Pagine di storia che si impastano a strappi di vita dissacrata e sottomessa, esaltata e riconosciuta; pagine in cui il comune denominatore è il rispetto e la considerazione dell’uomo, il coraggio della verità, sempre e comunque
Andarlo a cercare subito, allora:(dove dal carrello IBIS?)quello che avvolge subito è la profonda avvenuta, e che continua a divenire, avventura umana, e anche: la gloria della storia. (“con poche cose ora credo / dal buio, il ri- abbraccio).
Maria Pia Q
correggo il mio verso, da Le Moradas “C on poche cose , ora imparo /dal buio, il ri abbraccio”
Maria Pia Q
“Nessuno è più importante di te”è un romanzo che ti porta indietro nel tempo,parlandoti di fatti e di personaggi ,dei quali ne ho sentito parlare soltanto da bambina.E al tempo stesso ti apre gli occhi verso un mondo che puoi solo immaginare o che non vuoi vedere ,perchè ti porta a guardati dentro e a farti capire che non sei solo ,ma che esiste “l’altro” accanto a te.
Cristo dice di dare a Cesare quel che è di Cesare… (in fondo, è questione di giustizia) quindi un plauso anche per la lettrice del blog che, all’ultima pagina del romanzo, aveva lasciato questo commento:
“…quel che manca e’ la chiusura circolare del pensiero di chi narra confondendo la sua storia con quella di due grandi uomini per dare un’evoluzione anche solo immaginaria nel mondo reale ma sicuramente viva e vera nel vivere semplice di quel che e’ l’uomo di tutti i giorni, un uomo particolare che si confonde in questa storia e si rivela così com’e’, senza manie di grandezza o di celebrità ma solo perché vive la storia non dall’alto di un gradino ma forse solo dal lato oscuro della luna.
Forse la parola FINE non c’è x una svista o forse perché qualcosa si deve concludere ancora portando il suo messaggio da imprimere nel lettore perché qui a volte e’ il lettore a tessere la trama con l’autore.
Quando una storia arriva alla fine ciò che conta e’ il fine della stessa che si può imprimere nella mente solo se hai letto anche le note a pie’ di pagina o a margine, allora non c’ e’ tristezza per qualcosa che finisce perché la circolarità dello scrivere ci ricorda il cerchio della vita, e non sai mai dove inizia e dove finisce ma sai che ovunque accada li’ c’ e’ il fine, in due punti che coincidono come l’alfa e l’omega.” SM
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
Ho potuto leggere, all’epoca in cio mi sono inserito sul blog, solo dalla seconda metà in poi, quindi il mio giudizio non fa molto testo. Ciò che ho letto, però, mi ha proiettato con facilità (è qui che fa il suo lavoro straordinario la bontà della scrittura in questione) in quell’epoca di cui non ho ricordi per ovvi motivi anagrafici. Ciò che ho letto, però, mi ha dato la misura dei fatti, degli avvenimenti che hanno caratterizzato quegli anni, fornendomi una lettura alternativa e colmando un mio gap. Il parallelo, poi, tra i due personaggi, lo trovo un’invenzione eccezionale! Grazie Don e grazie a coloro che hanno supportato la pubblicazione: leggerò presto la parte mancante, che per motivi di tempo non ho potuto leggere sul blog. Ti auguro Don che questo sia l’inizio di una lunga avventura da condividere con chi vorrà farne parte!
Conosci lo scrittore e la sua straordinaria capacità di essere prodigiosamente plastico nel mettere in prospettiva, in scena i ricordi, quasi di sbalzarli come in un racconto stereoscopico; ma conosci anche il sacerdote, capace di riunire e mettere in scena gli uomini e stimolare, far emergere i loro lati migliori – un po’ come fa il regista finlandese del film in questione, ma qui la regia viene dall’Alto –, parliamo dei singoli uomini e delle singole donne che s’incontrano tra loro, si sentono vicini, provano simpatia gli uni per gli altri, e questo sentimento permane, li pervade al di là di ogni tentativo di separarli e isolarli nelle loro (talora profonde) solitudini.
Un libro che è stato una piacevole compagnia sul blog, che ci ha permesso di imparare, di trovare ogni giorno elementi di discussione, confronto e crescita. Sarà bello rileggere quelle pagine tutte insieme e sono certa che troveremo molti altri spunti di riflessione. Ho voluto ricopiare parte delle parole pubblicate perché mi hanno particolarmente colpita e penso che ci è stato fatto un doppio regalo lo scrittore e il sacerdote. Grazie Don, grazie Augusto e Giovanni!
Un romanzo che è andato dritto al cuore, come del resto tu Fabry che ne sei l’autore, e anche tu Augusto e Giovanni, grazie!
L’invito di mia moglie a condividerne la lettura mi ha fatto conoscere, solo un paio d’anni fa, la scrittura di Fabrizio Centofanti su questo sito. Molti penseranno, per questo, che io non sia la persona più preparata per parlare delle sue opere; peraltro, sono io a dirlo, la mia frequentazione è rimasta comunque sporadica, a dispetto di una produzione che rapisce nella sua inesorabile quotidianità e richiede attenzione. Sono tuttavia la persona più titolata per dire la mia; non mi lascerò sfuggire, pertanto, l’insolita occasione di poter esprimere un pensiero più generale, non vincolato alla stretta attualità di un testo da commentare. Ciò che, fin dalla prima volta, mi ha maggiormente impressionato della scrittura in pillole di Fabrizio Centofanti, è la totale interconnessione giornaliera tra il testo pubblicato e la scia dei relativi commenti; quella reciproca caparbietà nel darsi sempre e comunque e nel ricevere, ad ogni costo, oltre ogni impegno e limite. In tal senso, mi sono persuaso che la pagina quotidiana senza i commenti non esisterebbe. I lettori di Centofanti non si accontentano certamente di concedere un semplice I like it. Interpretano fin nei meandri più reconditi, anche aldilà di ogni più ardita intenzione ispiratrice, analizzano le virgole. Ma la scrittura di Fabrizio Centofanti, se a molti genera piacere, alla maggior parte stimola comunque l’approfondimento, il voler dire qualcosa senza restare in superficie. A me è capitato proprio con la raccolta dei brani su Roncalli e Luther King, quella che sono riuscito a seguire più assiduamente; volendo lasciar traccia del mio pensiero al riguardo, soprattutto qualcosa con un fondamento storico, ho spesso dovuto studiare, andare a ricercare il vero corso degli eventi e, in base alle nozioni acquisite, tentare di comprendere la prosa costruita sapientemente su quelle stesse informazioni. Tutto ciò rappresenta meriti non da poco. A mio parere, dunque, si tratta di una scrittura che trova la sua ragione d’essere nella stretta relazione con ciò che i suoi lettori ne ricavano e ne restituiscono e che, infatti, non può prescindere dal valore della conclusione, a fine giornata, da parte dello stesso Centofanti, il cui significato non è mai limitato al semplice ringraziamento. Parallelamente, si tratta di una scrittura che trova il suo fondamento nel mezzo attraverso il quale raggiunge i propri lettori e la parte assolutamente attiva, a volte preponderante, che questo concede loro. Da simili considerazioni si può comprendere come susciti in me una sensazione di perplessità la pubblicazione su carta del libro. Ho paura di non trovarvi traccia di alcuno degli aspetti ora descritti e che, a mio parere, costituiscono elementi imprescindibili dalla scrittura di Centofanti. La domanda è: la somma di tante emozioni sperimentate e provate in un determinato contesto, equivale, in un diverso contesto, ad un’unica grande emozione? Alcuni commenti precedenti è stato scritto “Il solo ingegno non può fare lo scrittore, ci deve essere un uomo dietro il libro”. Mai citazione mi è apparsa più azzeccata. Auguro ai molti lettori di questo libro su carta stampata, di raggiungere la stessa sintonia con l’uomo che vi si cela, con la sua capacità di raccogliere attorno alla sua scrittura un coacervo di commentatori assidui e, per questo, a loro volta coautori, quasi mai banali. Di raggiungere la stessa conoscenza diretta, amicizia, amore, di riconoscere il suo ruolo, il suo passato e il suo presente, di comprendere “la poesia e lo spirito” di Fabrizio Centofanti. Allora, capirete che nessuno è più importante di …
E‘ una Spoon River del coraggio, della libertà, del dialogo, dell’apertura e delle emozioni questo „far parlare‘‘ in prima persona Martin Luther King e Giovanni XXIII.
I loro racconti (perché „il punto non è la catena degli eventi, ma il racconto“ ) nei quali si intreccia e si fonde il punto di vista dell’autore, ci ricordano che c’è solo una rivoluzione permanente dalla quale attingere le idee per un mondo nuovo, ed è quella dell’amore.
Sarà una bella avventura rileggere il romanzo in formato cartaceo.
Per un libro così denso una presentazione di grande spessore, grazie ad Augusto e Giovanni.
E un caro augurio a Fabrizio.
grazie di cuore: innanzitutto ad Augusto, che ha saputo percorrere il libro con la capacità rabdomantica di trovare anche ciò che si nasconde in angoli che sfuggono al lettore più distratto; ancora una volta ha abbracciato il testo come si abbraccia un amico, come ci abbracciamo tante volte, alla fine dei suoi spettacoli, all’inizio della messa. Un augurio particolare a sua moglie Enza, ricoverata in ospedale.
grazie a Giovanni, l’amico che mi segue e m’incoraggia, e trova spazi preziosi per le presentazioni, insieme con Giuseppe Panella.
grazie a tutti gli amici che hanno permesso, come ha notato giustamente il Clown, di costruire giorno dopo giorno un’opera corale, dialogata, sempre in equilibrio su un crinale che permette di contemplare due versanti nello stesso tempo: il tu e l’io, e quindi, soprattutto, il noi.
grazie perché non saprei più pensarmi a scrivere senza le vostre risonanze, perché tutto ciò che conta nella vita non si fa da soli, perché a scrivere, alla fine, è qualcosa di più grande e di più bello di noi.
Grazie a te, Fabrizio, di cuore. Con la chiusa del tuo commento, credo – tra l’altro – che tu abbia intuitivamente colto la cifra del mio attuale approccio alla scrittura, in perfetta chiave olistico-connettiva.
Un abbraccio,
Giovanni A.