di Giovanni Agnoloni
I viaggi in Canada e in Giappone di Kenneth White, in questi due bei volumi di Amos Edizioni, La strada blu e I cigni selvatici, ci pongono davanti a una scrittura che è la fedele traduzione narrativa dell’approccio geopoetico al mondo propugnato dall’autore scozzese (ma francese di adozione).
Convinto come sono, e in perfetto accordo con l’editore Michele Toniolo, che un libro non sia soltanto il “testo”, ma la persona che c’è dietro, trovo infatti che non sia solo il viaggiatore White a imbeversi osmoticamente delle atmosfere – in questo caso canadesi e giapponesi –, ma la sua stessa narrativa ad adeguarsi alla “forma dei luoghi”, comportandosi come l’acqua – tanto per citare una battuta di Sergio Rubini a Christopher Lambert nel Nirvana di Salvatores –, che fluisce attraverso quella singolare “realtà virtuale” (in quanto di volta in volta diversa dalle nostre aspettative) che è il mondo reale.
I testi di Kenneth White si rivelano come memorie di un “eletto” nella “matrix” che sono i tanti luoghi di cui lasciano testimonianza. Come se lui sapesse di esplorare scorci che non dureranno per sempre; anzi, che presto finiranno. Il suo compito è calarsi – geopoeticamente, appunto – nella loro anima, per estrarne un’essenza che li “riporti ad unità” e li renda in qualche modo “immortali”.
Il viaggio diventa così una metafora immediatamente significante, un’allegoria naturale in cui il tramite di comprensione è costituito da un intuito insito nella Natura delle cose, la rerum natura di lucreziana memoria. L’essere in Giappone, in Canada o nell’amata (e, per White, casa) Bretagna, allora, è in fondo un fatto puramente occasionale. Quello che cambia è il tono medio delle vibrazioni ambientali, che non sono “aria fritta”, ma la specifica sollecitazione di volta in volta rispondente a un’intima esigenza (variabile soggettivamente e di momento in momento) del viaggiatore-conoscitore. Che in definitiva non è che un medium tra quel frammento di universo che è lui e quello che sono i singoli angoli di mondo che si trova a visitare.
Pronti dunque a questa “navigazione” nei “mari” delle atmosfere canadesi e giapponesi, rendendosi però conto fin da subito che, più di ogni altra cosa, stiamo per entrare nel flusso energetico interno alla – a me cara – Terra di Mezzo della realtà. Che collega tutto e tutti, anche se spesso ce ne dimentichiamo.

Il viaggio si compone di incontri, con persone e cose, con luoghi e contesti differenti, punti sulle nostre mappe da collegare per costruire l’idea di mondo che in fin dei conti ci riflette e ci plasma allo stesso tempo. La poesia non dovrebbe essere altro che concretezza dell’incrocio, della commistione, dell’abbraccio tra noi e ciò che ci circonda.
mdp
“il viaggiatore-conoscitore non è che un medium tra quel frammento di universo che è lui e quello che sono i singoli angoli di mondo che si trova a visitare”
bellissimo.
what else?
un abbraccio
Grazie a Marco e ad Elisabetta.
@ Marco: poesia come “concretezza dell’incrocio”. Splendida intuizione.
@Elisabetta: “What else?”. Solo il viaggio potrà dirlo 😉