Pierre Rabhi, Parole di terra. Dal saccheggio della terra al ritorno della comunità, ed. Pentàgora (trad. di M. P. Corpaci e P. Lemoussu)
Quando sono trattati dalla penna dello studioso, del politico, dell’economista, del sociologo, del critico… gli argomenti che riguardano la vita e la morte e la rinascita delle comunità non arrivano a tutti e spesso non arrivano proprio a quelli – i contadini, chi abita nei paesi, la gente di popolo – che ne sono diretti destinatari e protagonisti e, a volte, vittime. Perché da quelle penne escono saggi e analisi qualche volte tanto approfondite quanto astratte, senza sangue, e che alla terza pagina o alla terza nota fanno sbadigliare di sonno o d’impotenza chi non ama o non sa accastellare concetti su concetti, parole astratte su parole astratte. Rabhi, in Parole di terra, scrive proprio di quegli argomenti e parla delle comunità che, dopo l’incontro con il nostro Occidente e quell’industria estrattiva chiamata impropriamente agricoltura, diventano periferia e baraccopoli, della terra che diventa deserto, di povertà convertita in miseria, di uomini integri che diventano squali su autovetture potenti o stracci alcolizzati. Ma lo fa con penna leggera, con parole di passione, con tocco narrativo, con la partecipazione e la compassione e la solidarietà di chi quegli argomenti non li ha studiati o pensati, ma conosciuti con gli occhi e con la pelle. E, facendo così, Rabhi parla a tutti e va dritto al cuore.
(nota di Massimo Angelini)
Pierre Rabhi, Parole di terra: Dal saccheggio della terra al ritorno della comunità, Pentàgora, Savona 2014 (giugno), 224 pagine, 12 euro: si può chiedere all’editore scrivendo a [email protected] / 019.811800
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Due estratti dall’opera di Pierre Rabhi:
Dedico questo racconto al grande mondo della tradizione orale. Non ho mai smesso di pensare alle persone, numerose e incolpevoli, che non hanno accesso alle conoscenze trasmesse dalla scrittura. Rinchiuse in quello spazio angusto dove a consentire gli scambi c’è solo la parola pronunciata, sono escluse dalla storia universale e non possono proteggersi dalle sue perversioni.
Ricordo in particolare mia nonna, analfabeta. Era nata nel deserto e, dal deserto, le cose del mondo moderno la sconcertavano. Per esorcizzarle, non aveva che la sua ignoranza sdegnosa. Compensava con un intuito ancora più acuto la sua incapacità di capire quegli avvenimenti che trasformavano così rapidamente, così violentemente, il suo universo e quello della sua discendenza. E quindi, così come lo spirito dimora nel tabernacolo, affermava in modo ancora più potente i valori che ospitava. In particolare, rimproverava ai nuovi valori di avere abolito il sentimento del sacro e di aver esposto l’umanità a ogni deviazione, a ogni trasgressione.
La prima volta che respirò il petrolio disse: “Questo liquido è frutto della corruzione, occorre lasciarlo nel posto che Dio gli ha dato, altrimenti corromperà il mondo”.
Mentre ascoltava la cassa parlante, così chiamava la radio, diceva: “I roumis (1) sono dei maghi, ma i miracoli li compiono con l’orgoglio, ed è per questo che non capiscono i veri miracoli…”
(pp. 9-10)
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Quando non c’è la polvere, si vedono alberi malaticci, si potrebbe dire che il buon Dio non avesse abbastanza semenze per farli crescere e quindi ce n’è uno qui e un altro là. Guardando quegli alberi, si capisce che non bevono a sufficienza. È vero che non bevono a sufficienza. Noi altri, quando abbiamo sete, andiamo a prendere l’acqua al pozzo oppure allo stagno, gli animali fanno come noi. Ma questi alberi, poveretti, non possono camminare e sono lì, con le loro foglie coperte di polvere e le loro spine, a volte. Gli animali vengono, mangiano molte delle loro foglie e rompono molti dei loro rami. Gli alberi non urlano, non piangono. La vecchia Mekà dice che gli alberi piangono. Ma aveva la testa un po, sottosopra. È vero, bisogna capirla, ha avuto otto bambini, sono partiti tutti verso il grande villaggio (2) l’anno scorso. Suo marito è morto vecchio, rotto, con le mani indurite dai manici delle zappe e delle roncole. Tutto il suo corpo era diventato secco e un po’ storto, ma quando guardava qualcuno, allora lì, caro mio, gli occhi, non potevi rimanere tranquillo davanti ai suoi occhi. La sua bocca non diceva nulla. I suoi occhi dicevano: “Sì, sono povero, ma non sono schiavo di nessuno”.
Tutto il suo corpo era nodoso, ma la sua testa era dritta. Quando la compagnia ha costruito la diga di Danì, i figli sono andati col camion a lavorare, tornavano di tanto in tanto e poi sono partiti per un tempo più lungo e quando tornavano dicevano che con larzan (3) avrebbero potuto vivere bene e inviarne ai vecchi. È vero, un giorno, hanno ricevuto del denaro. Il vecchio lo ha dato a sua moglie e la moglie lo ha ridato a lui. Lui lo ha appoggiato sul bordo della finestra, quindi ci ha messo sopra una pietra così che il vento non lo portasse via e il denaro è rimasto lì, né dentro né fuori. I vecchi non sapevano cosa farsene. Un giorno è sparito. Io ero dai vecchi: non hanno detto niente. Nella loro casa non c’erano molte cose e i muri di terra si spaccavano in certi punti. Ma la vecchia, ogni sera, puliva il pavimento, scuoteva le stuoie e ordinava la casa come se aspettasse degli invitati. Dopo, si sedeva davanti alla porta e guardava il deserto. Suo marito un giorno le disse: “Sto per lasciarti. Dio mi chiama. Io volevo rimanere con te, ma non si discute con la volontà di Dio”.
(pp. 26-28)
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Note:
(1) Termine arabo che identificava originariamente i cristiani e che nell’uso comune oggi identifica gli europei, i bianchi (ndt).
(2) La città.
(3) Forma fonetica del francese ‘l’argent’, in seguito tradotto con ‘denaro’. (ndt).
