
di Raffaele Greco
Come sarà la vita dopo il covid-19? Cambieranno e in che modo le nostre precedenti abitudini?
Trascorso ormai molto tempo dall’inizio del “tutti a casa”, il desiderio di riacquistare la normalità di un tempo si associa a una diffusa sensazione che nulla potrà tornare a essere identico a prima.
Una percezione non necessariamente sfavorevole; anzi, sembra crescere l’idea di trovarsi di fronte a un’occasione da non sprecare, per provare a non ripristinare anche i non pochi aspetti negativi che caratterizzavano la nostra esistenza.
Da un lato speriamo tutti si esaurisca il dover restare forzatamente a casa, la fila per entrare al supermercato, la chiusura di molte attività commerciali, l’impossibilità di fruire o di effettuare riti religiosi, sport, feste, spettacoli, concerti e tanti, tanti altri elementi che facevano parte della nostra vita.
D’altra parte, nessuno spera tornino le file del sabato per andare al mare o per sedersi in una pizzeria, la calca sui mezzi di trasporto, il traffico ingolfato e tutti i minuti, i chilometri, i litri di benzina, lo smog, lo stress che occorrono per unire la distanza tra casa e lavoro.
Molte sono state le novità a cui abbiamo dovuto abituarci in fretta: penso in particolare all’assenza di contatti umani, all’uso della mascherina, allo smart working. Se le prime due non possiamo che sperare possano scomparire presto, la modalità di lavoro agile, da casa, ha fatto irruzione nella quotidianità di molti di noi e, nel bene e nel male, ci siamo subito accorti che difficilmente ci abbandonerà d’ora in poi.
Lo smart working è uno di quegli elementi che divide, che può essere subìto come una necessità solo temporanea, da abbandonare appena possibile o considerato una vera e propria conquista, innovativa quanto inaspettata, del periodo che stiamo vivendo.
E che sia un tempo di scelte, lo dimostrano proprio i diversi modi di sentire subito affiorati, le divisioni tra l’essere conservatori o progressisti, fautori di una gigantesca restaurazione o di una possibile rivoluzione.
La realtà è che il covid-19 ci ha fatto sentire criceti scesi all’improvviso dalla ruota, fatta girare ininterrottamente troppo a lungo. Trascorso il tempo del disorientamento, dell’impastare farina e del collegarsi su skype, è il momento di stabilire cosa vogliamo tornare a essere, in quale vita e in quale mondo rituffarci.
Ma non si tratta solo di prepararci ai molti aspetti concreti della vita che potranno cambiare, alcuni così rilevanti da poter modificare radicalmente le nostre abitudini; sarà importante, a mio parere, riconoscere e accettare le trasformazioni che dovremo imporre al nostro io, al nostro modo di amare, sperare, credere.
Certo, auspicabile sarebbe uscire dal nostro piccolo ambito mentale, abbandonare il nostro orizzonte circoscritto.
Un buon inizio, ad esempio, dovrebbe essere soffermarci sulle migliaia di persone che con il covid-19 ci hanno semplicemente rimesso la pelle, lasciando a noi la noia dell’essere costretti a casa e il tormento se potremo andare o no in vacanza questa estate. Dopo aver ascoltato tanti numeri anonimi, sarebbe opportuno comprendere quanto dolore reale ci abbia sfiorato in queste settimane senza che ce ne accorgessimo in modo tangibile; sapevamo, dalla precedente esperienza cinese, che una ben determinata parte dei contagiati sarebbe deceduta; come rimanere indifferenti dunque, quando tutto sarà finito, nei confronti di coloro che quella percentuale hanno finito col riempirla, anche per noi.
Bisognerebbe poi provare almeno a immaginare il disagio o la disperazione per la povertà derivante dai milioni di posti di lavoro persi in tutto il mondo. E non solo per le migliaia di imprese che hanno chiuso, ma anche per l’accelerazione che in questo periodo di assenza della manodopera avrà avuto il processo di automatizzazione dei sistemi produttivi. In questo senso, fa sorridere ripensare al recente dibattito italiano sul reddito di cittadinanza, così ristretto se proiettato in un futuro in cui si imporrà l’esigenza di garantire un reddito universale minimo ad ogni abitante del pianeta.
Ma comunque, anche rimanendo nel nostro piccolo, si può dire che stare a casa ci abbia restituito un po’ di sobrietà, fatto sprecare di meno, ridato perfino la capacità di rinunciare, anche se solo perché costretti.
E allora sta a noi non disperdere questo bagaglio di esperienza, per cui ci ritroviamo un po’ più vulnerabili nel fisico ma forse un po’ più forti nel carattere; ora che abbiamo riprovato qualcosa che assomigli al sacrificio, varrebbe la pena mantenere quel minimo di allenamento che ci consenta di ipotizzare nuovi obiettivi, solo pochi mesi fa impensabili.
Smettere di essere concentrati solo su noi stessi e imparare ad ascoltare il prossimo, ciò che ci circonda, rappresenta il significato più concreto della frase “provare ad essere migliori”.
Se, come noto, la trasformazione del mondo inizia da un nostro personale cambiamento, mai come in questo momento possiamo augurarci che nulla, dentro di noi, torni ad essere come prima.

Forse in chi ha vissuto questa esperienza…ma basta un paio di generazioni che l’uomo dimentica e sarà quel che sempre è stato…la storia insegna ma noi non impariamo…
Perfettamente d’accordo!
@PAPI PIO
Cominciamo da noi stessi…la ricchezza interiore è un bagaglio che si trasmette alle generazioni future.
https://www.youtube.com/watch?v=6d_VykDYf64
In tutto questo c’è stato ancora di più e c’è ancora il silenzio. Forzato, voluto, richiesto. Silenzio prezioso. Quanto c’è da imparare in questa splendida dimensione: ti leggi, ti ri-conosci. Non che prima non provassi attenzione, ad apprezzare una nuvola bianca che si diverte ad animare il cielo, ma ora usi il freno e ti fermi proprio. Con calma, riesci ad aspettare che il pane lieviti anche per 20 ore, prima di andare in cottura, perché possa essere migliore. È proprio quell’attesa silenziosa che ti insegna a vedere, ascoltare, chiedere. In quel pane c’e tutto: l’amore, la vita, la sofferenza, un sorriso, una lacrima e ci sono anche i peccati. E poi c’è la gratitudine per i doni ricevuti e la preghiera, il desiderio di “un cuore che sappia ascoltare” sempre più, la richiesta di una benedizione per condividerlo sempre, riconoscendo nell’altro il Suo Volto. Quante cose messe insieme per fare un pane in tempo di covid. In altri tempi sarebbe stato più facile comprarlo. Certe attese insegnano, a continuare a sperare in ogni pagina del giorno, a impastare pane. Sempre. A essere e esserci.