
In “Correggere le diottrie” (Oèdipus 2019, vincitore del Premio Bologna in Lettere 2020, per le opere edite) Giusi Drago indaga sulla triade perfezione-errore-senso di colpa, con un clinamen dialettico che approfondisce il contesto di paura e incertezza che ne deriva. Non a caso il titolo del libro si riferisce alla pressoché impossibile visione del terzo occhio (è noto che esso non può ferirsi e non/ patisce miopia, non ha bisogno /di correggere le diottrie) laddove nell’ “appendice terapeutica DI VERTEBRE E PAROLE” l’allegorema corpo-testo -vita, esemplarmente coniugato, pone in rilievo la responsabilità di chi agisce (la schiena abbraccia le forme delle tue colpe /di scelte e posture errate, inutile scorrerle tutte).
Si tratta di un agire scandito da imperativi quasi kantiani sin dal testo di apertura della prima parte (intitolata, appunto, “dell’agire”) , imperativi che però si scontrano con la rete di interdipendenze che sostanzia lo svolgersi del mondo (che il mondo agisca in aderenza/al dato, invece tutto sporge avanza), e che ogni volta sommerge lo sforzo di “Sentire, vedere”, “Nominare” cui pure l’autrice fa, o sembra fare, affidamento. E’ in quest’alternanza tra tensione alla perfezione e ineluttabilità dell’errore che si genera un clima di incertezza e di paura, lemma quest’ultimo ricorsivo specie in una delle sequenze del libro (“Ombra di bestia”) e che permea la stessa frequente metafora della “casa” – topos comune a molta parte della poesia contemporanea – che, lungi dall’essere rifugio, si svela trappola, spazio inquietante e ad ogni modo precario, come evidente nella partizione “sgomberi e traslochi”.
Precarie, e foriere di separazioni algide, si presentano anche le relazioni umane (non c’è separazione non c’è incontro/se non si fa amicizia con occhi sessi e parole), destinate a concludersi in formulari giudiziali (tu convocata e il convocante assente /incerta la procedura, il senso/limitato a luoghi periferici//qui si ottiene di essere tagliati in due//non hai saputo altro e devi andare) o in divisioni da guerra fredda, come delineato in “pappagalli a Berlino” che rinvia a un testo della Bachmann sulla Berlino del muro con disegni di GünterGrass, in uno dei quali, appunto, due pappagalli sono appollaiati su un carro armato.
Il richiamo ad altri maestri (se cerchi sulla bocca dei maestri / la piega selvaggia di una certa verità) – che riflette la formazione germanista dell’autrice, già traduttrice e redattrice editoriale – sostanzia del resto la parte terza, “Camera Oscura”, a metà fra il prelievo e la riscrittura, che utilizza epistolari o diari di figure rilevanti del ‘900 (da Wittgenstein a Pauli, da Etty Hillesum ad Amelia Rosselli), alle prese con le proprie inadeguatezze, quasi che l’incertezza delle proprie posizioni, per parafrasare il titolo di un’altra sequenza del libro, costituisca il fil rouge sotterraneo di ogni esistenza.
In questa vera e propria impermanenza, e alternanza, di beatitudini e di storture, di luminosità e buio, di nominazioni e di silenzi, l’intonazione diegetica e a volte gnomica della scrittura utilizza sia una versificazione libera, che trova i suoi risultati migliori nei cinque testi della “Nota del curatore”, sia una prosa che assume talvolta tratti saggistici, sondando asperità di un irrisolto rapporto tra ratio e materia, trascendenza e nuda presenza. La stessa struttura dell’opera, che a una canonica suddivisione in tre parti, a loro volta ripartite in sequenze, fa seguire un’appendice, quattro epiloghi, una nota del curatore (formata dai citati testi lirici) e una nota al testo, testimonia da un lato l’influenza di modelli da impianto saggistico, dall’altro il carattere costituivamente proiettato ad infinitum, con un serissimo gioco di scatole cinesi o matrioske, di un conte philosophique che ci narra come gli impauriti si vedrebbero tornare illesi/ se per una volta fossero limpido sguardo.
(VIOLA AMARELLI)
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Di seguito, alcuni testi dal libro:
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dalla Patre prima, “DELL’AGIRE “, sezione “SPORGERSI E INTRECCIARE”
che il mondo agisca in aderenza
al dato, invece tutto sporge avanza
si allunga, anche le parole: come esche sporgono
due tulipani rossi dalla terra, in punta di trapano si allunga
lo scoglio dentro l’acqua, avamposto violento e irregolare,
si tende nel vuoto un’edera pelosa, si allarga a macchia
un’erbaccia di tundra, le calle dipinte da julio paz
spingono foglie verso la donna nuda
con gli occhi tagliati via dalla cornice
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da Appendice terapeutica “Di vertebre e parole”
7 cervicali 12 lombari 5 dorsali:
la schiena è un grande albero
curvo su cose che ancora
non sono compiute e dal centro
spingono ai margini
è il sostegno che muove la storia,
la tua e di tutti: un grande albero
e i suoi giochi di pazienza
un grande albero
e i suoi giochi d’ombra
*
i suoi giochi di pazienza diventano i tuoi
stesa a letto, non sai come cambiare
posizione, e resti all’ombra
del dubbio, la schiena ha rami
che nessuno taglia, è un tronco che impartisce
insegnamenti nodosi
conosce la tua lunghezza conosce quel che ti spezza
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a chi vive nel tratto terminale
prima di far cerniera con il mare
nel tratto terminale mescolanze
di suture dolci e acque salmastre
la storia scorre più lenta su un fondo
di sabbia e fango, l’acqua è torbida
per la quantità di materiale trasportato
l’ossigeno è scarso
da sopportare frequenti variazioni
di temperatura e di salinità

Libro notevole. Giusi pubblica solo quando è necessario lasciando maturare la sua scrittura nel tempo. E’ il dono dei poeti che sanno come e quando lasciare un segno. Un libro che davvero vale la pena leggere, rileggere, rivivere.
Grazie
Nino