“Berretti Erasmus”, da diario scanzonato a progetto di vita

Recensione di Fabrizio Centofanti

Giovanni Agnoloni, Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa (Fusta Editore, 2020)

Di che parla questo libro? Qual è il tema sotteso ad ogni evento? La ricerca di una donna? Di se stesso? Del senso della vita? O è forse la vita come viaggio, un grande Erasmus mai concluso, presente come spirito anche quando sembra materialmente esaurito? La verità è che lo scrittore è sempre un viaggiatore, uno per il quale ogni luogo è un punto di partenza. Partire è un po’ morire, recita il proverbio: sicuramente vero nel caso di Agnoloni, che percepisce il trapassare inevitabile dei miti e dei simboli umani. Il gabbiano che lo guarda negli occhi – a pagina 51 – gli fa capire, però, che al di là del panta rei c’è qualcosa che rimane, che si prende cura dell’essere, nonostante le apparenze.

Berretti Erasmus è un titolo evocativo: non solo della condizione di studente itinerante, ma anche di un sentimento che – per una sorta di sincronicità junghiana – trova conferma nella perdita ricorrente del berretto, come se una parte di sé dovesse perdersi per potersi ritrovare a un livello superiore. È così che proprio in casa ci si può sentire fuori posto, come capita a Giovanni nella “ sua” Firenze. Si può essere completi solo a contatto con l’alterità. Come dire: l’Io lo trovo solo nell’Altro. Giovanni lo spiega così: “Mi sentivo uno dei tanti, ‘da solo’ ma di certo non solo. La situazione ideale per perdermi, sapendo che poi, da qualche parte, mi sarei ritrovato”. Il viaggio, la scrittura, l’amore, sono accomunati dal rischio dell’aprirsi: per rintracciare la propria identità è necessario attraversare l’ignoto: “Capii che quell’’ignoto’ che per anni avevo tenuto a distanza come un oggetto pericoloso, rinchiudendomi tra le quattro mura delle mie pretese certezze, in realtà faceva per me. Era me”.

Con Agnieszka, Giovanni non perde più berretti: sono loro i prescelti di un disegno importante. L’Erasmus diventa Terra promessa, realizza il processo di individuazione così ben descritto da Jung. La quotidianità si trasfigura, acquista un’anima. La morte drammatica di Agnieszka, colpo tanto duro quanto inaspettato, non distrugge la profondità di questo approdo: Giovanni ha compreso, per sempre, che vivere è seguire la propria visione. Il diario scanzonato della gioventù si è trasformato in progetto granitico di vita.

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