Giancarlo Consonni, Pinoli

Il “lievitare del canto / che sale dalla terra” in Pinoli di Giancarlo Consonni
di Giorgio Morale

La nuova raccolta di Giancarlo Consonni, Pinoli (Einaudi 2021), comprende 74 poesie, per lo più brevi, suddivise in cinque sezioni i cui titoli alludono a un dialogo fra le arti caro all’autore, che oltre che poeta è architetto e studioso di urbanistica, pittore e fotografo.

Un’architettura per l’uomo
Le prime due sezioni, Les petites heures e Les grandes heures, fanno riferimento nel titolo alle Très riches heures du Duc de Berry, il libro d’ore che contiene le miniature dei dodici mesi, capolavoro dei fratelli Limbourg e della pittura franco-fiamminga del XV secolo. I titoli delle altre tre sezioni fanno riferimento a generi musicali: Sonatina, Interludio, Oratorio. Dentro una struttura costruita con grande sapienza architettonica è collocato un intero mondo, dove il piccolo e il grande convivono, e lo sguardo del poeta ce li rivela secondo una progressione dal piccolo al grande e con l’attenzione rivolta a cogliere nel piccolo il grande.

Con Les petites heures Consonni designa le ore della giornata, dal mattino alla notte, infatti la prima sezione comprende 24 poesie, tante quante le ore della giornata. Con Les grandes heures designa l’anno solare, dall’inverno all’autunno, infatti le composizioni della seconda sezione sono 12 come i mesi dell’anno. La sezione Sonatina, che occupa la posizione centrale, riunisce i temi essenziali della raccolta, ma in forma breve e concentrata e in tono non grave, come indica il diminutivo del titolo: gli amori e la natura, l’arte e la bellezza. Interludio, che è l’intermezzo fra due parti di un’opera musicale o teatrale, nella raccolta è uno spazio dedicato all’arte sotto forma di omaggio ad artisti che la rappresentano cari allo stesso Consonni: si susseguono poesie dedicate ai poeti Tolmino Baldassari, Federico Garcia Romeu, Franco Loi, Eugenio Tomiolo, Pablo Luis Avila, Stefano Marino, Raffaello Baldini, Graziella Tonon; a Giancarlo Depretis, docente di letteratura spagnola; a Adriano Porazzi xilografo, Gino Cosentino scultore, Jacopo Dell’Acqua Bellavitis architetto, Ugo Pierri pittore, Gianfranco Angelino artista del legno, Pietro Pedeferri autore di titaniocromie. L’ultima sezione, Oratorio, è dedicata al tempo grande della storia, dove si fondono i cicli della natura e le vicende umane: vediamo l’incontro dei genitori, le sofferenze della Seconda Guerra Mondiale, i casi della vita di figure familiari o amicali che sono state importanti nell’infanzia, come la morte sul lavoro, la malattia, la povertà, il suicidio imposto dalle convenzioni sociali, la preziosità di forme di vita semplici e di beni non ancora svalutati dal consumismo.

La forma breve
La forma breve, che i lettori dei precedenti libri di Consonni conoscono come sua cifra stilistica, prevale nelle composizioni delle prime tre sezioni, costituite da fulminee illuminazioni; nelle altre due, e soprattutto nell’ultima, prevale la forma più ampia richiesta dal tempo grande e dalla modalità narrativa. La forma breve ha fatto accostare queste poesie agli haiku e alla poesia degli antichi lirici greci. La brevità e linearità dei periodi e la semplicità del linguaggio, la limpidezza dell’immagine e la felicità delle metafore, nonché il sentimento di serenità che queste poesie trasmettono possono autorizzare l’accostamento alla lirica greca, ad esempio in questa poesia:

Archi tesi
sul pelo dell’acqua,
i branzini in fuga
salutano
il sole che sorge.

Oppure in questa:

Fermi
o a precipizio i gabbiani.
Tutto il mare è del grecale.

Allo stesso modo può fare pensare all’haiku qualche poesia in cui una sorta di rovesciamento semantico apporta un salto dell’immaginazione e rivela aspetti non dati immediatamente ma colti dal sentire del poeta, come in Peso:

Qual è il peso di un bombo?
Di un’ape?
Di una farfalla?

Ogni fiore lo sa.

Nelle poesie di Consonni non c’è però quel senso di vanità e impermanenza che gli haiku realizzano con il rovesciamento semantico e l’illuminazione finale. La poesia di Consonni è una dichiarazione d’amore alla vita e alla bellezza che la realtà non nasconde ma rivela, e di cui il poeta non è solo spettatore ma parte attiva con tutte le sue risorse sensoriali e conoscitive.

Uno sguardo estatico
Per questo stesso motivo non penso che si possa parlare per Consonni di “correlativo oggettivo”, come ha fatto Bruno Nacci in una pregevole lettura di Pinoli. Questo riferimento alla poetica eliotiana-montaliana scaturisce probabilmente dal fatto che lo sguardo di Consonni è estremamente rispettoso della “cosa” messa a fuoco dalla sua visione. In queste poesie però non c’è la distanza che il “correlativo” ha nei confronti dell’oggetto e che lascia intendere l’emozione accostando due cose diverse, il cui legame talora è ermetico ed evidente solo al poeta. Consonni ha uno sguardo estatico che dichiara il senso nel momento stesso in cui vede la cosa, e così facendo rivela l’unità fra l’io e il mondo che nessuna ideologia novecentesca riesce a mettere in discussione. Questo avviene ad esempio in I primi fiori:

Non aspettano la primavera
le vanno incontro.
I primi fiori
sono botti d’amore
le gelate sono nel conto.

Una stessa energia circola nella natura e nell’uomo, mossi da uno stesso spirito vitale, pur nella diversità degli esseri che la parola nomina e distingue:

Fisse stelle
e repentine fughe
andirivieni di baci e libellule
per ogni dove.

Parte di questo incanto è rivelata da un colorismo di cui questo di Frumento è un bell’esempio:

Rosso, blu e giallo oro
non è il paradiso
è solo un campo di grano.

Questo ci ricorda che Consonni è anche un raffinato pittore, fra l’altro autore di una serie di dipinti intitolata proprio alle Stagioni, in palese sintonia con la sua produzione poetica. Non per nulla Pinoli si chiude con un omaggio al pittore Cesare Monti e a un suo quadro che non era “solo un paesaggio”.

Il tema dell’inizio

Di ventiquattro composizioni di Les petites heures dieci sono dedicate al mattino, seguito passo passo nel suo emergere dalla notte al giorno. È una predilezione esplicitata dallo stesso poeta in Colazione:

Sì
amo la colazione.
E non solo la prima:
la seconda
la terza…

Vorrei che l’inizio del giorno
Non finisse mai.

La predilezione per l’inizio è uno dei temi della filosofia del Novecento, espresso per lo più dalla filosofia di Hanna Arendt, Maria Zambrano e Simone Weil. Il tema dell’inizio è collegato da queste pensatrici al tema della nascita, e la nascita è la buona novella che vuol dire, come scrive Arendt, che con ogni essere viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità, qualcosa di inatteso. Si tratta di una nascita continua, che l’uomo costantemente rinnova, dopo la nascita al mondo, con la nascita alla cultura, alla civiltà, alla storia, all’arte, e il cui valore avverte tanto più fortemente nei momenti più drammatici della sua esistenza.

È quanto vediamo nell’ultima sezione di Pinoli, quando si rievoca come, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, “la città ferita” è “febbricitante di rinascita”. Rinascita vuol dire fedeltà a valori profondamente radicati, che si rinnovano perennemente e fanno sì che, nonostante il “pesante tronco in caduta / si era preso la vita del boscaiolo. / Eppure in famiglia / la parola faggio / continuò a essere proferita / con la referenza dovuta / a una maestà regale”. Vuol dire apprezzare i frutti della vita e scoprire che, a distanza di tempo, “Sono ancora teneri!”, come i Pinoli che danno il titolo a una poesia e al libro. Vuol dire avere accesso alla magia dell’arte, come quando un personaggio di Oratorio scopre davanti a un quadro che “Il pittore / aveva dipinto la brezza” e allora “D’improvviso / i novant’anni passati da un pezzo / si sentì più leggera”. La predilezione per l’inizio esprime questa fede e speranza nella vita e nel mondo, pur davanti a guerra, sofferenza e morte. È questo che ci dice la gioia di vivere che circola in Pinoli, con la bellezza fisica e sensuale del mondo e della parola che esprime il “lievitare del canto / che sale dalla terra”.

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