Federico Pacchioni, “I frutti del mio giardino!

L’agire della leggerezza di Domenico Napoletani è la postfazione del volume I frutti del mio giardino di Federico Pacchioni (Manni Editore, 2022). Seguono da tre poesie dell’autore.

L’agire della Leggerezza

La poesia di Federico Pacchioni cerca il miracolo del percepire la leggerezza delle cose senza dimenticare il loro peso e la gravità del vivere. Leggerezza…una parola cara a Italo Calvino, che non si associa spesso all’azione, alle laboriose cure che ci prendono ogni giorno. Ma anche la leggerezza è sforzo, e la presente raccolta, I frutti del mio giardino, è al contempo un suo ironico inno e una dolente riflessione sulla perdita di ogni giorno che passa, fatta più viva dalla scelta irreversibile di spezzare il proprio percorso per poi ricomporlo da emigrante in altro luogo (così che “il tempo ripulisce impietoso/ tutte le inconsistenze,/ scansa parti dell’affetto/ sempre più in là”); luogo che per Pacchioni è l’America, che abbaglia con i suoi grandi, luminosi deserti (dove è “smembrato il mondo quassù al cielo”) e le sue anonime, pulsanti periferie.

Lo sguardo al contempo amorevole, aperto a tutto, ma capace di rimanere saldamente nell’intimo della propria esperienza, fa della poesia di Pacchioni una rara commistione di disarmante, immediata sincerità emotiva e attenta operazione artistica. I frutti del mio giardino diventa perciò realtà di un angolo d’America, fatto centro aperto del mondo, rifugio di domestica pace, ma anche una chiamata ad essere fruttuosi, a non lasciare che il proprio ruolo nel mondo ci faccia diventare come un “cuore in una corsia vuota”.

Ma cosa può un solo individuo di fronte alla società, allo straniamento della modernità? Ebbene, Pacchioni ricostruisce i fili della propria interiorità e identità, lasciando che la memoria, personale come collettiva, di un italiano in America diventi il sostrato su cui l’azione può incessante rinnovarsi. Non è facile percepire pienamente la ricchezza di questo processo, che prende le ceneri, in ogni istante, della propria crescita per renderle polveri di scintillanti favole, di nuovi inizi e nuove avventure. Non è facile perché Pacchioni esprime tutto questo con la levità di un “batuffolo”, una parola che ricorre spesso in queste poesie, e con una maestria metrica che rende spesso il verso simile alla prosa, ma pulsante di forme: versi polisillabici che in uno stesso componimento si espandono fino a misure inusuali per poi contrarsi di nuovo in versi brevi (da “inondato dal sole invernale” a “il vento della campagna non ci toccava quasi”); oppure ballate in cui i ritornelli sono sottilmente variati e modulati; o versi piani e uniformi, che ad una lettura più attenta si rivelano complessi incastri di sintassi ed enjambements; e poi su tutto una prosa onirica e concreta a un tempo, che modula assonanze e si spezza in un fraseggio che naturalmente vorrebbe diventare verso.

Ed è solo integrando e riflettendo appieno sui suoi diversi ruoli, di figlio, amante, padre, educatore, umanista, che Pacchioni trascende ciascuno, e in libertà e sulla poesia fonda un’etica del fare che non dilania o disperde lo spirito, ma lo nutre costantemente. Questa etica-poetica che, leggendo i componimenti scritti lungo due decenni, si rivela profondamente stabile nel tempo, diventa accordo e rispetto delle cose, illumina il deserto con i suoi frutti, deserto sia fisico che umano, e nella sua cosmica, ma ironica portata è esempio contemporaneo di quel coinvolgimento sociale e colto di autori come Calvino, la cui tersa prosa in Palomar sfocia spesso nella poesia e trasfigura la scienza e il quotidiano, o il primo Cesare Pavese di Lavorare stanca, che dà  forma al coinvolgimento sociale spingendo e allungando il verso cadenzato fino a renderlo prosa.

E dicevo anche amante. Il capitolo sull’amore stupisce per la sua capacità di dire la vera intimità di due amanti, fatta di geometrie di corpi (“i nostri corpi costituiscono una figura/ per cui non trovo equivalenti in natura”) e di desideri compiuti, progetti e cadute insieme, attesa dei propri figli. L’amore coniugale e domestico che dura, che continua a sorprendere nella sua familiarità, ecco il coraggio di queste poesie.

In questo contesto noto anche come il giovanile ermetismo, sempre stemperato dalla dolcezza del vissuto, si apre sempre di più nei componimenti recenti, nel tentativo di dire, di comunicare completamente, sapendo che una singola vita è di tutti, proprio nella sua particolarità. I brevi pezzi di prosa poetica che introducono ogni capitolo hanno questo stesso scopo, ardito nella sua trasparenza, perché Pacchioni è troppo rispettoso dei suoi ignoti, ma reali lettori, per non svelare con semplicità e arte affabulante quello che molti poeti nasconderebbero per timore che l’intento non sia l’eguale dei frutti, o viceversa.

Ecco, intento, desiderio, frutti, essi non sono separati nell’esperienza e l’arte di Pacchioni, l’azione genera desiderio, e il desiderio diventa azione, ma cosa connette l’uno all’altro? Certamente la poesia, in cui forma metrica e intento combaciano, ma la forma più sottile del suo contenuto è altrettanto cruciale. E Pacchioni unisce prosa e poesia nella favola, la leggerezza del suo tocco sfiora il sogno, le luci del mare e dei colli e dei clivi boschivi della Romagna, che si colorano tutte di allusioni, di cammini possibili, e che sotto le stelle si ritrovano poi sugli alti piani del New Mexico, e ovunque il nostro poeta dimora nel suo lungo viaggiare. Le favole di Pacchioni sono spesso cosmiche, e anche il sogno è riconosciuto per quello che davvero è: una realtà al limite fra l’apparire e il vuoto. Il mito, informe e potente si affaccia in ciascuna di queste dolci favole personali, alcune surreali e impreviste, alcune radicate nella materia e nella natura, che leggiamo ne I frutti del mio giardino.

Questa dolcezza domestica è sempre controparte, che nutre e trattiene il poeta dal voler quasi dissolversi nella trascendenza della realtà, e lo fa “tornare poi nel folto tepore dell’attività umana”. Un ritrarsi che non è sconfitta, ma piuttosto umanissima consapevolezza di sé, e che accomuna il percorso di Pacchioni a quello del grande cantore della vita familiare, Attilio Bertolucci. Nella poesia che dà il titolo alla raccolta Verso le sorgenti del Cinghio, Bertolucci sceglie di non vedere le sorgenti del mitico, amato torrente della propria terra, volgendosi invece verso il desiderato, familiare quotidiano, ma, qui è la chiave, anch’esso intonacato di luce.

Differente ed universale è comunque la conclusione del percorso di Pacchioni, che accoglie il familiare in ogni luogo, e il cui “comune specchio culturale” si espande ad abbracciare anche “nipoti di antichi emigrati/ che io sento come figli miei abbandonati/ privati persino della lingua che è loro/ e con la quale potrei ancora consolarli.”

Non passa qui inosservata una religiosità diffusa che attraversa la materia, gli atomi, e che ricorda a tratti il materialismo atomistico di Lucrezio (“Dico sorpreso, e dimentico/che l’universo è tutto polveri,/le galassie elettrizzati batuffoli,/ le ossa imbrigliati granelli./ Ogni cosa e ogni dove/ si aggrega e dissolve.”), ma che a tratti sembra quasi avvicinarsi alle soglie del pensiero taoista (“la genesi della corrente/ è sconosciuta al pesce/ che vi nuota”); non un caso, per un poeta come Pacchioni che ama la vita.

Quando poi l’attenzione si concentra con nitida verità su quei paesaggi umani che sono le università, “la splendida torre accademica”, l’esperienza diventa a volte amara, ma sempre consapevole del rapporto fra chi è dentro e chi è fuori quella torre, e si presenta come una meditazione sulla necessità di un continuo donarsi al mondo da parte delle astratte, raffinate scoperte dell’accademia, un riflettere in particolare su quello che l’accademia è, e invece potrebbe essere.

E visto che per Pacchioni l’università può essere una teoria “di cortili aperti che abbracciano l’uomo”, le pagine  del capitolo Le mura del castello  sono la bellezza e il pensiero che si proiettano nel futuro e si insinuano nella terra, a coltivarla e nominarla, sempre per una scelta, quella dell’insegnamento, che è sentita come dedizione agli altri, amore personale che diventa poesia dell’educare (“tutto il nostro amore/ trasfondiamo nel rito educativo”), ma anche condizione privilegiata nell’aprirsi al mondo (“Posso vedere il mio viso/ come riflesso in acqua,/ sfiorare il palpito di sete/ che ho per te, chiunque te’’,  “sacrificato, ben oltre la famiglia,/ per un bene maggiore,/ rivolto al sentiero in salita, accecato,/ con passo imperfetto’’).

Inoltre, posso confermarlo, le pagine dedicate all’accademia sono di incredibile efficacia nell’evocare le sensazioni di chi si muove nell’ abbraccio delle università  americane, spesso con pochi tratti concreti (come nell’esatto notare che  “sono pareti di mattoni bianchi e sordi/ che non si riesce a nascondere/e su cui si piegano i chiodi.”).

In questo lavorio che scava nelle cose e nelle esperienze, che è pensiero, studio e vissuto, l’io si riduce, ma rimane sempre fulcro necessario per esperire (e non a caso il nome proprio del poeta appare esplicitamente in diversi componimenti); e nel diminuire se stesso, nel vedere come i propri sogni a volte si livellano e svaniscono, approda comunque sempre ad un nuovo inizio (“Sogni/che vanno in polvere. Livellate le venature del cuore/ lasciano una superficie liscia,/ amabile al tocco, come nuova./ Ne farò una tavola più accogliente.”)

Invero I frutti del mio giardino afferma con tale evidenza e candore il potere di una vita di rinnovare se stessa e chi sta accanto, che non si può leggere questo libro senza sentire speranza, che ogni cosa può cambiarci, che ogni incontro è occasione, che insieme noi, presenti e vivi, e chi ci ha ormai lasciato, tutti continuiamo a parlarci e camminare, verso il vuoto spazio che ci libera, che ci rende tutto (ciascuno “assetato di cielo”, perché c’è “lassù un mondo da trovare,/ quell’angolo di nuvola/ come un azzurro pendio alpino”).

E anche nella frattura dell’emigrazione (“ogni goccia di assimilazione lacrimosa/di abbandoni e perdite irrevocabili”), c’è ristoro, come nello stranito rivedere gli stessi luoghi della propria infanzia con gli occhi di una bambina, la propria, che è anche un futuro invisibile e pienamente altro (“il mondo ti rapirà con le sue mille strade/ ed io rimarrò a cercarti/ con lo sguardo, come per chiederti/ perdono, e tu capirai spero/ che ogni viaggio ha il suo prezzo”).

Pensieri forse dolorosi, ma la vita deve  dare “scottature”, a che la sua luce ci tocchi veramente (“I sogni di ieri notte li ha scottati il sole/ attraverso la paglietta/ sorprendendo la mia vita/ sopra ponti di cemento”), per noi che siamo batuffoli, polveri, che luccicano nell’aria e desiderano, anche quando “troppo lontane ormai le stelle e il sole divenuto sasso scuro e crudele, la notte sarà totale. Fino a che gli atomi e le molecole si strapperanno e saremo solo spazio, finalmente spazio”.

 

Tre poesie da I frutti del mio giardino di Federico Pacchioni (Manni Editore, 2022)

Orange, 2020

In questi giorni di tenebra
siamo sprofondati nel nostro amore
abbiamo ritrovato il filo del labirinto
e nuovamente il sole.

La nostra casetta si è aperta
in una miriade di stanze
luoghi di comunione e di solitudine
di gioco e di scoperta.
Ci siamo inventanti un mondo,
stappando cannocchiali e microscopi,
assaporando spezie di mari lontani,
fingendo tutti i ruoli della corte.
La luce ha disegnato panorami esotici
sulla stessa vecchia strada di sempre.

In questi giorni di tenebra
siamo sprofondati nel nostro amore,
abbiamo ritrovato il filo del labirinto
e nuovamente il sole.

Orange, 2019

Il mondo ribolle, danzano gli imperatori tra loro,
incuranti delle tempeste di dicerie e fotografie.
Mentre le verità scivolavano giù dal trono
ti ho lasciato entrare, mia piccola.
Certamente dovevi volerlo,
essere in qualche modo consenziente.
Quale viaggio ti aspetta
non so dirti, c’è questo momento di quiete,
ora, nel quale vorrei trattenerti.
Ma le pareti sono fatte per crollare,
l’aria per infuocarsi,
la piazza per prosciugarsi,
il mondo ti rapirà con le sue mille strade
ed io rimarrò a cercarti
con lo sguardo, come per chiederti
perdono, e tu capirai spero
che ogni viaggio ha il suo prezzo.

Tra i frutti del mio giardino
non ce n’è uno che possa
estinguere la mia sete.

Neppure la rigogliosità delle terre,
il fluire e risplendere dei fiumi
che vi scorrono abbondanti,
la selvaggina che sorprende
a ogni stagione con movenze nuove
e impreziosisce il mio stendardo
possono intaccare la mia divina scontentezza.

Il cuore rimane un usignolo in gabbia,
misteriosamente reso timido e stanco,
dalla lunga privazione al mondo.

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