

Quello che cerco nella vita non si discosta molto da ciò che cerco nella poesia, fuori da ogni estetismo formale o informale. Scrivere per rimettere in moto l’Io, questo è l’auspicio: una poesia quindi capace di essere testimonianza del presente, ma anche di trasformazione attraverso la parola poetica che nasce da un sorgente interiore, misteriosa quanto la vita stessa, che è continuo miracolo di morte e rinascita. La sfida è spostare o bucare il limite che richiede uno scavo nella profondità, scavo di una parola necessaria in un dato contesto, di una parola che nasca da tutto il nostro essere nel dentro e fuori di un’esperienza vissuta alla ricerca di spazi di ascolto condiviso. Spesso quando scrivo, conosco l’inizio ma non l’arrivo.
Per questo posso dire che la poesia avviene per quel che mi riguarda, lungo un percorso complesso come forza di unione, in un reciproco interagire quando tocca le corde profonde dell’animo umano, mai rinunciando al sapore della scoperta, anche per me quando scrivo. Una parola mai innocua, compiacente, che nasce nel corpo come luogo di esperienza del vivente dentro di noi, aperto all’esperienza dell’altro in questo nostro vivere ogni giorno cancellato per essere riscritto e reinventato. In questo viaggio il linguaggio ha il valore di una riappropriazione globale del soggetto, che sa immergersi completamente nel magma che siamo, dando voce anche al disadattamento che la poesia esprime verso il proprio tempo. Credo che l’Arte tutta ed ogni incontro multidisciplinare tra le arti, possa contrapporsi ai progetti di un potere che nella divisione, nella negazione del soggetto libero, ridotto a merce, vuole realizzare il completo dominio e la guerra infinita dettata da continue emergenze e mentalità belliche, contrarie all’umano al quale sottrarre ogni responsabilità del proprio tempo e delle libere potenzialità che la vita ci offre.
“Quel saggio ignoto” di cui parla Nietzsche è la saggezza del corpo, che sa stabilire in modo spontaneo relazioni di contatto col mondo naturale, con sè e con gli altri e con la parola.
Nello zapping delle comunicazioni, l’esperienza del tempo viene accelerata, frammentata, abbreviando i tempi della concentrazione e la parola poetica è un argine di resistenza anche alla frantumazione dei processi mentali in atto, la spina nel fianco, la parola nuda che salva dal condizionamento.
In principio
C’era un tempo in cui gli uomini amavano chi raccontava loro storie e leggende di vita e di morte, della bellezza e dell’amore. Li chiamavano cantori o cantastorie, li ascoltavano con attenzione e viva partecipazione, a volte nella piazza, a volte sotto un grande faggio sapiente, una quercia possente o una palma della pace aperta a stella. Era il tempo in cui gli uomini si parlavano guardandosi intensamente negli occhi perché negli occhi vedevano l’ anima e comprendevano la natura dell’ uomo. Era il tempo dell’ascolto e poi col tempo, a poco a poco la parola si inorgoglì, assunse toni “alti”, astratti, concettuali, costruì cattedrali del sapere e alfabetiche Babeli. Gli uomini non si guardavano più intensamente negli occhi, non si ascoltavano più perché diffidavano l’uno dell’altro. La parola divenne strumento, per lo più di quotidiano raggiro, di dominio o fascinazione, divenne statua, a poco a poco divenne corpo vuoto di un algoritmo di controllo. Smarrì il suono dell’antico amore che la generava e col suono smarrì il dono. La poesia non fu più quel giardino luminoso e quel dio che l’animava, né fu più possibile vedere l’anima perché divennero ciechi gli occhi degli uomini come cieche divennero le loro parole. La luce cadde a poco a poco e fu buio, buio assoluto.
