La parola ai poeti. Loredana Semantica

L’invito a condividere la propria visione di poesia, l’esperienza di scrittura, le vicende umane legate all’ambiente, significa compiere un processo inverso a quello poetico, esprimere il razionale e lucido rapporto con la poesia.

La poesia, forma artistica-letteraria, si serve dello “strumento” parola, ma spalanca connessioni insolite tra i gangli neuronali, travolgendo il senso ordinario dell’espressione verbale e rivelandone un altro sotterraneo, non immediatamente percepibile allo stesso scrittore nell’attimo ispiratore e nemmeno a molti dei lettori meno accorti. 

Scrivo dunque sono, sarebbe un modo sintetico di corrispondere alla domanda, evitando narrazioni autoreferenziali, ma sarebbe schermarsi e non offrirsi, eppure per me scrivere è connesso al vivere e vivere dice ben più che comunicare. Interpreto così il mio rapporto con la poesia, scrivere in poesia è trasportare l’essenza nel dire e attraverso quest’ultimo condividere pensiero e il pensiero del poeta è un io senza ombelico. Non corpo, occhi, bocca, ma spirito racchiuso in un involucro che anela a fuoriuscirne, essendo troppo piccolo l’abitacolo, angusti gli spazi che i sensi delimitano.  La poesia è libertà, senso di assoluto, assenza di limiti, potenzialità infinita. 

Ho subito da sempre il fascino della parola, in sé come singolo termine, misterioso finché sconosciuto nel suo senso e poi, conoscendone il significato, accorgermi di provare una sorta di piccola esultanza nell’attimo del possesso di quel sapere. Avevo incrementato un mio personale e nascosto tesoro. Sapere cosa volesse dire una parola nel senso condiviso e perciò idonea a esprimere un pensiero era un’acquisizione. Mi permetteva di applicare il desiderio di dominare la materia verbale come creta da modellare o colore per dipingere. Era attraente conoscere quante più parole possibile, perché conoscerne in numero maggiore significava anche poterle combinare in modi sempre più vari e raffinati per dire qualcosa, l’operazione era tanto più efficace quanto più ricco il vocabolario, quanto più appropriata la scelta terminologica.  Comunicare parlando era normale, scrivere un’inclinazione naturale. 

Avvenne poi, impiantandosi su questo substrato, che il modo di esprimersi “sensato” mi apparve privo di senso. Cercavo i concetti ma pescavo in un orizzonte esistenziale nel quale il linguaggio comune, scientifico, colloquiale, giornalistico, didattico, diaristico, narrativo, cioè i modi normali di comunicare, apparivano insulsi, insufficienti, simili al vaniloquio di una babele. Ero tra l’altro – cosa non secondaria – passata da una sorta di battesimo del fuoco: lo studio del diritto, dove non si potevano confondere legge e regolamento. Dove l’interesse legittimo era altro dall’obbligazione e negozio non era il luogo dove comprare un paio di scarpe.  Avevo affrontato con dovizia studi nei quali la precisione terminologica era determinante, fin quasi ad essere fastidiosa. In sostanza la mia devozione alle parole e la precisione imposta dagli studi hanno incrociato un bisogno indefinito che cercava una via. La poesia è stata una risposta sopraggiunta come una rivelazione. Abbagliante come la “giornata trionfale” di Pessoa, dimensionata certo al mio essere. Non sono certo Pessoa, non ero in piedi come lui, non avevo una penna e un foglio, non scrissi una sequenza di trenta poesie. Ero seduta, avevo un computer e scrissi una sola poesia al centro di un quadretto artistico tra Mondrian e l’arte inista, in sfondo rosa e azzurro, disseminato di lettere multicolori e righe nere. Ad ogni modo la cosa che qui interessa riferire è la consapevolezza nuova che in quel momento avevo raggiunta, cioè superare il pensiero di derivazione scolastica che la poesia fosse una modalità letteraria aulica, rigida, esclusiva, destinata a dire cose altissime e riservata agli eletti. In totale autonomia, senza censori o coercizioni, senza suggeritori o maestri s’era spalancata la consapevolezza della poesia come superamento delle barriere del senso e salto in un universo di potenzialità senza limiti. Cosa umana che potevo afferrare, materia modellabile fatta di parole, sganciata dalle rigorose connessioni di logica e sensatezza, queste ultime insufficienti a tradurre esattamente il pensiero, l’emozione, il desiderio, l’impressione, l’altra invece idonea a riferire persino l’assurdo, l’improbabile, le paranoie, le visioni. Un mondo di indicibile “verità”. 

L’incanto e lo stupore della mia “notte di meraviglia” sono stati così potenti da mantenersi con durevolezza per anni. Rinnovati ad ogni accesso al verseggiare, fino a diventare un’altra pelle.

La poesia allora era un oggetto nuovo
che osservavo tenendolo a distanza
non meno adesso ch’è compagna
mia da molti anni
non meno adesso che ci sono dentro
come sta un vestito al corpo
un corpo al suo vestito più aderente.

18/10/2013

(dalla raccolta inedita “In Absentia vocis”, segnalata speciale al premio Lorenzo Montano, 2022)

Libertà e verità sono un binomio incandescente, la poesia ha il compito di vestire una devastante nudità. Desta scandalo in sé dire la verità, per l’effetto che produce sugli altri. Li offende o sconvolge, li provoca o disturba, provano risentimento, ma di fronte alla “sua” verità soffre lo stesso autore per altre ragioni. Egli è consapevole che la verità non è un idolo da piedistallo, è un referto che passa dai meandri delle proprie anse cerebrali e riceve input esterni attraverso i sensi che a loro volta registrano frequenze, visioni diverse nel tempo per lo stesso soggetto, differenti tra diversi soggetti nello stesso o svariati momenti. E ciò accade anche quando osservassero tutti lo stesso orizzonte. Lo scetticismo sulla verità raggiungibile e incontrastata conduce il poeta allo sconforto di poterla riferire agli interlocutori. Essere dono “perfetto” e autentico da potere condividere. Pane, ostia, guida e certezza.

Ciò incide maggiormente la crepa da cui spurga la parola poetica. Restano tentativo e ricerca, libertà e suoi corollari, che diventano la poetica dello scrittore. Ribellione alle sopraffazioni, anelito all’assoluto, lascito, testimonianza, denuncia critica della società, guerra al male e a chi ne fa. Anatema. Sprofondamento. Inferi. Paradiso.  Amore per gli altri infinito. Meraviglia del creato e mimesi artistica…

Sul versante relazionale la poesia è stato il raggio traente verso un ambiente social prevalentemente costituito da poeti e scrittori, ne conosco a decine, a centinaia. Cioè sguazzarci dentro per anni come fruitore, lettore, amante, sostenitore della poesia. Essere parte dell’ambiente, ma al contempo restarne defilata è stata una posizione privilegiata che mi ha permesso di rapportarmi per come mi sento a mio agio e di leggere tanta buona poesia. Negli ultimi tempi scriverne anche. Della poesia d’altri intendo, secondo la mia visione. Maneggiando con tutta la possibile cura l’incandescenza altrui. 

Gestisco infine due siti web uno personale e un altro collettivo. Ultimamente mi sto dedicando a pubblicare mie poesie scritte dal 2010 al 2021. Terra d’ulivi edizioni ha pubblicato all’inizio di quest’anno la raccolta “Titanio”, a breve uscirà “Magneti” con Portoseguro edizioni.  

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