di Fabrizio Centofanti
Aldo è morto. Voi direte: e chissenefrega. Era un barbone. Bisognava sudare sette camicie per farlo lavare e non ci si riusciva quasi mai. Beveva, gridava, litigava. Oltretutto, se n’è andato nella settimana santa, che per noi preti è un massacro senza pari. Ci mancava lui, in questo caos. Puzzava, Aldo; ultimamente, era coperto di pidocchi e pulci, per cui alcuni avevano timore di accostarlo. All’obitorio ho pregato imponendogli la mano: lo Spirito Santo non teme malattie dermatologiche. C’erano altri due cadaveri, avvolti in lenzuoli stropicciati e impregnati di macchie. Se la fine è questa, mi chiedo che senso abbia la nostra corsa senza tregua: se l’affanno infinito, dico, approda a un obitorio sporco e gelido, squallido di pulci e di pidocchi, ma chi ce lo fa fare? Ho sussurrato ad Aldo di non aver paura: don Mario sarebbe venuto a prenderlo, con la veste bianca. Gli ultimi giorni, quando il male lo stava consumando sempre più rapidamente, il sacerdote li ha passati correndo dietro al suo barbone: un affanno finito qui, nell’obitorio gelido. Ma la cura tenace ha trasformato questo inferno in un sepolcro nuovo, un giardino fuori del tempo. Un uomo dalle vesti bianche accoglie i parrocchiani che piangono Aldo, alcolista e puzzolente, e annuncia loro: perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Le pulci e i pidocchi non capiscono: loro hanno altro a cui pensare.


…na’ gita ‘n barca…!!!
Ce provo a mette ‘n croce ste’ du’ rime
perché me ispira tanto er sommo
artista;
lungi da me er penziero de compete,
tant’è che più che a Dante er sommo vate,
(all’anagraFE Alighieri, che ar Paradiso bussa),
me riferisco a Carlo Arberto…
er Salustri ,
che all’anagraMMA fa Trilussa !…
È tutto n’antro scrive sto’ penziero,
che sempre mette a nudo la coscienza,
che si pure n ‘hai commesso nissun torto
ce trovi la pecca quanno er cervello ci’aripenza…
e subbito cor core ‘n po’ contrito
vai in cerca de trova’ ‘na penitenza,…
che n’é che serve a cancella’ er peccato,
benzí a giustificatte, tutto o in parte,
tant’è vero, che a ognuno er suo,
e ce lo sapemo,
er difettuccio n’do’ ogni vorta noi cademo!…
Semo ommini egoisti pe’ natura,
sarà perché la vita è stata sempre dura,
che quanno che ‘ncrociamo un derelitto…
‘nvece de no sguardo o de ‘n sorriso,
pe’ paura d’esse contaggiati ,
giramo l’occhi all’artra parte
…e poi tiramo dritto!…
Ecco che allora, come co’ ‘na piaga ch’è scoperta,
che brucia come si ce metti sopra er sale,…
e pe’ mette apposto la coscienza,
s’ annamo a batte er petto pe’ le esequie…in cattedrale!…
…e puro sto viaggio j’é finito male.
E co’ ‘na messa ‘n po’ pe’ compatilli , annamo a seguí er rito, appresso ar funerale;
du’ ceri accesi, ‘n po’ de incenso e quattro fiori, ‘na mezz’oretta, e dalla chiesa che gia’ manco stamo fori,
alla tv n’annuncio ce riappare,
…e puro a quest’artri ,se l’è ‘nghiottiti er mare!…
E noi da sopra ar molo, pe’ segno de rispetto,
che fusse er presidente,o er papa, oppure ‘n cardinale,
famo sto gesto umano,
buttanno fiori all’onda,…
ma ‘ntanto dar becchino…
so’ già pronte n’antre cento bare!…
(A.M.2023)
Bello questo contrasto tra la crudezza di una realtà non edulcorata da eccesso di buoni sentimenti -che sfocerebbero nell’ipocrisia-e lo squarcio di speranza visibile solo allo spirito, incomprensibile a chi ferma lo sguardo su pulci e pidocchi.
Il cristiano, rispetto alla generalità delle persone propense ad aiutare il prossimo, ha anche la necessità di scongiurare un pericolo per la propria serenità interiore: il timore di non aver saputo riconoscere Gesù nel povero cristo giunto a bussare alla sua porta.
In tale contesto, specie quando la condizione di barbone derivi principalmente, come spesso accade, da una dipendenza dal bere, si entra in un circolo perverso, finché, col tempo, diventa difficile distinguere chi tra i due soggetti sia la vittima, chi sia a mostrare indifferenza, chi a non avere considerazione per il bene ricevuto.
La risposta, abbiamo ascoltato da poco, è nel binomio inscindibile tra carità e verità. Una risposta che probabilmente non salva i poveri cristi della terra, ma almeno offre un senso a tutte le energie che altrettanti poveri cristi dedicano loro.
Sarebbe bello se don Mario fosse disposto a venire a prendere entrambi.
La forza –– direi, la violenza –– di questo resoconto sembra essere molto chiara; ma non lo è poi tanto. Che cosa impariamo? Beh, la necessità della carità cristiana. Ma detto così, a me almeno sembra un po’ astratto. La percezione demistificante (come si diceva una volta) o addirittura dissacrante potrebbe essere questa: che la carità trascina su un un terreno “sporco”, in cui la maggioranza tra noi (e io mi assegno ad essa, purtroppo) non va e non vuole andare.