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Repetita iuvant, forse.


Altro a cui pensare

di Fabrizio Centofanti 

Aldo è morto. Voi direte: e chissenefrega. Era un barbone. Bisognava sudare sette camicie per farlo lavare e non ci si riusciva quasi mai. Beveva, gridava, litigava. Oltretutto, se n’è andato nella settimana santa, che per noi preti è un massacro senza pari. Ci mancava lui, in questo caos. Puzzava, Aldo; ultimamente, era coperto di pidocchi e pulci, per cui alcuni avevano timore di accostarlo. All’obitorio ho pregato imponendogli la mano: lo Spirito Santo non teme malattie dermatologiche. C’erano altri due cadaveri, avvolti in lenzuoli stropicciati e impregnati di macchie. Se la fine è questa, mi chiedo che senso abbia la nostra corsa senza tregua: se l’affanno infinito, dico, approda a un obitorio sporco e gelido, squallido di pulci e di pidocchi, ma chi ce lo fa fare? Ho sussurrato ad Aldo di non aver paura: don Mario sarebbe venuto a prenderlo, con la veste bianca. Gli ultimi giorni, quando il male lo stava consumando sempre più rapidamente, il sacerdote li ha passati correndo dietro al suo barbone: un affanno finito qui, nell’obitorio gelido. Ma la cura tenace ha trasformato questo inferno in un sepolcro nuovo, un giardino fuori del tempo. Un uomo dalle vesti bianche accoglie i parrocchiani che piangono Aldo, alcolista e puzzolente, e annuncia loro: perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Le pulci e i pidocchi non capiscono: loro hanno altro a cui pensare.

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