
Vivo di ossessioni. La mia poesia si nutre di ossessioni.
Forse la mia principale, la più radicata e strutturale, la più tragica e profonda, lampante e bruciante, è quella tra natura e cultura, tra inconsapevolezza dell’esistere (il cuore è un muscolo automatico e inconsapevole) e consapevolezza dello scrivere (il cervello è un muscolo anch’esso, ma autodeterminato e conscio), tra pre-grammatica e grammatica. Dato ancora più marcato (marchiato a fuoco) se, come me, si lavora con le parole a più livelli – scrittura, traduzione, critica, insegnamento.
Tutto ciò dipende da molte cose, innanzitutto dal fatto, credo, di venire da una famiglia di origine contadina (da parte di padre) e di aver cercato di fare i conti con la (durissima) civiltà contadina, con la campagna, ma non quella georgico-idilliaca di Virgilio, del possidente, ma quella esiodea del contadino stremato dalla fatica e dal lavoro. E dunque, in sintesi: la brutalità del reale. L’odore di terra, fieno, concime, che nonostante tutto conservo ancora, se non nelle narici, nell’amigdala del mio cervello. Ed essendo anche, da uomo medievale timidamente affacciato sull’Umanesimo (ma non sul Rinascimento, guai!), ossessionato dalle combinazioni alchemiche di sillabe, parole, suoni e sensi, un fatto per me fondativo resta che agricoltura e cultura abbiano la stessa base etimologica, e che al mondo agricolo attinga buona parte della metaforica sulla scrittura – fin dai tempi del cosiddetto Indovinello veronese, Se pareba boves ecc. ecc. Questo per me è garanzia di un legame profondo tra due mondi apparentemente inconciliabili e inavvicinabili: il mondo contadino, di per sé orale e quasi analfabeta, e il mondo della scrittura, iperconsapevole e ipercolto. Naturalmente ogni riferimento alla poesia di Seamus Heaney Digging è quanto mai necessario: “I’ll dig whit it” ecc.
In realtà avrei voluto studiare alla scuola del mosaico di Spilimbergo e fare il mosaicista… Lavorare con le cose, con qualcosa di concreto, tridimensionale, per ricomporlo in qualcosa di più astratto, ma altrettanto pesante (e pensante) se fatto bene. Lì infatti per arrivare a un buon risultato è richiesta una buona techne – su questo aspetto tornerò alla fine.
Avevo una discreta mano, ma evidentemente non bastava. L’incontro con la scrittura, in fondo, è avvenuto molto presto, verso la terza media, quasi per caso, quando trovai un’antologia scolastica di mio padre ferroviere (i miei non leggevano, un po’ mio nonno materno che non ho mai conosciuto ma che mi ha lasciato in eredità un bel po’ di Bur grigi stagionati). Iliade e Odissea. Nelle traduzioni neoclassiche di Vincenzo Monti e di Ippolito Pindemonte. Traduzioni che oggi troverei indigeribili, al limite dell’illeggibilità, guarda tu che effetto sortiscono su un povero tredicenne. “… contra i Greci / pestiferi vibrò dardi mortali”, “Nove giorni volâr pel campo acheo / le divine quadrella”, “E come quando di Favonio il soffio / denso campo di biade urta” ecc. ecc. Basta poco e mi innamoro delle parole.
Però quel senso di limitatezza della parola me lo trascino dietro ancora oggi. (Limitatezza che è poi anche straordinaria ricchezza, lo sappiamo benissimo, altrimenti non sarei qui, ma in qualche sperduto luogo a fare il Rimbaud in sedicesimo, e con scarsissimi risultati.)
Per vincere quella sensazione, ho alcune poesie che mi fanno diciamo da messa a terra, arginano le ossessioni (e allo stesso tempo le acuiscono), sono farmacon – e dunque medicina ma anche ulteriore veleno –, attenuano i fuochi ma allo stesso tempo li alimentano, come ogni buon vento fa e deve fare. Ce ne sono diverse (tra cui Digging ovviamente). Una è questa.
Fernando Pessoa
Autopsicografia
Il poeta finge!
Finge in modo così vero
Che dolore finge
Il dolore che sente davvero.
E quelli che lo leggono
Sentono il dolore letto,
Solo quello che non hanno,
Non quel poco che lui ha.
E così in ingranaggi rotanti
Girano e alleviano ogni ragionamento
Questi vagoni a tiranti
Chiamati Cuore e Sentimento.
In qualche modo, a volte un po’ acrobatico, sono riuscito a mantenere la gabbia rimica dell’originale (quartine a rima alternata), con la rima finale razão : coração che da sola è un programma poetico ed estetico. Riproduco qua sotto l’originale per i dovuti raffronti, confronti, scontri.
O poeta é um fingidor.
Finge tão completamente
que chega a fingir que é dora dor
que deveras sente.
E os que lêem o que escreve,
na dor lida sentem bem,
não as duas que ele teve,
mas só a que eles não têm.
E assim nas calhas de roda
gira, a entreter a razão,
esse comboio de corda
que se chama o coração.
Per me tradurre poesia è un modo di fare poesia e di riflettere sulla stessa, e se dopo Quanti non scriverò più un verso non sarà del tutto vero, ci saranno sempre le traduzioni delle poesie, e qui l’elenco degli autori che vorrei tradurre, e dunque riscrivere, è piuttosto lungo, ne fornisco alcuni (e se qualcun altro vorrà cimentarsi, ben venga, credo in un sapere collettivo, da costruire insieme): Archibald MacLeish, Cecil Day-Lewis, The Führer Bunker di Snodgrass, Carl Sandburg, Robert Creeley, MacNeice, Puškin (quando imparerò il russo), La légende des siècles di Victor Hugo…
Infine, vi lascio con un inedito, relativo a un progetto che chissà se vedrà mai la luce, ma che considero il giusto sviluppo dopo aver attinto a italiano e friulano, nel solco di un poeta per me centrale quale Fernando Bandini: una serie di poesie in latino ispirate agli Emblemata di Andrea Alciato, dunque un’immagine unita a un breve testo perlopiù epigrammatico (nell’accezione di epigramma che dava Giovanni Pascoli: “la forma più amata di poesia che servì all’amore e all’odio, alla satira scherzosa e alla riflessione severa”, insomma a tutto), qui naturalmente si tratterebbe di foto “instagrammabili” – non ci si pensa mai, ma Instagram è parola umanistica, fusione di latino e greco. Foto legate a persone care, per fermare, cristallizzare, quasi il latino fosse ambra, un affetto, un momento di per sé inafferrabile. Titolo: Imagine[s], allusione sì ad Alciato ma anche a John Lennon. Pensando anche al fim Sebastiane di Derek Jarman, recitato interamente in latino.
(Dico che non so se vedrà mai la luce perché scrivere in latino è difficilissimo, ci vuole una techne assoluta, a proposito. Del resto se la poesia è la forma di scrittura più densa, allusiva, costruita, perché non tentare l’azzardo supremo? Con la lingua poetica per eccellenza, la lingua delle epigrafi che hanno attraversato i secoli, la lingua di cui siamo fatti tutti noi, la lingua che ha fondato il nostro immaginario.)
Impagino il testo come l’ho immaginato. Chia è la torre nel Viterbese in cui Pasolini si rifugiò gli ultimi anni di vita. Non visitabile, si erge nella sua austera impenetrabilità, un massiccio e altissimo cancello ne blocca l’accesso, in mezzo a una strana campagna un po’ selvatica un po’ urbanizzata. I versi sono distici, un esametro + un pentametro, con sostanziale rispetto delle quantità, con qualche licenza che già la poesia medievale e poi umanistica autorizzava. La poesia in italiano è una seconda poesia, naturalmente, non una mera resa letterale – e anche la foto è una poesia, in fondo, anzi forse la più riuscita delle tre, MacLeish appunto: “una poesia non deve significare ma essere” (Ars poetica).
Clara Icensis
Marmoreum tempus utinam esset semper, Clara,
Petri sub Pauli tegmine turrigero.
Turriferum tempus deleri non potes hic quod
Tempus non delet: perpetua es glacies.
Chiara a Chia
Come vorrei che il nostro tempo fosse marmo,
all’ombra della torre di Pier Paolo.
Oh, tempo della Torre indistruggibile che
il tempo non distrugge: sii ghiacciaio eterno.

