La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Salvatore Contessini

La poesia annientata

Prima della fine del mondo si consuma, lenta, la poesia. Esaurita nella sua vena significante, sterile di messaggi, inadatta nel parlare all’insieme dei nostri sentimenti, incapace di suscitare emozioni che possano scuotere l’attuale esistenza.
Questo lo status che da tempo schiaccia la mia condizione poetica. La bellezza arretra esposta esclusivamente all’immagine, all’apparire a vantaggio della supremazia dell’astio che sempre più si fa strada nel nostro senso umano, costretta a recedere nell’intimo privato più profondo per legarsi ad armonia e pace interiore dell’individuo e ritornare bellezza morale e spirituale ad uso esclusivo del singolo.
In questa condizione, come scrivere versi e perché? Mantengono una valenza a fronte della carenza di bellezza che si è impadronita del mondo? Distruzioni, macerie di ogni tipo, morti, ingiustizie perpetrate con sempre maggiore estensione; sempre meno risarcite, sofferenze che coinvolgono ampi strati di esseri umani. Tutte situazioni (solo alcune citate) che compongono l’humus in cui si vive immersi a cui risulta improbo ribellarsi con voce collettiva. La conseguenza è che la poesia ne risulta annichilita.
Dunque, la ribellione è rifuggire la poesia autoreferenziale, intimista, dove la prevalenza dell’io annienta la ricchezza della parola svuotandola, dove quello che emerge è l’incapacità di proporre l’originalità del fare creativo. Non si riesce a individuare una nuova visione in cui interagiscano creatore e creatura, oggettività e soggettività in uno scenario volto ad arginare l’attuale decadimento ideale capace di travalicare il recinto dell’ego e orientare la ricerca di orizzonti collettivi più estesi.
Nel corso dei secoli, l’arte è divenuta espressione dell’ideale obbiettività spirituale che s’impone alla coscienza singola, come mitica immagine della sua essenza superiore, traducendosi per i posteri, in elemento estetico capace di determinare il canone di bellezza: oggi non è più così.
L’io individuale viene a sciogliere la dipendenza dalle forme mitiche ideali, espressione oggettiva di quella produzione artistica. Questo io individuale diviene centro della trasfigurazione spirituale della realtà. Quest’ultima risulta reintegrata nell’atto stesso originario della creazione come riconquista del finito, dell’eterno attraverso la passione e la liberazione dell’anima umana.
In tal modo il canone della bellezza risulta messo in discussione e rifondato sulla base di produzioni artistiche che si discostano ampiamente da quelle dei secoli precedenti. La bellezza, come concetto, ha subito un declassamento, divenendo mera esclamazione che trova casa tra i luoghi comuni della quotidianità, mentre noi continuiamo a essere preda della bruttura pervasiva, e a questa soccombiamo inevitabilmente.
In analogia, il canone poetico che fin qui abbiamo conosciuto attraverso la metrica, il contenuto, la negazione degli stessi, il verso libero e la sua contestazione, è scomparso dall’orizzonte ideale senza essere sostituito da significative alternative tranne che in sporadiche proposte che, pur presenti, ancora non si sono affermate rimanendo a disposizione di ristrette cerchie. È così che continuiamo in ordine sparso, ognuno nella sua confortevole nicchia, in una sterile versificazione incapace di colmare la percezione di inconsistenza che attanaglia la poesia. L’asfittica discussione sul “canone” poetico rimane ai margini e laterale alla potente pulsione di narrare in versi la contemporaneità e la quotidianità. Vengono tentate vie innovative che negano il supporto cartaceo e propongono l’utilizzo dei mezzi tecnologici senza che si produca alcuna significativa virata sull’attuale stallo.
Non mi chiamo fuori e lungi da me voler addossare la croce a qualcuno; tuttavia, in questo annichilimento creativo non trovo più la capacità di percorrere nuove sperimentazioni come ho tentato di fare in passato trattando: le variazioni del non colore (il nero), o individuando titolo o sua assenza come parte integrate del testo poetico, e ancora condividendo il testo con chi poesie scriveva nel passato (per riproporlo nella sua originalità) o nella contemporaneità, approdando, infine, al rifugio sicuro del silenzio dopo essere passato per la sua cruna con la contrattura dei versi, fino alla loro totale dismissione.
Credo occorra che il Poeta ripensi il proprio compito, disincrosti dalle opacità di sistema la consapevolezza della propria funzione, riproponga ruolo e attività dell’intellettuale esercitando sì, la responsabilità della critica, ma soprattutto quella funzionale di “poeta pensante”, di intellettuale che riscopre il suo rinnovato ruolo.
Consapevole di questa afasia espressiva, come sopra descritto, quello che rimane è la contraddizione tra dimensione poetica (permeata di lirismo e/o estaticità) e attuale condizione d’esistenza (indifferenza, cinismo). È questo che porta alla cessazione dello scrivere.
Non ho smesso di leggere, chi ancora creatore si sente e farmi creatura priva di presunzione del giudizio, alla ricerca del senso di un mondo che mi è scomparso e della bellezza da svelare, che inesorabile mi sfugge. Continuo a riscontrare, però, una dimensione di vuoto e di insipienza che non produce emozioni, in una condizione di amaro crescente e amore declinante. In assenza di punti di orientamento, quello che provo è la stasi dell’inutile. So che ribellarsi è giusto, l’ho fatto per una vita, ma ora non ho più l’energia per continuare sentendomi alla fine di un mondo privo d’interpretazione del reale, di motivazioni e di prospettive che pure per lungo tempo ho avuto e che ora sono venute meno.

Proiezione

Nella camera degli specchi
Il tempo sfinisce la bellezza

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