Daniel Calabrese, Un cielo per le cose (Un cielo para las cosas), La Vita Felice 2022
Coricarsi sulla terra e tornare a sedersi
Va bene quello che hai fatto ieri
e va bene quello che stai facendo adesso,
anche se insieme i pezzi
sembrano di vite contrarie.
Entrambi sappiamo che il mondo
è uno specchio che non bisogna rompere.
Un banco di pesci avanza come pani
che si moltiplicano sulla terra
e galleggiano sull’acqua..
È il giallo nero delle morti vive.
Questo sacco sempre più pesante
che trasciniamo, chiamiamo tempo
e ci conferma che sì,
che tutto va bene.
Il pezzo di cielo in cui ti sei vista
riflessa in riva alla palude
mi si è conficcato nel perno, è un vetro
scheggiato e mi fa male.
Molti camminiamo sull’acqua senza sforzo
quando chiudiamo gli occhi.
Pochi si azzardano a rimuovere
un vetro conficcato nel petto.
Nessuno ha dedicato tanto lavoro
a disarmare la tristezza.
Viavai degli occhi trasformati in occhi
Presto nascerai e subito comincerà questo mondo
che era già iniziato quando nascesti.
Si aprono due labbra sulle tue labbra
e due occhi nei tuoi occhi,
dietro il sole.
I fiumi secchi continuano a portare l’acqua.
Nessuno si spiega come mai gli alberi
tagliati e bruciati
diano ancora frutti e semi
a quegli uccelli che si sono già estinti.
Una volta feci parte di una specie
che nuova, vola e cammina.
Ora non più.
So che morirò e dopo
non ti troverò
per colpa di questa maledetta cecità.
L’illusione del tempo svanisce
in questo mare di verbi che chiamano vita,
libri, date che passano,
cose da vedere.
E tutto ciò che abbiamo visto,
si può lavare con il mare.
*
Confronti
Vado in cerchi
come se avessi un braccio
carico di bottiglie,
come se mie pesasse di più un lato,
come un uccello che avesse
solamente un’ala.
Vivo in cerchi, come un dio errante.
Tanti giri che faccio.
Come un cerchio tracciato da un braccio
carico di bottiglie,
come un uccello il cui volo incerto
dura tutta l’eternità,
e il suo peso proibito
va dalla parte del cuore.
*
Il punto fisso
Si addentrarono prima di noi
nella vita delle parole
cercando l’origine, la fine,
la causa e l’oggetto.
Ma ritorneranno ciechi.
Di modo che se trovarono la verità
solo poterono comunicare il dubbio.
Ci saranno altre opportunità.
Oggi il sole è tornato ad attraversare la nostra vita
e il tempo non distrugge tutto
con la stessa fretta.
Per questo stiamo sulla roccia,
uno dei suoi ritardi prodigiosi,
aspettando.
Daniel Calabrese, poeta, è nato a Dolores (nella provincia di Buenos Aires) nel 1962 e vive in Cile. Ha pubblicato i libri di poesia: La faz errante (Buenos Aires, 1989, Premio Alfonsina Storni), Futura Ceniza (Barcellona, 1994), Escritura en un ladrillo (Kyoto, 1996, spagnolo-giapponese), Singladuras (Fairfield, 1997, spagnolo-inglese), Oxidario (Buenos Aires, 2001, Premio Fondo Nacional de las Artes) e Ruta Dos (Santiago del Cile, 2013, Premio Revista de Libros, e Madrid, 2017, nella prestigiosa collana Visor). L’edizione italiana di Ruta Dos, pubblicata da Fili d’Aquilone, è stata finalista del Premio Internazionale Camaiore 2016. Ha partecipato a numerosi festival e incontri poetici internazionali. Suoi testi sono apparsi su riviste e antologie di poesia ispanoamericana. In Italia è stato incluso ne Il fiore della poesia latinoamericana d’oggi (2016, Raffaelli Editore, a cura di Emilio Coco). Parte della sua opera è stata tradotta in inglese, cinese, giapponese e italiano. Ha fondato e dirige Ærea. Revista Hispanoamericana de Poesía. È direttore di RIL editores, casa editrice di Santiago del Cile.

‘come era leggero il pesante’ (Paul Celan) – grazie!