Prima dell’estate e del tuono

di Nadia Scappini

Luca Pizzolitto, Prima dell’estate e del tuono, peQuod, 2025

Più volte con orgoglio Luca Pizzolitto ha raccontato di essere stato salvato anni fa dalla poesia, quel lumicino tenue, quasi invisibile ma tenace nel cuore della notte… Un buio reso umano quando il dolore s’è incrinato, accolto da altre mani…. Quante volte ci siamo sentiti abbandonati nelle circostanze più diverse della nostra esistenza? Quante volte il nostro corpo ha somatizzato il dolore forse più intenso che possa esserci, l’abbandono senza appello persino da parte di chi diceva di amarci? Così, per entrare in questa nuova silloge che è a pieno titolo un’avventura spirituale – e ogni avventura spirituale è un calvario, ricorda Bernanos – declinata e affidata ancora una volta agli interstizi della poesia, ci sarà dato di sperimentare le cadute e le risalite che fanno della vita un mistero nel quale orientarsi. Perché la poesia, sorella di preghiera (non dimentichiamo la sua etimologia che ha a che fare precarius, con il nostro stato di precarietà sulla Terra), e profezia “che trasforma l’esilio in speranza, che ritesse il filo spezzato della vita” (Y. Bonnefois) e consente di cogliere il sacro nei giorni scuri, di intuire tra gli scarti, scovare l’inatteso nell’esilio in cui talvolta ci sentiamo confinati sulla Terra. 

Se dovessi scegliere due parole entro le quali contenere la tensione spirituale del nostro poeta, che è tensione verso la salvezza, e si alimenta senza sosta dentro una ricerca incessante della luce, sceglierei deserto e desiderio, alle quali affiancherei, come corollario non secondario, le parole sete e mani. Ricerca che è già seme di luce nell’incanto che la anima e la sostanzia, disposizione ad un canto interiore che sostiene e orienta verso ogni minimo raggio di chiarità.

Desiderio – lo sappiamo – deriva dal latino de– (distanza) e sidera (stelle). Si manifesta come inquietudine, mancanza di una stella-guida, tanto che il suo contrario è “disastro”, una stella (-astro) avversa (dis). Il desiderio è il motore della vita, tensione verso la pienezza, tanto che chi non lo rispetta o non lo coltiva si spegne nell’abitudine o nella menzogna. Ma avere un desiderio non basta, bisogna passare dal “de-siderare” al “con-siderare” (stare con le stelle), cioè trasformare la distanza in frequentazione.

Credo si debba partire dal testo di p.21 contenuto nella prima sezione “La metà bianca del buio” per capire il rovello che di tanto in tanto ancora affiora nell’intimo di Luca Pizzolitto, pensando a <<gli anni perduti la rovina di luce / i deserti, le stanche paure>>, strettamente connesso, a mio parere, al testo di p.44 della seconda sezione “Le cose trascinate via”: <<In queste mie notti insonni / ombra della mente il taglio / infetto del vuoto // il cielo è il volto disabitato / di mio padre il cesto d’infanzia / dimenticato l’infranto tuo nome // gli scantinati lividi del cuore / le stanche rovine>> in cui, nel pozzo della coscienza, sosta come temperie diffusa il livido, forse il livore, sostano le rovine stanche, esito e segno di qualcosa di importante che si è sgretolato. 

Si potrà recuperare? – viene da chiedersi. Alcuni testi segnalano come faticoso, ma non impossibile <<scorticare il tempo nel tempo / cercare nudi il respiro del figlio / perduto nel fango>>, quando si scorge <<il tuo viso alla sorgente, geografia della mia sete>> che permette di danzare di nuovo <<e danzo ancora>>. Altri preziosi rimandi si colgono nella terza sezione “La strada per la sorgente”: <<Le fermate del bus le corse di notte /l’alba di neve, il lembo di carne strappato – // di fretta, uscendo, ho spento la luce / accostato il divano al muro // nel buio vegli l’inganno e la cenere: / le cose che non ritornano, le cose lasciate a metà>> e, poco più avanti, <<il grido tenuto / in gola il dolore del campo l’incanto / le notti insonni di quando ero bambino // l’abbandono del giglio e delle tue braccia.>>

 Ma, avvicinandosi alla fine del percorso, una teoria di immagini di forte impatto <<nel gemito della carne il morire… il verde ramo sfida l’inverno… l’uccello stringe al becco il nome>> fino <<all’attraversamento da sponda a sponda del fiume… il tempo sacro dell’abbandono>> preparano l’apoteosi del <<Tutto grida, tende alla luce.>>

Allora, se come scrive nell’ottima prefazione Gianfranco Lauretano, il poeta Luca Pizzolitto cerca “un varco oltre l’assedio”, se la tensione che attraversa tutte le sue opere al fine di trovare una dimora appagante, sebbene mai compiuta e ontologicamente mai definita sulla Terra, mi pare di poter dire che il suo pellegrinaggio altro non è che un atto di fede consapevole e istintivo al tempo stesso [la famiglia è nucleo fondante], l’incanto è la melodia che accompagna senza sosta e tiene dritta la barra verso l’Alto alimentando la sete che ha stimolato e, penso, continuerà a stimolare l’intero cammino.

Prosegue infatti, anche in questa opera, la premura e l’urgenza di mettere a fuoco la vita, perciò tutto batte forte a cominciare dall’energia mentale dell’io poetico, dall’inquietudine dell’attesa che richiede un’immersione totale nel tempo dell’ispirazione dove visibile e invisibile si toccano, istante ed eternità si sfiorano, dove la coscienza allertata tenta un affondo conoscitivo che sia anche rivelazione. Ed è chiaro che non attraverso una via iniziatica, ma con l’intensità lirica dove l’io si crocifigge per attingere a una più profonda identità, a volte accade il miracolo di trascendere la scissione tra poesia e pensiero attraverso piccole preziose salvifiche folgorazioni. E in questa silloge se ne trovano a volontà.

Il discernimento, però, chiede tempo e fatica, assomiglia a quell’aura mistica che ha come caratteristica quella di non completare mai il pensiero, una sorta di sospensione di giudizio, quella che i filosofi definirebbero “epochè”. E se la relazione autentica è sempre incontro di volti, essa non potrà rimanere sigillata in un mutismo inquietante e arido. Nel volto non ci sono solo occhi bocca naso fronte, esiste anche il silenzio che è il sostrato di ogni sua parte e solo in questo silenzio – così ricercato da Luca Pizzolitto e per lui essenziale come il respiro – può generarsi una parola non effimera, autentica e predisposta alla relazione. Qual è, allora, il mistero, quello che si coglie nella trama di tutto il libro? Che il silenzio diventa ancora più ricco, suggestivo, foriero di sbocchi grazie alla parola che lievita nell’addensarsi del silenzio.

Auguriamoci che esperienze come questa trovino spazio e accoglienza nel cuore di tanti lettori.

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