Addio a Rienzo Colla

di Paolo Marangon

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Rienzo Colla, fondatore e artefice della casa editrice vicentina “La Locusta”, si è spento ieri dopo una breve degenza all’Ospedale “San Bortolo” di Vicenza. Era nato il 28 marzo 1921.

Chi l’ha affettuosamente accompagnato e accudito negli ultimi anni, soprattutto dopo che la vecchiaia l’aveva reso non autosufficiente, ha assistito a un lungo, penoso declino del corpo e della mente, una vera e propria consunzione. I funerali si terranno martedì alle 10.45 all’Oratorio del Gonfalone in piazza Duomo.

«Rienzo Colla è la sua casa editrice, La Locusta, e viceversa», ha scritto Carlo Bo nel 1984, a trent’anni dalla fondazione. Per questo il ricordo della persona – tanto schiva sulla scena pubblica quanto amabile nei rapporti privati, accademico olimpico e medaglia d’oro come cittadino benemerito di Vicenza – scivola quasi inevitabilmente sulla sua creatura prediletta. “La Locusta” rappresenta un unicum nel panorama editoriale italiano: un’unica continua collana dal 1954, che aveva un unico continuo artefice, appunto, in Rienzo Colla – traduttore e correttore di bozze, impiegato, magazziniere e fattorino, oltre che ideatore della casa e selezionatore dei testi – che ha seguito un’unica continua linea editoriale nella scelta degli oltre 350 volumetti pubblicati e ha adottato un’unica continua veste grafica che li ha resi inconfondibili, con la copertina bianca, il titolo rosso, la carta velina che li ricopre e le pagine da aprire con il tagliacarte.

“La Locusta” è stata anzitutto la casa di don Primo Mazzolari, prete scomodo, personalità religiosa tra le più alte del Novecento. «Io ero a Roma per studiare lettere all’università», ha raccontato Rienzo in un’intervista pubblicata nel cinquantenario della fondazione.

«Quella dell’editoria è stata una specie di avventura che ho iniziato quasi per caso, senza sapere che sarebbe durata per tutta la mia vita. L’occasione è stata l’incontro con don Primo Mazzolari, che conobbi nel ’39. Nessuno voleva stampare le sue cose, non riusciva ad avere l’imprimatur. Decisi di provarci io e tutto è cominciato così. Ho sempre stampato cose ai confini con l’ortodossia: per molti anni sono stato osteggiato, ora mi ringraziano».
E il nome “La Locusta”?
“Mentre pensavo al nome da dare all’editrice – prosegue – mi capitò di aprire il Vangelo, per trarne ispirazione. Era Matteo, capitolo tre, versetto quattro, dove parla di S. Giovanni Battista che mangiava locuste e miele selvatico. Mi colpì l’immagine di questo insetto che non mangiava, ma si faceva mangiare. E decisi che i libri che avrei stampato sarebbero stati piccoli, forse fastidiosi per qualcuno, ma fatti per essere mangiati».
Tutto è già in questo inizio: profetico il primo autore – don Primo Mazzolari; profetico il nome – “La Locusta”; profetico il primo volumetto – La parola che non passa, un commento al Vangelo della domenica il cui imprimatur, prima concesso dalla curia di Vicenza, venne poi ritirato d’autorità, “in modo violento e senza spiegazioni”. Era l’inverno del 1954.
Il rapporto con Mazzolari è stato centrale nella vita di Rienzo Colla e nella vicenda della “Locusta”. Basta scorrerne il catalogo, dove si contano oltre 60 titoli di opere mazzolariane. Un destino intrecciato lega indissolubilmente le due storie: «Stiamo uniti per non perderci – scriveva a Rienzo il parroco di Bozzolo in una delle prime lettere – E preghi per chi passa da tribolazione in tribolazione per rendere testimonianza alla verità».

“La Locusta” è stata la casa di don Primo, ma anche quella di tante altre voci ispirate e inquiete del primo e soprattutto del secondo Novecento: da Simone Weil a Edith Stein, da Divo Barsotti a Thomas Merton, da Rebora a Turoldo, da Bernanos a Mauriac, da Mounier a Guitton, da Chénu a Rahner, da Milani a Balducci, da Gandhi a Martin Luther King, da Pasolini a Rodano, per citare solo i nomi più noti tra gli oltre 250 che compaiono nel catalogo. Uomini e donne, monaci e mistici, poeti e romanzieri, filosofi e teologi, preti scomodi e profeti della non violenza, pensatori cattolici e intellettuali laici. Diversissimi tra loro, ma accomunati dalla ricerca appassionata di Dio e di un cristianesimo più evangelico. Uno spaccato di prim’ordine della cultura cattolica, e non solo, italiana e straniera, dal secondo dopoguerra alla fine del Novecento. Una rete vastissima di autori eccellenti, spesso precursori o interpreti del Concilio Vaticano II, tessuta dall’intuizione spirituale e spesso anche dal rapporto personale di Rienzo Colla.
Per farsene una pallida idea basta leggere le Lettere a la Locusta, una selezione di 142 lettere inviate al Nostro dal ’54 al ’92: «sono poche – annota Colla nella spalla del frontespizio interno, dove sovente trapela in poche frasi l’ispirazione che l’ha guidato – in confronto alle migliaia conservate in archivio, ma sono sufficienti a dire lo spirito de La Locusta».
Con questo spirito la piccola casa editrice è cresciuta negli anni, si è affermata in Italia e all’estero nonostante indifferenze e opposizioni, ospitando voci autorevolissime che hanno via via arricchito l’unica collana e rimanendo tuttavia sempre se stessa: povera nei mezzi, ma evangelicamente libera nella sua ispirazione. Con la morte di Rienzo Colla, anche “La Locusta” cessa le sue pubblicazioni. E’ stata una scelta lungamente meditata. Nel vuoto lasciato da queste perdite – incolmabile non solo per parenti e amici, ma anche per Vicenza e per l’intera cultura italiana – va riconosciuto che, dopo il primo trentennio, la città ha in vario modo e in tempi diversi espresso pubblicamente la propria gratitudine a questa singolare figura di “monaco nel mondo”. L’ha fatto, seppur in maniera più discreta, anche la Chiesa vicentina. Assai più difficile, in questo tempo di facili oblii e di penuria di voci profetiche, così lontano e diverso dagli anni d’oro della “Locusta”, sarà raccogliere e rimanere fedeli alla sua eredità spirituale e culturale.

Intervista a Rienzo Colla

Intervista concessa al Giornale di Vicenza da Rienzo Colla, pubblicata il 4 settembre 2003 (a cura di Chiara Roverotto).

Le scale sono buie, come quelle di tutti i palazzi nel cuore della città. Ma al terzo piano di un edificio in contrà Mure Porta Castello la luce arriva dagli occhi di un anziano signore che in ottantadue anni di vita ha fatto un po’ di tutto: lo studente, il partigiano, e soprattutto l’editore nel senso più puro e coraggioso del termine.
Trecentocinquanta libri stampati in cinquant’anni e tirati alla media di duemila ciascuno. In totale circa settecentomila volumi.
Il tutto in un appartamento, sede dell’editrice “La Locusta” e della quale Rienzo Colla, accademico olimpico, è l’ideatore, il proprietario, il direttore editoriale e perché no anche il correttore di bozze.
I volumi occupano pareti intere, fatta eccezione per qualche piccolo spazio dedicato alle fotografie dei genitori, del nonno garibaldino, di Gandhi, Carlo De Foucauld, dei nipoti ai quali ha fatto da testimone alle nozze. Qualche quadro dove i paesaggi sono stilizzati con tinte molto cupe.
L’odore dei libri è penetrante, invadente e per qualche istante mette in secondo piano l’artefice di quest’opera: la curiosità, infatti, prende il sopravvento, lo sguardo scivola alla ricerca di titoli, di autori e la fantasia corre su quelle copertine tutte bianche ricoperte con una carta velina e con le pagine ancora da tagliare.
La Parola che non passa di don Primo Mazzolari fu il primo libro che Colla decise di pubblicare.
E quella fu la decisione che segnò la sua vita di uomo di cultura, di fede e naturalmente anche di editore.

“Stare dalla parte degli altri, questo concetto mi è ancora molto caro – racconta Colla – come il fare con generosità, con coraggio, con disponibilità e con donazione assoluta”.

È ancora questo il concetto di Chiesa nel quale si identifica?

Ho sempre pensato ad una Chiesa molto aperta e in grado di interessarsi ai lontani, come la volevano don Mazzolari e papa Montini.
Ma il primo era considerato un esponente della sinistra cristiana e non era certo visto di buon occhio dal clero, sicuramente più vicino ad altri concetti del cattolicesimo.
Era un prete integro come tutti gli altri che in quegli anni venivano considerati degli eretici. Conobbi don Mazzolari durante il terzo anno di liceo: lui parlava di una Chiesa molto accogliente aperta e rispettosa del dialogo. Concetti che ora, forse, sono più comprensibili.

Allora qualche passo avanti è stato fatto?

Pochini, pochini. C’è ancora troppa diffidenza nei confronti del diverso. E credo che qualche prete giovane si trovi ancora a disagio. La Chiesa dovrebbe badare più all’interiorità e, forse, sarebbe ancora più seguita. Invece si concentra su altro, su una sorta di prodotto: non dico che non lo dovrebbe fare, ma non c’è solo questo. Mi viene in mente un articolo che venne scritto 40 anni da Camilla Cederna che ripresi e pubblicai con “La Locusta”: da allora non è cambiato molto, la nostra rimane la “città dove un certo tipo di cattolicesimo da più di un secolo pare sia endemico come il tifo”. Ricordo ancora quando la giornalista venne a Vicenza: era estate, io non potei riceverla perchè ero malato e quindi parlò con Virgilio Scapin, Fernando Bandini e qualche altro. Chissà forse qualcosa avrei potuto dire anch’io…

In quell’articolo pubblicato sull’Espresso del 6 gennaio del 1963 si diceva che i cattolici vicentini erano molto cambiati: “Più che aristocratici un po’ molli o grandi proprietari terrieri, oggi sono industriali e dirigenti nelle banche, più che pensare al peccato oggi pensano soprattutto agli affari e al controllo del potere…”

Certo, su questo non ci sono dubbi. Ma i vicentini sono difficili da capire, non sono mai stati liberi, hanno sempre avuto bisogno dell’autorità anche per cose molto materiali. Non hanno cultura o se ce l’hanno se la fanno sull’Espresso oppure su Famiglia cristiana e non fanno nulla per agevolare la mente con altre letture e pensare che ne avrebbero veramente bisogno. Aveva ragione Camilla Cederna quando diceva che della vecchia vicentinità cattolica era rimasta l’ambiguità delle posizioni umane e politiche, l’arte sapiente e consumata d’attutire i contrasti, lo spegnimento discreto delle voci troppo originali ed acute.

Lei era una voce troppo originale, acuta?

Per pubblicare testi religiosi allora serviva l’imprimatur dell’autorità ecclesiastica. Quando proposi il libro di don Mazzolari, parroco di Bozzolo, l’allora vicario generale di Vicenza mi disse di sì, poi il vescovo, mons. Zinato, ritirò l’imprimatur dicendo che conteneva troppe esagerazioni, soprattutto quando si parlava dei lontani. Ma il libro fece comunque la sua strada anche se non lo ristampai.

Ma c’è ancora bisogno di stampare libri religiosi?

Quelli dei grandi teologi sì, ci aprirebbero ancora oggi la mente…

Locusta è il nome scientifico della cavalletta. Normalmente vive sola, ma se si moltiplica diventa una piaga biblica: perchè ha scelto questo nome per la sua casa editrice?

Questo riguarda il Vecchio Testamento, nel Nuovo, precisamente in Matteo 5, le locuste si fanno mangiare e diventano un cibo per pochi uomini. La profezia dice: giovani mangiate locuste e miele selvatico.

Pensa di aver “sfamato” qualcuno?

Molto umilmente direi di sì. Gli Anni Cinquanta furono molto ideologici e quindi conflittuali per molti, ma come mi disse una volta David Maria Turoldo ho raccolto messaggi scritti con l’inchiostro del pudore.

La sua casa editrice l’ha resa indipendente intellettualmente?

Sì, anche se mi è costato molto. Avrei potuto fare di più, ma ora sono vecchio. E ci sono troppe cose che non mi piacciono. O meglio che mi spaventano…

Quali?

Penso a chi ci governa, al potere che ha, a quello che sta facendo e a quello che gli lasciano fare.

Secondo lei c’è da preoccuparsi del governo Berlusconi?

Direi proprio di sì, ma forse aveva ragione Montanelli quando sosteneva che gli italiani devono fare esperienza… Ormai, non si può più fare nulla, bisogna aspettare che passino questi tre anni sperando che la gente cambi registro e diventi più consapevole sotto il profilo morale ed etico. E la Chiesa non li sta aiutando sotto questo punto di vista, eppure un’esperienza con il fascismo l’aveva già fatta…
Io sono stato un giovane balilla, ricordo che cosa c’era in quel periodo e vedo con molto imbarazzo quello che sta accadendo in Italia. Credo nella libertà dell’individuo e, soprattutto, credo al concetto che Platone aveva della res publica, ora mi pare che stiamo facendo gli interessi di una sola persona, nella fattispecie del capo del Governo.
A volte penso che vorrei morire lungo una strada… Un colpo e non soffrirei più di tanto. Però vorrei che i miei libri restassero alla Bertoliana (storica biblioteca civica di Vicenza), ma chissà se qualcuno capirà. Don Mazzolari mi scriveva: la strada non è comoda caro Rienzo, ma è tanto buona. Non stancarti di camminarla, anche se gli amici te la faranno durissima…

(da Il Giornale di Vicenza, 19 luglio 2009)

4 pensieri su “Addio a Rienzo Colla

  1. Franco BORGHI

    APPRENDO OGGI DA LA REPUBBLICA DELLA MORTE DELL’ AMICO RIENZO. PURTROPPO LE MIE VICENDE PROFESSIONALI E FAMILIARI MI HANNO TENUTO LONTANO DA RIENZO IN QUESTI ULTIMI ANNI.
    CONSERVO GELOSAMENTE TANTI DEI SUOI VOLUMETTI BIANCHI ED E’ STATO RIENZO A FARMI CONOSCERE ED AMARE DON PRIMO MAZZOLARI.
    NON POSSO RATTRISTARMI DELLA SUA DIPARTITA PERCHè SO CHE RIENZO VIVEVA CON PROFONDA FEDE QUESTO PASSAGGIO CHE SAPEVA SAREBBE ARRIVATO.
    QUANDO MI SPOSAI IO E MIA MOGLIE DONAMMO AGLI INVITATI UN LIBRO DI DON PRIMO, EDITO DA RIENZO, AL POSTO DELLE SOLITE BOMBONIERE.

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  2. Giovanni

    A nome della redazione del sito http://www.padrebergamaschi.com e mio personale, esprimo sentite condoglianze per il ‘passaggio’ di Rienzo Colla. Due personalità, Padre Aldo e Colla, che convergevano mirabilmente sulla figura di don Primo di cui si impegnarono a diffondere in Italia e nel mondo l’insegnamento senza tempo.

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