di Carla Saracino
La meraviglia è certamente una delle forme anteriori dell’amore, tutto quello che prima ci riguarda di una persona o di una cosa e tutto quello che prima ci prepara alla vita. La sua radice originaria comporta qualcosa di visivo. Sarebbe un guardare. In un’accezione meno compressa, potremmo dire che meraviglioso è ogni incondizionato atto di rinuncia al pregiudizio e quindi disposizione al chiedere e al dare ospitalità, ma in senso altamente figurato.
L’ultimo libro di Andrea Leone, Lezioni di crudeltà, Poiesis, pag. 63, euro 12,00, è attraversato dalla meraviglia, ma non convulsamente né, al contrario, passivamente. Un ordine rigoroso detta alla meraviglia i suoi passi affinché essa, sgretolandosi l’incubo del postmoderno, possa rifulgere attraverso un nuovo linguaggio nel mondo delle cose possibilmente inviolate e quindi integre.
L’ordine è tracciato dall’autore che non abbandona mai la presa sulla materia poetica, non ce la offre in un incarnato tiepido e morale, non ce la porge sotto le vesti di un diario autobiografico o di una didascalia sociale, ma l’accompagna essendole da sempre stato di fianco (non un attimo prima né un attimo dopo).
Non è casuale il titolo: questo è un libro meraviglioso, ma anche impositivo. E’ un libro che impone un suo modo verbale e pretende che il lettore lo rispetti senza troppe concessioni d’interpretazione; è un libro che impera nel suo stesso inchiostro; il suo stesso essere stato scritto, probabilmente, è avvenuto dietro un imperativo.
Anche i luoghi fisici di Leone sono attestazioni dello spazio e quindi prove di comando esercitato su di esso. Locande, numeri civici esatti, Caffè, piazze, ovvero luoghi della dispersione “scelta” perché prevista; luoghi senza vergogna, impudici e rivelanti; luoghi generosissimi nella misericordia del loro essere vani.
Ugualmente, protagonista di queste pagine è la vocazione dell’autore a un tempo che mi piace definire “atletico”. Non si tratta del tempo disancorato della contemporaneità in cui le cose vagano come schegge impazzite nella frammentazione del linguaggio e dell’immaginario; in cui le personalità sono celebrazioni scoppiate sul buio; in cui i sentimentalismi, come burattini ingozzati dal cibo delle domeniche, ballano sui tavoli traballanti delle meccaniche del retro-pensiero. Qui si tratta di un tempo che sta gareggiando per vincere, che ha indossato la sua concentrazione e che sta flettendo gli arti affinché la vittoria diventi la verità dell’appartenenza a se stessi. E nell’appartenenza a se stessi, è noto, c’è sempre giovinezza, laddove per essa s’intenda quel raggiungimento di conoscenza tale per cui ogni cosa e il suo contrario possono tentare di invaderci senza che nessuno dei due riesca mai pienamente a prevalere e a offendere la beltà di quel che siamo stati, siamo, continueremo ad essere.
In questo senso il progetto del libro è un fine di giovinezza. E aggiungerei, per conseguenza naturale, di bellezza.
In opposizione al tempo umano, subissato dall’incoerenza e dalla volgarità del doversi sempre spacciare per quello che non si è, Leone propone un tempo atleticamente disposto alla gara, all’antica gara, a quella che quanto più avanza tanto meglio progredisce. E se è vero che normalmente la morte ci consuma ed erode i nostri istanti turbandoli nel quotidiano come nel sogno dell’avvenire, nei versi di Leone è la bellezza a falciare la fine e non viceversa.
La vera morte, in Leone, è la bellezza, perché legata a un concetto di epos della nostra vita che si specchia nella parola e che per indugiare in essa, per prendersi il privilegio di indugiare, deve crudelmente avanzare verso l’annientamento di ciò che, altrimenti, non si avrebbe il coraggio di vedere.


se ne può leggere un estratto / qualche testo?
Recensione che brilla, per un libro a cui devo molto.
qui Renata:
http://poetarumsilva.wordpress.com/2011/05/26/andrea-leone-lezioni-di-crudelta-alcuni-estratti/
bella recensione.
gianni