Recensione di Giovanni Agnoloni
Nel sonno, raccolta poetica di Francesca Matteoni (ed. Zona) è un concentrato di sollecitazioni percettive ed emotive di fortissima risonanza. Profondamente significativo già il titolo, che allude a un flusso onirico di immagini e significati non mediati da uno stretto canone razionale. Si potrà dire che la poesia, e in particolare quella lirica, è sempre così. Bene, ma quella di Francesca Matteoni interpreta questo tratto in modo particolarmente intenso e viscerale. Vive di cuspidi percettive, emersioni improvvise, punture di immagini che toccano vividamente la sfera sensoriale, proprio come fanno i simboli che popolano i sogni, da cui non ci si può difendere ricorrendo alle maschere che utilizziamo da svegli, proprio perché il sogno è per definizione territorio del subconscio. In questo senso, i versi di questo poeta ci entrano dentro con particolare insistenza, attingendo a livelli emozionali che abitano in tutti noi, in quanto condividiamo lo stesso inconscio collettivo.
Francesca Matteoni è capace di ottenere un simile effetto mediante il ricorso alla parola precisa, ovvero capace di evocare esattamente determinati stati emotivi, con una carica visionaria e una “spiritualità delle cose concrete” che mi viene da accostare ad Andrea Zanzotto. La parola, in questo senso, si fa “mito”, nel senso etimologico della parola greca ?????, che prima di tutto significa appunto “parola” in senso pregnante, ovvero “parola che si fa racconto”, e dunque suggestione, immagine, simbolo, con tutta la carica archetipica che soprattutto quest’ultimo termine porta con sé.
Non è un caso, allora, che tra le immagini evocate da queste liriche concatenate – e associate a passi in prosa (ma dal ritmo interiore decisamente poetico), ricorrano numerosi animali e creature sospesi tra la realtà e quella dimensione favolistica che è tanto cara all’autrice. Sanno d’Irlanda, di universi celtico-druidici, di atmosfere senza tempo, dense di una sorta di “Medioevo perenne” e idealmente ricollegate alla tradizione feerica di stampo tolkieniano, ma anche a grandi maestri della poesia e della prosa irlandese come William Butler Yeats e, in tempi più recenti, William Trevor.
Questa componente, al tempo stesso fisica e metafisica, si diffonde su tutta l’opera, con associazioni istintive di immagini che richiamano certi spunti lennoniani, (penso a canzoni dei Beatles come I am the Walrus o A Day in the Life) o certi scorci di pittura surrealista, alla Salvador Dalí.
Il filtro inconscio è dettato dalla memoria, ma una memoria intima, personalissima e assolutamente non riducibile a un livello di discorso diacronico.
Per tutti questi motivi, questa raccolta di versi si presta a una lettura intensa, simile a quella di importanti pagine di prosa letteraria (penso per esempio a Bruno Schulz) carica di strati interpretativi sovrapposti e addensati, dove le visioni arricchiscono e rendono inconfondibile l’attimo di realtà che vanno a contraddistinguere.
