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Lirico terapia. Bartolo Cattafi


Inquilini

Sbatter di porte

girare di chiavi nella toppa

morti nel vostro letto

dietro le vostre porte

e morte intermittente

entrare e uscire

mani irose impazienti

al pomo delle porte

passi

i nuovi arrivati

con valigie e fagotti

con otri di vento

inquieti portatori

di mistero nelle stanze

a voi morti a voi vivi

con filo ritorto appunto

speranza e fiducia

chiedo clemenza

creature del mio piano

a metà o del tutto

interrato.

Cosa succede in un condominio? Quali stratificazioni di eventi, anche drammatici, la storia registra, magari a nostra insaputa? Solo il poeta può restituire spessore a un’umanità dimenticata.

Lirico terapia. Bartolo Cattafi, Cautela.


Cautela

Bastarono quattro o cinque lampi

sparati tra nuvole d’argento

a stendere secca l’estate.

Con l’orecchio appiattito contro il suolo

ascolti il sopraggiungere dei tonfi

d’uccelli maturi sotto i colpi

di marroni di mele

cotogne ed il franare

d’un alto inverno con nuvole con piogge.

Calzando cauta lana come fanno

i piedi clandestini degli dei

vai dietro alla porta

del Fato per sapere

che decreto borbotta

che botta ti prepara.

Immagini che guidano verso un esito di diffidente incertezza: come non riconoscervi anche solo un momento passeggero  della nostra vita?

La poesia della settimana. Bartolo Cattafi

Il resto manca

“Mancavano pagine
il marmo dell’epigrafe
era scheggiato
due sole parole
cetera desunt
il resto mancante
mancanti la testa e i piedi
e tutto il resto mancante
che testa e piedi divide
cetera desunt…cetera desunt…
parole sul frontone d’un tempio vuoto
vorticanti col vento come per dirci
solo noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.

Bartolo Cattafi, Il resto manca, in Poesia italiana del Novecento, volume secondo, Milano, Garzanti, 1980, p. 828.

Nel soffio della città (di Enrico De Lea)

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La città mi ha insegnato infinite paure /  una folla una strada mi han fatto tremare / un pensiero talvolta – spiato su un viso”.

Citare Pavese, come facevo un tempo,  credo fosse assolutamente improprio,  circa la mia esperienza della città, di una città in particolare. Eppure ci fu un tempo in cui credevo che quei versi rispecchiassero gli anni del mio arrivo.

L’avevo immaginata, dall’alto del Bastione del santo anacoreta (la piazza principale del paese dell’infanzia), come lo specchio luminoso dello Stretto, una Cariddi pacificata e quieta, illuminata da una vivacità gaudente e gentile. In effetti la città, la sua gente, tutto appariva confermare quella mia aspettativa;  eppure, i versi di Pavese imponevano un lato d’ombra alla luce in cui vivevamo,  o ne sorgevano irrimediabilmente; o, ancora, più verosimilmente, con quel “la città mi ha insegnato” ponevano al centro del mio sguardo la città e quanto essa avesse da dirmi. La città aveva tanto da dire a ciascuno di noi,  e la sua essenza vera era nel ciuscio che vi circolava, non in una comune brezza, ma in un continuo soffio, da organismo dotato di respiro vitale, dai due mari, dalle due terre, dalle colline e dalle erte, dai valloni e dai dirupi, dalle armacìe e dai sentieri, un soffio che la pervadeva tra le vie squadrate e larghe, figlie del lontano sisma, e che la  animava rinfrescando o sferzando i volti secondo la stagione.

L’avevo intravista, la città, superato il capo di Alì, Continua a leggere

LE IMMAGINI DELLA POESIA. Due modelli di descrizione lirica: Bartolo Cattafi e Mario Benedetti.

bartolo_cattafi

di Giuseppe Panella

1. Da Greenwich alla ricerca dell’anima: i viaggi nella poesia di Bartolo Cattafi

«La sua poesia ha qualcosa delle combustioni di Burri o delle blasfeme solitudini di Bacon. Figurativa e insieme informale, ha un’evidenza che investe l’occhio, più che il dominio della parola scritta. Voglio dire che il suo leopardismo (intendo il rifiuto di ogni pur minima concessione) non ha mai niente, come nel possibile modello, di deduttivo o di riflessivo. E’ un’immagine secca, un fotogramma fissato oppure ossessivamente ripetuto […]. Cattafi, quando è più vero, cioè quasi sempre, tralascia, nel suo linguaggio, ogni relazione analogica; donde la sua perfino sconcertante chiarezza, che riflette il suo bisogno di comunicare: sia pure l’ineluttabilità della tragedia»

(Luigi Baldacci, recensione a La discesa al trono, 1975)

E’ venuto il momento di ritornare alla poesia di Cattafi per parlarne di nuovo in maniera più serena e meno occasionale di quanto si sia fatto un tempo. Dopo (qualche) entusiasmo iniziale, dopo (poche) occasioni critiche e dopo (parecchio se non molto) silenzio dovuto alla sua scomparsa repentina e al disinteresse degli storici della poesia novecentesca italiana troppo impegnati in altre relazioni critiche, è giunta l’ora di analizzarne (nei limiti del possibile) il progetto di scrittura e la proposta di poesia visivamente composta che emerge anche da una lettura superficiale dell’opera cattafiana.

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