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Lirico terapia. Giovanna Bemporad

Veramente io dovrò dunque morire

Veramente io dovrò dunque morire

come un insetto effimero del maggio,

e sentirò nell’aria calda e piena

gelare a poco a poco la mia guancia?

Più vera morte è separarsi in pianto

da amate compagnie, per non tornare,

e accomiatarsi a forza dalla celia

giovanile e dal riso, mentre indora

con tenerezza il paesaggio aprile.

O per me non sarebbe male, quando

fosse il mio cuore interamente morto,

smarrirmi in questa dolce alba lunare

come s’infrange un’onda, nella calma.

***

Cos’è la morte? Consumarsi fisicamente? O piuttosto la fine delle relazioni, delle speranze? La poesia ci interroga, ci scuote dall’ovvio.

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.56: Una spettatrice del Novecento della poesia. Giovanna Bemporad, “Esercizi vecchi e nuovi”, a cura di Andrea Cirolla

Una spettatrice del Novecento della poesia. Giovanna Bemporad, Esercizi vecchi e nuovi, a cura di Andrea Cirolla, Milano, Edizioni Archivio Dedalus, 2010

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di Giuseppe Panella*

Per molto tempo la figura di Giovanna Bemporad si è confusa con il ricordo di Gabriella Bemporad (che non era sua parente) anche se traduceva come lei dal tedesco – quest’ultima la conobbi, sia pure fuggevolmente, a casa di Gianfranco Draghi, in una villa appena fuori Firenze dove credo che questo singolare personaggio di psicoteraupeta di impronta junghiana, poeta, scrittore, pittore e altro ancora viva a tutt’oggi. Anche lei parlava di Rilke e di letteratura tedesca del Novecento con una voce sottile ma vibrata, ricca di accenti densi e dolci di nostalgia.

Giovanna Bemporad, invece, è stata soprattutto una traduttrice di testi del legato classico, soprattutto greco e soprattutto dell’ Odissea, opera di traduzione che è durata praticamente tutta la sua vita matura. Ma, tra una traduzione di Omero e una di Rilke o di Hofmannsthal o di Goethe o di Novalis, la Bemporad è stata soprattutto poetessa molto raffinata nei tocchi, nei toni, nelle soluzioni ritmiche e formali.

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