La cura della forma non è vacuo formalismo se il fine è trovare la parola — sovente l’unica — più adatta alla cosa.
Archivi tag: Gualberto Alvino
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 32
Avevo recensito per lo Speciale libri dell’«Unità» il suo romanzo “I cento uccelli” essendo già innamorato dei versi crepuscolari in dialetto santarcangiolese (che Contini aveva definito l’«asperrimo vernacolo»), così mi feci coraggio e gli telefonai. Una settimana dopo andai a trovarlo nel suo appartamento all’ultimo piano d’un palazzo tutt’altro che signorile di piazzale Clodio, a Roma.
«Lasciami indovinare: vuoi che ti presenti a Federico, vero?» mi sussurrò il braccio destro felliniano con un tono malinconico e deluso.
«No, sono qui per lei».
«Davvero? Allora diamoci del tu» e mi portò in cucina poggiandomi una mano sulla spalla.
La teiera fischiava. Prendemmo ciascuno la sua tazza e ci trasferimmo in salotto: pochi libri, due poltrone di panno, prese e interruttori anneriti.
Gli lessi una poesia che gli piacque molto («Hai più ritmo di un congolese») e apprezzò altrettanto un soggetto cinematografico su una banda di scugnizzi napoletani:
«Ma devi sapere che a Napoli è difficile girare, bisogna chiedere il permesso alla camorra per ogni ciak» (il film lo fece poco più tardi a Palermo Gian Vittorio Baldi, stravolgendo la mia idea).
Parlava con lentezza ipnotica movendo le braccia come un direttore d’orchestra insonnolito:
«Hai ritmo da vendere, mio caro, già già, e anche se sei giovanissimo conosci a menadito tutti i segreti della poesia; ma ti posso dire una cosa, una cosa piccina piccina? te la posso dire, sì?».
«Sono qui per questo» risposi con una punta d’ansia.
«Allora te la dico. Metti troppi concetti nelle parole, ecco. Una poesia, come un film, deve avere un’unica idea forte».
Da allora, ogni volta che scrivo un verso penso a quella cosa «piccina piccina».
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 31
Contro chi la reputa un peccato veniale, considero una iattura la sempre più diffusa ignoranza dei segni paragrafematici.
Conoscere l’accento grafico, l’apostrofo, l’asterisco, i segni interpuntivi e le loro spaziature, la barra verticale e obliqua, le virgolette, il capoverso, le parentesi e la loro precisa funzione; saper distinguere il trattino dalla lineetta, le maiuscole dalle minuscole, il tondo dal corsivo, il grassetto dal maiuscoletto; tutto questo è assolutamente indispensabile per gli scrittori e gli scriventi.
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 30
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 29
Anche un accapo deve avere il suo perché
Lo stile commatico, ossia la tendenza a far corrispondere frase e capoverso, non è più esclusivo delle sentenze giudiziarie: ormai impera nel web. Dove però — differenza di non poco conto — l’accapo non è solo senza motivo, ma viene fortemente enfatizzato da una doppia interlinea, come a dire: «Procedi con calma, sprovvisto e indolente lettore, goditi queste belle spaziature, digerisci per bene questa frase prima di mordere la successiva, altrimenti potresti confonderti».
Diritto e web: la singolare coincidenza merita studio.
La’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 28
Ritratti di Contemporanei
Italo Calvino
Fu Zavattini, verso la metà degli anni ’70, a preannunciargli telefonicamente la mia visita in via Campo Marzio:
«Un ragazzo di belle speranze vorrebbe venire a trovarti. Ma attento, è molto impegnativo!».
Cesare riattaccò dopo qualche minuto e, rivolto a me, disse:
«Ti aspetta dopodomani alle 5. Sii puntuale, lui detesta i ritardatarî. Ma non trattenerlo troppo a lungo: ha mille cose da fare, quasi come me».
La mia visita durò una manciata di minuti che mi parvero ore.
Lavoravo da tempo sullo scrittore più arduo e sperimentale del Novecento non solo italiano, Antonio Pizzuto, che sarebbe diventato il principe dei miei auctores, e sùbito gli chiesi un parere:
«Lei è dall’altra parte della barricata: detesta l’avanguardia e ogni forma di obscurisme e di deformazione linguistica, quindi il Palermitano non riscuoterà certo il suo…». Continua a leggere
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 27
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 26
Cosa resta da fare ai poeti?
Contraddire Hegel
«Il suo [della poesia lirica] contenuto è il soggettivo, il mondo interno, l’animo che riflette, che sente, e che, invece di procedere ad azioni, si arresta al contrario presso di sé come interiorità e può quindi prendere come unica forma e meta ultima l’esprimersi del soggetto» (Estetica).
Rovesciare questi assiomi egorroici e confessionali.
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 25
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 23
«Le scelte di Gianfranco Contini, antologiche e saggistiche, sono frutto di una cultura critica che è sempre andata nella direzione di un giudizio sulla letteratura tarato sulla priorità del conseguimento linguistico» (Sergio Pautasso).
Su quale altra priorità dovrebbe esser tarato un giudizio sulla letteratura? Sul contenuto?
Parafrasate la prima strofa di A Silvia — ossia, enucleate solo il contenuto — e vi troverete a tu per tu con l’orrore:
‘Silvia, ricordi ancora quel periodo della tua vita terrena, quando nei tuoi occhi sorridenti e timidi splendeva la bellezza e tu ti preparavi, allegra e pensosa, a varcare la soglia della giovinezza?’.
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 22
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 21
Le parole hanno spirito, sagoma, tempra
Mille volte al giorno sostituisco sbuffare a stronfiare, benché a sebbene, stazzonato a gualcito, immalignire a invelenire, pusillanimità a codardia, almanaccare a scervellarsi, crocchiare a cigolare, sciacquio a sciabordio, gozzoviglia a baldoria, abbaio a latrato, bricolla a tascapane, bislacco a strampalato, roccia a macigno, instabile a malfermo, mantello a pastrano guarnacca finanziera paltò palandrana mantiglia casacca tabarro zimarra; e immancabilmente devo rassegnarmi all’evidenza: i sinonimi perfetti non esistono.
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 20
Chi sconsiglia di usare nella stessa frase i due punti più di una volta veda quanti ne schiera Leopardi in questo brano (e non solo):
«Noi siamo veramente oggidì passeggeri e pellegrini sulla terra: veramente caduchi: esseri di un giorno: la mattina in fiore, la sera appassiti, o secchi: soggetti anche a sopravvivere alla propria fama».
Qui si sfiora l’eccesso. Ma si veda come tratta la questione Bice Mortara Garavelli in Prontuario di punteggiatura, Roma-Bari, Laterza, 2003, pp. 103-4:
«È generalmente sconsigliata la replica dei due punti tra frasi precedute o seguite dallo stesso segno. Ma quest’uso, fiorente nella prosa letteraria, non è affatto sconosciuto in tipi di testo di tutt’altro genere: ad esempio, nella saggistica scientifica. Né si vede come censurarlo quando si tratti di un susseguirsi di enunciati consequenziali».
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 19
Si fa un gran ciarlare di “poesia del corpo e del dolore”, la quale — secondo alcuni gazzettieri letterari digiuni d’estetica, approdati non si sa come alla ribalta nazionale — non potrebbe non sfociare nel tòpos e nell’insignificanza.
Eresia! Tutto in letteratura è letteratura; non si dà materia che non possa farsi poesia.
Corpo o non corpo, dolore o joie de vivre, non è il soggetto che va giudicato, ma la struttura formale dell’opera (dove forma, ovviamente, sta per sostanza).
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 18
Ci sono scrittori per i quali un termine vale l’altro e sgravano sulla pagina il primo che vien loro alla penna senza lacerarsi in dilemmi estetici, perché il loro unico interesse, come quello degli editori, è incentrato sulla trama e sulla sua capacità di attrarre il lettore-acquirente (lasciatemi dire che a causa di costoro l’Italia vive da decennî una delle stagioni più asfittiche della sua storia); e ci sono scrittori — il cui novero va, ahinoi!, sempre più assottigliandosi — che reputano ogni minima scelta stilistica, e persino grammaticale, una questione non solo sostanziale ma, per dirla con Contini, gnoseologica.
Voi da che parte state?
