
Alla mia morte (cuore Arbresh)
Io vorrei che non ci fosse silenzio
Alla mia morte, ma suono di flauti
Che sovrasta le grida delle donne
Con un tono acuto e struggente.
L’acqua e il sale delle lacrime,
Raccolti in piccoli recipienti,
Siano poi versate nel mare Ionio,
Mare della nostra separazione.
Seppellitemi in una foresta,
Sotto una quercia dalla cui cima
Si veda in dissolvenza col cielo
La patria lontana, cui appartengo.
E poi io sarò uno con la terra,
E le mie ossa terra nella terra,
E il mio cuore, il mio cuore Arbresh,
Pian piano si scioglierà nella terra.
Io non so se il cielo piange o ride
Di me e di questi miei desideri.
Ma so che veglia perché gli uomini
Siano uno in una sola patria.
*
Padre Elia (don Sergio, a destra nella foto, insieme con don Mario Torregrossa) ci ha lasciati oggi. Questo è l’ultimo testo che ha inviato nel gruppo “Il buongiorno in poesia”, che raggiungeva tanti di noi, come un segnale di vita intensa, la mattina. Non sto qui a fare l’elogio di un amico che ha vissuto col cuore in mano, in tempi di armi e di armature. Dico solo che è un uomo che ha amato, ha amato sempre e comunque. Il Signore lo ha voluto sacerdote e poi monaco, perché testimoniasse a tutti che solo Dio può riempire la vita. Abbiamo bisogno di Cielo: padre Elia-don Sergio ce lo ricordava ogni giorno, con una umanità da cui trasudava il divino. Che la gioia possa essere la tua ricompensa, amico mio.





