di Matteo Gorla
Nel corso della conferenza stampa di presentazione dello spettacolo Fragments da Samuel Beckett (il 10 dicembre 2007 a Milano), abbiamo avuto modo di porre a Peter Brook e agli attori del suo ultimo spettacolo alcuni dei tanti interrogativi possibili sul tema teatro e diversità. Ecco, nella trascrizione della traduzione simultanea di Ira Rubini, quanto ci hanno detto.
Domanda. La prima domanda è forse anche la più scontata: perché per lei è così importante avere attori internazionali di culture e lingue diverse, proventi da differenti esperienze e che le portino all’interno del suo teatro?
Risposta. Questa è una domanda che di solito mi fanno gli attori, aggiungendo “perché non io?”: per ogni scelta che fa il regista ci sono fra i 5mila e i 10mila attori che potrebbero essere scelti per quel ruolo. Nel corso degli anni a questa domanda ho dato due risposte. Una delle risposte è che il teatro è scorretto e quando sono costretto a dire che cosa cerco in un attore dico loro qualcosa in inglese che non è possibile tradurre: io cerco qualcuno che abbia cuore e arte [n.d.r. Peter Brook gioca con l’assonanza fra le due parole inglesi heart e art]. Ci sono attori con grande sentimento ma con poca capacità tecnica, essi sono quindi chiusi nell’eccesso di sentimento; altri invece sono così esperti e così virtuosi che, come accade anche per il virtuoso musicale, sono chiusi in un altro senso perché il cuore non appare. Continua a leggere→