Fermarsi davanti a Gesù: questo è essenziale. Come la terra attende la rugiada, così dovremmo metterci in attesa, davanti al Suo volto. Sapendo che la rugiada non si trova tutti i giorni.
Bisogna chiedere, senza stancarsi. L’obiezione è pronta: ma non c’è risposta! Sappi aspettare: le preghiere, spesso, sono esaudite dopo anni, quando meno te lo aspetti. Quando, forse, non te l’aspetti più.
Gesù ci tiene alla preghiera, è Lui il proprietario. Quei momenti sono Suoi, ne prende possesso, e così entra nella vita. È la svolta necessaria, la salvezza.
Possiamo imparare qualcosa d’importante dagli uccelli che cinguettano sempre: sia così il nostro dialogo col Cristo, che ama il rumore dell’anima rivolta a Lui.
La preghiera è fatta di gemiti e sospiri. Bisogna entrare in questa terra promessa, nello specchio di pace in cui troviamo la nostra identità. Solo guardando il Cristo vedo chi sono, decifro la mia supplica, il desiderio infinito di essere me stesso.
Fermarsi, guardare Gesù, lasciare che ci parli. Ci sono cose che sono propedeutiche a tutto ciò che segue. Se non ci prendiamo questo tempo, tutto il tempo che resta sarà perso.
Nell’Antico Testamento anelavano alla venuta del Messia: uniamoci alla loro preghiera per chiedere il ritorno del Cristo. Il finale della Bibbia mette tutti d’accordo: maranatha, vieni, Signore!
Nella preghiera, non dobbiamo fissarci su ogni singola parola: è più importante il cuore, l’amore con cui ci rivolgiamo a Dio, il sorriso dedicato a Gesù. La preghiera non è una matematica, una legge, è un abbraccio che rimette in pista, un esserci di nuovo, grazie all’Essere.
Non dev’essere una fatica la preghiera. Come si parla a un amico, a un’amica, così si parla a Gesù, se ci s’incontra nel silenzio. Come si ascolta, se c’è un vero interesse, così si ascolta Gesù. Solo allora si comincia a distinguere una voce, la Sua voce, chiara e forte.
La nostra preghiera è un balbettio: siamo bambini che provano a esprimere quanto hanno nel cuore, senza quasi conoscerlo. Navighiamo tra misteri, mano nella mano con il nostro esperto Timoniere.
La musica ha poteri straordinari: ci innalza al di sopra della quotidianità, ci rapisce in un mondo parallelo. La preghiera ha la stessa potenza, per lo meno: trascina sulle vette, o nel profondo del cuore, che è lo stesso.
Non domandiamo abbastanza, per Gesù. Vuole che chiediamo di più, anche se sembra non sentire. Le preghiere sono provocazioni dirette al Suo Cuore ultrasensibile: risponde a modo Suo, ma risponde, non possiamo dubitarne.
Per Gesù la carità è preghiera: tutto torna nella relazione, nella triade che unisce l’io, il prossimo e Dio. La Grazia unisce, condivide, trasforma ogni cosa nei vasi comunicanti dell’amore.
A volte sospettiamo di chiedere troppo: questo non può darmelo, quest’altro men che meno. Ma Gesù può dare tutto: l’essenziale è che sia un bene, che serva a farci crescere nell’ottica del cielo.
Chi ama guarda negli occhi: tenere fisso lo sguardo su Gesù, come ricorda la Lettera agli Ebrei, è la vera preghiera. Tutto succede adesso, in quest’attimo eterno, occhi negli occhi col Messia.
Gesù prega per noi. Ha bisogno, per essere efficace, dei nostri momenti di preghiera: il minimo che possiamo fare è mettergli a disposizione il materiale.
Si può pregare in modo sgangherato, senza tener conto dell’Altro, come si fa una cosa dozzinale. Il valore dipende dal peso che le dài. Che peso ha il Signore? In ebraico, gloria, kabod, vuol dire peso.
Pregare Gesù immaginandolo là dove ha vissuto: in Galilea, in Giudea, nel dramma del Calvario. Accompagnarlo e accoglierlo dove ha speso la vita, perché non si sia fatto carne inutilmente, perché non abbia lavorato invano.
A che serve pregare? A fare luce. Più preghi, più l’ombra regredisce, più afferri l’esistenza. Chi prega per dovere, si priva dell’eterna sorpresa della vita.
La preghiera è un colloquio con Gesù. Non serve a molto ripetere formule pensando ad altro. È come se parlassimo a qualcuno guardando con interesse un’altra cosa. Il nostro compito è tornare al centro, dal paese lontano delle distrazioni.
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