Elio Lanteri, “La ballata della piccola piazza”

Vi propongo qui uno stralcio della prefazione di Marino Magliani al romanzo di esordio dello scrittore ligure Elio Lanteri, “La ballata della piccola piazza”, appena uscito con Transeuropa Edizioni.
Segue il primo capitolo del romanzo, che (come anche la prefazione di Magliani) si può scaricare dal sito dell’Editore, http://www.transeuropaedizioni.it , e più precisamente da questa pagina.

Nelle parentesi quadre trovate riportate le note che nel libro sono a piè di pagina.

Dalla Prefazione di Marino Magliani:

(…) Dovetti insistere, e alla fine ci riuscii: un giorno arrivò
sul porto col manoscritto. In quei tempi era ancora viva
mia madre e tornavo in Liguria anche tre o quattro volte
l’anno, poi alla fine dell’estate ripartivo per l’Olanda.
Quell’anno portai con me il suo manoscritto. Miracolosamente
in Olanda faceva ancora caldo e andavo ogni
giorno alla spiaggia. Passavo i pomeriggi a leggere e a
rileggere le pagine di Elio Lanteri, a segnare sui fogli delle
cose a matita. Me ne innamorai subito, per dirla com’è,
della Ballata della piccola piazza, perché mi sembrò fin
da subito una storia nuova, una Liguria mai raccontata,
una regione finalmente non olearia.
Da sempre chi ha narrato la Liguria si è confrontato
con la neccessità di guardare agli ulivi e al suo mare. Nell’unico
romanzo che ci ha lasciato Boine (Il peccato, 1914),
raramente si trovano gli ulivi, ma questo perché raramente
l’io narrante lascia la costa. Nei saggi sulla crisi degli ulivi
e altrove, invece, Boine costruisce passo a passo la sua
cattedrale degli ulivi.
Anche Calvino ci ha mostrato una zona ulivata, indicandoci
addirittura la linea che divide la Liguria e separa
la severità della campagna dalla mondanità della riviera.
Biamonti ci fa intuire il mare nella luce e ci regala la mineralità
degli ulivi. E un po’ tutti, prima e dopo e attraverso
questi nomi, ci hanno regalato ulivi e mare.
Nella Ballata gli ulivi non appaiono. Eppure le famiglie
che popolano questo romanzo vivono soprattutto di
ulivicoltura. Ci sono le giare piene d’olio e la capra le
prende a cornate. Perché dunque nelle pagine di Lanteri
che leggeremo non ci sono ulivi? Perché la Liguria che ci
consegna Lanteri è fatta di soli sogni, assomiglia piuttosto
a quel terreno fantastico su cui riesce a muoversi Juan
Rulfo, è una Liguria che sale nei vapori dei torrenti e
resta nell’aria.
Io su quella spiaggia del Nord non sapevo mica cosa
stavo leggendo. Era un po’ come quando ci svegliamo e
non sappiamo più cosa abbiamo sognato. Sappiamo che
abbiamo fatto un bel sogno, o brutto, e sappiamo che
non basta. Dov’eravamo, cosa abbiamo sentito, quanto
siamo stati bene o male?
E così, rileggendo la Ballata – ché i sogni non si riescono
a risognare, ma i libri sì – ho capito che davanti a
me avevo davvero la Liguria che avevo cercato nei libri,
e nelle passeggiate buie dei fondovalle, nei dormiveglia,
nelle notti che mi trovano ancora da qualche parte, in
Liguria e altrove. Era la terra che non ero mai più riuscito
a rivedere, allora ci misi le mani e la odorai. Erano le
pagine visionarie che non avevano bisogno di mare né di
ulivi o di luce, per essere il sogno, ma solo di parole e
musica.
Mi chiedo da sempre se esiste la musica nei sogni. Ecco
cos’è per me la Ballata. Una favola come solo un bambino
riesce a raccontare ed ascoltare, favola dura, di vita e
di morte di una generazione di bambini che hanno giocato
durante una guerra. Favola piena di frutta d’estate e
di paure, e di venti che d’inverno entrano nei giacconi.
Il periodo è quello della guerra civile, inizia esattamente
il 9 settembre, con una colonna di soldati che risale
dalla costa, diretta in Piemonte. Il luogo è la frontiera,
vallate a ridosso di scogliere e falesie, posti che oggi sono
attraversati dai passeur. Luogo di favole, si diceva, e di
metafore, di montagne piene di scalinate che salgono ai
campi alti nel cielo, e di alberi che assomigliano alla grande
nuvola, di torrenti e anguille e capre.
Un luogo dove troveremo i cinema muti e le vecchie
signore ebree scappate dalla città. Le scimmie nelle gabbie
di Voronoff.
E il mondo di Vincenzo Pardini e quello di Rigoni
Stern. Troveremo la musica che troppe volte manca ai
sogni.

Marino Magliani
IJmuiden, febbraio 2009

——

Elio Lanteri

LA BALLATA DELLA PICCOLA PIAZZA (ed. Transeuropa)

I.
Settembre: nella valle s’incrociano due venti.
Quello freddo del nord, superati gli alti valichi, si getta
a capofitto nella vallata portando con sé i primi tordi.
Il fumo delle stoppie non fa più arco verso i monti,
ora accompagna il fiume e scende alla foce, raggiunge il
mare e ne increspa le onde, corre a sud e si disperde al
largo.
Stracci di nubi percorrono la valle, corrono lenzuola
d’ombra fra i lentischi.
Quando ero bambino, al calar del sole, indugiavo stupito
a contemplare le ombre degli alberi che si allungavano
sulla sabbia, le guardavo crescere e raggiungere l’acqua,
creando figure fantastiche di animali che si abbeveravano
nella corrente.
Ciulé, mentre la sera allungava lentamente la sua ombra,
sedeva vicino a me sotto l’albero dello spreco [Oleandro, albero che non dà frutti]
e faceva la profezia con i colori, gettando in aria tre pezzetti
di terracotta: vita se si posava il rosso, morte se sulla sabbia
rimaneva il bianco.
Oracolava male, e sulla sabbia luccicava quasi sempre
il bianco; con ostinazione ripeteva il lancio, nella speranza
che si posassero i lati rossi.
Ciulé si voltò verso di me, e senza alzare lo sguardo
dalla sabbia disse tristemente: «Il vento ormai è freddo,
non credo che Meo verrà ancora al fiume.»
«Che fa in casa» gli chiesi, «rimane a letto?»
«Be’, sta quasi sempre sdraiato, disegna e addestra a
fischiare il merlo, la sera vado a trovarlo perché penso
che muoia.»
Sentii in bocca un sapore agro, mi alzai di scatto per
fare muro al vento e impedire che disperdesse quelle ultime
parole e la cicchetta [La morte piccola, dei bambini] che ronza sempre nell’aria, ne
afferrasse per un lembo il suono.
Mi inginocchiai sulla sabbia, accostai la testa alla sua
e parlai piano vicino alla sua bocca.
«Non si parla mai forte di queste cose, è sempre in
ascolto la cicchetta.»
«È il 9 settembre, Rafaé, la luna è nuova: secondo
l’epatta ha cinque giorni, guardala stanotte, avrà la gobba
a ponente.»
Ai bordi dell’acqua Rafaé ascoltava Tumau.
Dalla sera prima risalivano dal mare lo stradone lunghe
colonne di soldati: scappavano dalla Francia e rimontavano
la valle per poi ridiscendere i valichi e disperdersi
in Piemonte, nella provincia granda.
Sul greto del fiume, tra gli arbusti, Fransuà guardava
salire la colonna e discuteva con Jose, aveva ancora in
testa il cappello estivo, un fazzoletto con ai lati i quattro
nodi.
«Risalgono in fila come i filoni» disse Fransuà.
Risalivano così il fiume in primavera i filoni di anguille
luccicanti, sfiorando le pietre della riva, e assaporavano
per la prima volta l’acqua dolce, dopo il lungo viaggio
nel salino.
Fransuà alzò la mano per far visiera al sole.
Quella sera la GAF [Guardia Armata di Frontiera], di presidio nel paese, sparì nel
buio della notte.
Non era ancora l’alba, quando dall’orto il caporale
Rafo aveva chiamato la nonna.
«Teresì, affacciati» le aveva bisbigliato. «Corri al deposito
della caserma, ci sono rimaste delle casse di
gallette.» Poi inforcò la bicicletta da corsa e sempre sottovoce:
«Passo dall’interno, per la strada della montagna,
nel pomeriggio sono a Spotorno.»
Così, in una notte si era disciolta la GAF. Per i viticoltori,
la grandine del paese.
Nel pomeriggio, sul greto del fiume, come al solito
pascolavano le capre. Il caporale Rafo doveva essere ormai
a casa sua, sdraiato sulla sabbia della spiaggia di Spotorno.
Tumau continuava a spiegare a Rafaé il calcolo dell’epatta;
Rafaé, con i piedi nel fiume, fissava l’acqua.
«Inizia il calcolo da marzo, con le dita conta i mesi,
sette a settembre, poi aggiungi i giorni del mese e il numero
dell’epatta.»
Quando sul fiume il sole calava, le capre sazie si stendevano
sotto gli oleandri, socchiudevano gli occhi, riflettendo
sul mondo, alcune con lo sguardo dolce, altre torvo.
Mio cugino Nicó in piedi, fermo in cima alla gobbetta
di sabbia, fissava il nord, dove i monti coronano la valle;
piccolo e tozzo, con le gambe muscolose, teneva i pollici
nelle bretelle dei pantaloni corti, di profilo sporgeva il
suo naso lungo e la mascella forte.
Eravamo tutti così in famiglia, fatti con lo stesso stampo,
dovevano essere così anche i nostri nonni e bisnonni.
Nicó amava la valle, per lui non c’era altro mondo. Mi
diceva a volte passandomi il braccio attorno: «È benedetta
questa valle, nell’antichità ci ha cagato un santo di
passaggio; guarda, grandi abeti lassù, nei boschi di
Furcuin, castagni e pascoli sulle pendici di Prealba, dalle
cime scendono torrenti d’acqua per irrigare gli orti, guardala
bene, c’è tutto nella nostra valle.»
Chissà da chi aveva sentito questi discorsi!
A settembre il fiume era quasi in secca, la poca acqua
stagna, puzzava di muschio marcio; i ragni, che già annusavano
l’arrivo delle prime piogge, avevano iniziato a
stendere le reti tra gli ulivi dei costati: catturavano la nebbia,
perché in autunno i ragni si cibano di nebbia.
Baté U calculu gridava sporgendosi dal parapetto del
ponte.
Ciulé, in piedi sotto l’oleandro, aveva torto la testa e
posizionato l’orecchio destro.
Poi annunciò anche a noi cos’aveva sentito da Baté U
calculu.
«Gli alpini sono in piazza coi muli» e prese la rincorsa
traballando sulle pietre, con le sue gambe sottili da tordo.
Ci precipitammo tutti in piazza, abbandonando le
capre; Fransuà, che correva al mio fianco, disse ansimando:
«Poteva fermarsi almeno uno di noi a guardare le
bestie.»
Gli alpini abbeveravano i muli a turno, al centro della
piazza, dopo aver scaricato dal loro dorso i sacchi.
La gente del paese era scesa dai carruggi e si era radunata
in piazza. Sul bordo della vasca c’erano un canestro
di fichi e alcuni fiaschi.
Jose fece un cenno con il braccio: «Tiè, se fossero
bersaglieri, nemmeno un bicchier d’acqua.»
Tenendoli per il morso, gli alpini facevano bere ai muli
qualche sorsata d’acqua, poi si spostavano di lato per far
passare gli altri.
C’era anche la nonna con zia Artemisia accanto alla
vasca; parlavano con un alpino dalla barba e i baffi quasi
bianchi: Artemisia gli domandava qualcosa, la nonna gli
porgeva un fiasco. L’alpino dalla barba quasi bianca beveva,
e bevendo scuoteva la testa: «Noi veniamo dalla
Francia, non siamo della Cuneese.»
Nicó mi toccò con un braccio: «Sono alpini» disse,
«quasi tutti della provincia Granda, vedrai, si fermeranno
al ponte della Massula, e tireranno fuori dai sacchi le
armi, manderanno via tutti i forestieri, tutti dalla nostra
valle, e rimarranno qui a difenderci finché non arriveranno
i nostri padri.»
Ma un anziano alpino, con gradi da caporale, si diede
un rapido sguardo attorno e disse Andùma, senza alzare
la voce.
Gli alpini, in silenzio, caricarono i sacchi sui muli, e
ripresero il cammino, in fila indiana, risalendo la strada.
Si avviarono al nord, attraversarono il ponte senza fermarsi,
e presero la mulattiera.
«Bravi» disse Jose, «devono essere anarchici, dal fiasco
bevevano tutti la stessa quantità di vino, quattro
golate.»
Partiti gli alpini, rapidamente si svuotò la piazza, la
gente borbottò un poco e rientrò in casa; solo un mesto
fiasco era rimasto sul bordo della vasca. Andreolu lo afferrò
bestemmiando, se lo mise sottobraccio e lo riportò
a casa.
Tornammo di corsa al fiume, il greto era ormai in
ombra, il sole rimontava pigramente il costato delle colline
a levante.
Di là del fiume, sul beudo, passava a dorso di mulo Giuà,
un vecchio con aria assente, distante dalle cose del
mondo. Dalle labbra gli pendeva un mezzo toscano spento,
davanti alla sella spuntavano di traverso due calci di
schioppo, che Giuà teneva stretti poggiandoli sulla criniera.
Aspettammo che lasciasse libero il passaggio sul beudo,
e incolonnammo come al solito le capre in scala gerarchica,
in testa la capra di Jose, poi quella di Rafaé, seguivano
alla rinfusa le altre.
Il beudo [Piccolo canale di irrigazione] bordeggiava il fiume, noi lo risalivamo finché
raggiungevamo, vicino al ponte, una piccola scarpata.
Attraversavamo il ponte in fila, sempre rispettando la
scala gerarchica, e sotto l’eucaliptus, sull’altra sponda, ci
separavamo, ognuno per la sua strada.
Con Nicó riprendevamo il cammino sullo stradone e
scendevamo di fronte al luogo da cui era partita la colonna.
Un giorno gli domandai perché mai allungavamo tanto
la strada, e Nicó mi rispose serio: «Per far più lunga e
importante la colonna delle capre.»
Davanti alla nostra casa c’era un cancello di legno che
dava sull’orto. Nicó lo aprì, seguito dalla capra, io dietro
i due sempre per rispetto della gerarchia.
Sul battuto di terra dell’orto, la capra, dondolando le
corna, si avviò verso la stalla, dove avrebbe visto scendere
la sera dietro la grata di ferro.
Entrammo nella piccola cucina; la nonna trafficava in
un angolo, sistemando nella credenza i pacchi di gallette
che aveva arraffato nella caserma. Ci sentì entrare e disse,
senza voltare la testa: «A tavola, è pronta.» Scodellava la
minestra e aveva un sorriso strano. Dentro la pentola
c’erano maccheroni grandi, i famosi tubi militari.
Era un giorno speciale: i soldati in borghese se ne tornavano
a casa, e nella credenza noi avevamo un sacchetto
di zucchero, un sacco di gallette e una borsa di tubi
militari.
Cenando, la nonna ci raccontò di quando, al suo risveglio
il comandante della GAF, il colonnello Castagna,
aveva scoperto che i suoi soldati se n’erano tornati a casa.
Mentre raccontava, aveva messo sul desco una manciata
di zucchero per ciascuno su due pezzetti di carta;
noi l’ascoltavamo attenti, leccando lo zucchero, senza
bagnare con la lingua la carta.
Poi Nicó, sollevando la testa dal ghiotto cartoccio, le
chiese: «Chi te l’ ha raccontato?»
«Fina dei Longhi. È amica di Blengino, l’attendente
del colonnello, è lui che le ha spiegato dove trovare la
roba in caserma.» Si fermò un attimo come a coordinare
le idee. «Blengino e il colonnello Castagna sono dello
stesso paese; questa mattina hanno discusso un poco, poi
Blengino lo ha convinto e sono partiti assieme vestiti in
borghese. Abitano a Moncalieri, Fina dice che Blengino
va, saluta la famiglia e ritorna, si sistemerà qui in paese e
la sposa.»
«Fina è brutta e pelosa» disse Nicó torcendo la bocca.
«Può darsi, ma è una brava persona.»
«Nonna» chiesi, «in piazza parlavi con quell’alpino,
non gli hai mica detto niente del nonno?»
«Gli ho detto che vostro nonno era alpino durante la
guerra del ’15-’18, ma gli ho taciuto che era morto sul fronte.
Era di Boves, quell’alpino, ora camminerà sui monti,
domani sera sarà al suo paese, e dopo tanto tempo cenerà
con i suoi.»
«E il mulo, se lo tiene?»
«Che mulo?»
«Il mulo che abbeverava nella vasca.»
«Credo di sì, la guerra è finita, non c’è più esercito, a
chi lo può dare, per me se lo tiene.»
«Giusto, e quanto può costare un mulo?»
«Ma non lo so, domani mattina chiedilo a zio Pié,
quando saliamo ai campi alti.»
Dalla cucina a pianterreno, la porta dava direttamente
sull’orto, e dopo pochi passi nel battuto di terra, sul
fianco della casa, una scala esterna in pietra saliva al piano
superiore dove c’erano la sala e due stanze.
Il piano superiore era in origine un vasto fienile, ma la
famiglia crebbe e il bisnonno lo aveva diviso in due grandi
locali.
Ora sul lato dell’orto c’è la sala, e dall’altra parte due
stanze divise da una tramezza.
La nonna stava nella stanza che guarda la foce, io e
Nicó nell’altra. Dormivamo su due letti di ferro affiancati,
e per vederci in viso e parlare di notte avevamo voltato
una testiera.
«Nicó, dormi?»
«Che c’è?»
«Al fiume Ciulé mi ha detto che il cugino Meo morirà
presto. Tu ci credi alla Cicchetta?…» «Nicó, perché non
rispondi, ci credi che di notte arriva la Cicchetta?»
Nicó si voltò verso di me, parlando piano perché non
udisse la nonna al di là della tramezza. «La nonna non ci
crede, e zia Diomira dice che è una miscredente. Secondo
zia Diomira, la Cicchetta arriva a mezzanotte, quando
il campanile ha battuto il dodicesimo tocco, giusto
nell’intervallo d’attesa del rintocco delle ore, durante il
quale l’angelo custode che sorveglia i fili si assopisce per
un attimo, stanco della giornata. Allora la Cicchetta, silenziosa,
apre la porta, entra nella stanza, osserva bene
dove scendono i fili, estrae le forbici da una profonda
tasca, li prende tra le dita e taglia, e quando iniziano i
rintocchi ha già chiuso la porta e scappa. Quando ribattono
le ore, al primo rintocco, l’angelo che sorveglia i fili
si risveglia di soprassalto, dà uno sguardo ai fili e li vede
pendere, tagliati, si dispera e grida: “ahi de mi, ahi de
mi.” Si affaccia dal cielo e vede laggiù il bambino immobile
sul letto, con il viso bianco. È l’unico difetto che ha
l’angelo: si assopisce fra il battere e il ribattere delle ore.»
«Nicó, dormiamo assieme: i nostri due angeli potrebbero
darsi il turno a sorvegliare i fili nella stanza.»
«Eh no, ogni angelo sorveglia i suoi fili e se ne infischia
di quelli degli altri.»
«Ho capito, Nicó, forse il cugino Meo è custodito da
un angelo stanco.»
«Silenzio, non fare nomi, se ti sente la Cicchetta subito
corre da lui e taglia.»
«Non parlo più, Nicó… Che ora è adesso?»
«Dormi, saranno le dieci, tra poco il campanile batte
le ore e un minuto dopo le ribatte.»
Era la notte del 9 settembre 1943. Dalla finestra socchiusa
si udiva provenire dal pozzo il gracchiare delle
rane, io mi sentivo scivolare lentamente nell’imbuto del
sonno.
.

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

9 pensieri su “Elio Lanteri, “La ballata della piccola piazza”

  1. Giovanni Agnoloni

    Grazie, Bartolomeo. Anticipo, a te e a tutti (ma poi lo rifarò presente a data più vicina), che il 29 aprile, alle 17,30, a Palazzo Strozzi, Firenze, parleremo de “Il viaggio tra paesaggio e memoria storica” in riferimento al libro di Lanteri e al romanzo di Marino Magliani “La tana degli Alberibelli”.
    Saranno presenti Marino Magliani, Giulio Milani, Giuseppe Panella e io, e introdurà il Dr. Maurizio Bossi, Responsabile del Centro Romantico del Gabinetto Vieusseux. Spero che veniate numerosi!

    Un caro saluto,
    Giovanni Agnoloni

    Rispondi
  2. Bartolomeo Di Monaco

    Ho già detto a Marino che farò di tutto per esserci. Mi sarebbe piaciuto conoscere anche Lanteri, una gran scoperta di Marino, sempre generoso, ma so che non ci sarà. Forse verrò addirittura con mia moglie, che ha conosciuto Marino qui a casa mia.

    Rispondi
  3. Bartolomeo Di Monaco

    Dimenticavo. Spero di aver letto per il 29 “La tana degli alberibelli” e averlo recensito sulla mia rivista.
    Ho letto quanto ne ha scritto il Chouk, persona che ho sempre stimato (era il Silvio di it.cultura.libri, che frequentavo con altri illustri amici anni fa) ma non posso credere che Marino non abbia scritto un buon romanzo. Buon sangue non mente.
    Marino, poi, ha qualcosa in più di tanti scrittori: è generoso, qualità rara. Non pecca di invidia né di gelosia. Il libro di Lanteri, da lui ostinatamente voluto, ne è prova.

    Rispondi
  4. macondo

    Una prosa scandita ritmicamente, coi sintagmi frastici che trascinano nel cuore dell’azione, uno stile materico, asciutto, senza fronzoli, rari i “che” (congiunzioni o pronomi), quasi assenti similitudini e paragoni (ho contato un solo “come”). Insomma, a giudicare dal brano, promette bene…

    Rispondi
  5. Giovanni Agnoloni

    Grazie a tutti voi per l’interesse dimostrato per quest’opera, e un caro saluto a Marino e a Franz!

    Giovanni A.

    Rispondi

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