Natale Malinverni, “Storie di terra e d’ombra”

Testo di Giovanni Agnoloni

Natale Malinverni, Storie di terra e d’ombra, ed. Eumeswil (€ 16,00)

Recentemente sono tornato a provare una sensazione che temevo perduta. Quella dei momenti in cui, da ragazzo, alle scuole medie o al ginnasio, leggevo in tutta calma, nel tramonto di Firenze, un classico novecentesco di letteratura italiana. Penso ai racconti di Renato Fucini, ai Malavoglia di Giovanni Verga, ma anche a Vino e pane di Ignazio Silone e a Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini. Ricordo la sensazione di calmo abbraccio col mondo, la natura e gli uomini che mi davano. Anche con i loro drammi, ma soprattutto con il senso di apertura e di speranza che riuscivano comunque a trasmettere.

Mi è successo di nuovo pochi giorni fa, sul mare, leggendo Storie di terra e d’ombra di Natale Malinverni, recentemente edito da Eumeswil. Si tratta di un romanzo che definire la storia di un personaggio sarebbe riduttivo. È vero che del protagonista, Marco, un ragazzo cresciuto in un paesino sulle rive del Po, nel Pavese, viene raccontata la storia, insieme a quella della sua famiglia e della loro piccola comunità. Ma non c’è solo la vicenda del giovane, figlio del custode di un ponte sul grande fiume, che dai genitori viene destinato a studiare per avere una possibilità in più nella vita, e che riesce a laurearsi in Lettere e ad avviare una carriera di scrittore. E neanche solo quella di Silvia, sua sorella, rimasta incinta di un uomo legato a un’altra donna e tuttavia capace di crescere da sola il piccolo nato dalla loro unione. C’è tutto un insieme di “caselle”, solo apparentemente separate le une dalle altre, e invece intimamente connesse: tutti i personaggi del paese, dal vecchio Martino, portatore di una saggezza atavica, che non sbaglia mai una previsione del tempo, a Don Ermanno, il parroco del posto, che nell’omelia di Natale tira fuori uno spirito quasi profetico, nell’intuire i mali della società moderna. Ma gli stessi genitori di Marco, Romolo e Lucia, sono espressione di una storia che si ripete pressoché identica da millenni, e tuttavia sanno guardare ai propri figli come a una risorsa in grado di trasformarsi e di trasformare il mondo, apportando un seme di novità.

E c’è il senso pieno di quelle giornate estive passate sotto il sole, nei sabbioni del Po o su un isolotto in mezzo al fiume, dove Marco, fin da studente liceale, si ritira in solitudine per leggere, scrivere o meditare, e dove continuerà ad andare anche insieme al suo insperato amore, Elena, una ragazza milanese entrata di prepotenza nella sua vita con la bellezza del suo corpo e una mente fuori dagli schemi. Poi vengono gli autunni, con le piene del fiume, che già aveva richiamato a sé il nonno di Marco, e che ora sta per esigere un altro tributo di vita. E gli inverni, con la neve alta e le tormente di vento, e il senso di una vita raccolta e ritirata in se stessa.

Da questo quadro corale emerge la pietrosità e quasi il carattere mitico di una terra i cui personaggi sembrano uscire fuori dal tempo, per accedere a una dimensione radicata nella natura e ancorata a profondità abissali. Le notti, con i loro amori sui prati, le bevute in osteria e le leggende, nate da storie vere ripetute e modificate mille volte davanti al fuoco: segni misteriosi di affreschi lasciati da pellegrini, con scritte profetiche quasi indecifrabili, o immagini di santi che non si fanno ricoprire dalla calce di un restauro. C’è tutto il senso del mistero della natura e del trascendente, in questo libro pur così impregnato di materia, dove l’ombra è una dimensione quasi ricavata all’interno della stessa luce. Recentemente, a proposito de La ballata della piccola piazza di Elio Lanteri (ed. Transeuropa) e de La tana degli Alberibelli di Marino Magliani (ed. Longanesi), Giuseppe Panella (v. qui, qui e qui) ha giustamente sottolineato il concetto di “zona d’ombra”, quell’ubagu che è elemento ineliminabile del vivere, la sottile scia di grigio che separa la vita dalla morte. Anche in Storie di terra e d’ombra si respira qualcosa di simile (il titolo non mente), anche se è più diffuso su tutte le vite di queste persone, come se gli anni ’60 in cui le loro vicende si inseriscono aprissero uno squarcio su un tempo e uno spazio eterni, in cui sono soprattutto i ritmi della natura a contare. C’è sì il senso della storia, presente qui come nel libro di Lanteri e in quello di Magliani, con le rievocazioni degli anni della guerra da parte degli uomini del paese e le vicende che si collocano chiaramente nel contesto degli anni ’60, ma quanto vi è di ombra è soprattutto figlio di leggi eterne – che contemplano, con pari dignità e possibilità di affermazione, anche la luce. Emerge cioè una natura quasi lucreziana, indifferente testimone delle vicissitudini umane, per cui la vita e la morte non sono che momenti, distribuiti in base a logiche per noi imponderabili, che caratterizzano il nostro passaggio sulla terra.

Però si nota anche qualcosa di più: il senso di una vocazione, di un oltre che è speranza e progetto di vita, apprendendo dalle proprie origini ma anche sapendo superarle, per guardare a qualcosa di nuovo, mettendosi in gioco. C’è il senso di una missione di vita che è profondo richiamo dell’anima, com’è vero per la scrittura in Marco, o per il ritrovato desiderio di paternità in Giorgio, il padre di Robertino, figlio di Silvia. E c’è anche il trapelare di una passione infinita per l’arte, come si vede nel viaggio che Marco e il suo amico Davide fanno a Firenze, dopo la laurea. E una solidarietà che non è mero slogan, ma condivisione profonda, comunione di anime, come si vede dal dramma dell’alluvione di Firenze e da quello della piena del Po, rievocati con toni vivi e commossi.

Un libro come questo, opera di un autore morto troppo giovane per poter esprimere tutta la vastità di contenuti che sicuramente avrebbe potuto ancora offrirci (Natale Maliverni è scomparso a soli 53 anni, nel 1991) merita di essere valorizzato come testimonianza di una tradizione letteraria italiana che, pur non agganciandosi a generi oggi “alla moda”, attinge a una continuità storica e culturale che è in sé sempreverde, perché espressione delle emozioni umane e dell’energia della natura. Per questo bene ha fatto la casa editrice Eumeswil a riproporlo all’attenzione del pubblico dei lettori, dopo che era già uscito con Firenze Libri, nel 1987. Ricordo, per inciso, che anche un racconto di Malinverni, L’Africa sotto i portici, è uscito in un’antologia sempre edita da Eumeswil, Storie d’acqua dolce.

Perché, come sembrano suggerire le bellissime vedute pittoriche rurali dell’Oltrepo’ Pavese di Elio Carnevali, che fanno da copertina e da accompagnamento al testo, in un paio di punti – e come emerge anche da un’altra opera d’arte ispirata al Po, il film Centochiodi di Ermanno Olmi –, non c’è niente da rincorrere, e nessun riconoscimento da cercare nel mondo “di fuori” e nell’opinione degli altri, che non si trovi già nel profondo del cuore dell’uomo: che sia un paesaggio a esprimerlo, oppure la battuta di un vecchio di paese, o magari un boccone saporito di pane.

Il resto, se deve, verrà da sé.

“Il cielo, nell’afa irrespirabile, è una tomba trasparente.

Le foglie degli alberi pendono immobili, in una fissità spettrale; la campagna, pur nel verde squillante dell’estate incipiente, ha un che di opaco, di irreale.

Le strade, bianche di polvere, sono deserte nel primo pomeriggio; i cascinali, attorno al paese, sono macchie di colore, cui una velatura di sonnolenza dà un aspetto fantastico.

I boschi sono fondali di una scena in cui il tempo è fermo a scandire ore interminabili; le colline, contro l’orizzonte, sono un vago accenno di verde e d’azzurro: solo da un lato una grande nuvola di schiuma, bianchissima di sole, sembra una montagna dirompente nel cielo.

Anche il paese è nel silenzio; le vie sono vuote e porte e finestre chiuse, nel sole implacabile; in alcuni cortili in ombra ci sono donne che tentano qualche faccenda, in un bagno di sudore; i ragazzi sono perduti per boschi o nei canali.

C’è un volo nervoso di rondini attorno al campanile; i cani sono irrequieti, le mosche più noiose del solito, le cicale impazziscono sui rami.

Michele, il più vecchio dei Carletti, è indaffarato attorno a un enorme falò di sterpaglie, con un gran forcone tra le mani ossute. A vederlo, con il volto sciolto in rivoli di sudore, nero di sole e di fumo, scarmigliato, sembra una demonio appena scappato dall’inferno.”

(Natale Malinverni, Storie di terra e d’ombra, ed. Eumeswil, pagg. 69-70)

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

2 pensieri su “Natale Malinverni, “Storie di terra e d’ombra”

  1. nadia agustoni

    Testo eccellente Giovanni su un autore che invogli a conoscere. Gli spunti che offre sembrano tanti e da sola basterebbe l’ambientazione (il Po e il paese della bassa)… Per me, questi stessi luoghi sono una zona “d’ombra” , luoghi dell’anima.

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  2. Giovanni Agnoloni

    Grazie, Nadia. E’ una lettura che merita davvero, e concorso anche con le tue osservazioni su quei luoghi, che hanno un fascino magnetico.

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